Dante ha parlato poco della sua famiglia, non siamo neanche certi di quanti figli abbia avuto… invece, dell’esilio, ha scritto tanto, era una ferita bruciante, una pena inflitta per una colpa presunta a lui e ai suoi figli.

All’inizio, partecipò con altri fuoriusciti fiorentini ai tentativi di tornare in città, ma fallirono tutti miseramente, mentre Dante, non condividendo pensieri e azioni di altri esuli, si distaccava dalla compagnia malvagia e scempia, decidendo di fare parte per se stesso (Paradiso, XVII). Cominciò così il suo peregrinare, da Verona a Treviso, da Padova a Venezia, a Reggio, dalla Lunigiana al Casentino, fino a Ravenna, «città solitaria e di grandi memorie, è l’asilo conveniente a Dante vecchio… qui è onorato e riverito», ha scritto Giosuè Carducci.

L’esilio diventa uno dei temi fondamentali della Divina Commedia, opera che rende giustizia al poeta e che lo rivela agli occhi dei contemporanei come un intellettuale vero e un uomo giusto. Soprattutto innocente.

Dante parla dell’esilio servendosi delle oscure profezie di alcune anime; le profezie sono, nel corso delle tre cantiche, come un’anticipazione, un lungo e accidentato cammino che lo porterà all’incontro chiarificatore e senza appello con l’avo Cacciaguida, nei canti centrali del Paradiso.

In tal modo, Dante può via via difendersi dalle accuse che gli sono state rivolte e nello stesso tempo svelare a lettrici e lettori tutte le calunnie e le macchinazioni ordite contro di lui, costretto ad abbandonare la sua città, la sua terra, a lasciare la famiglia mentre i concittadini si dedicano a traffici meschini che confermano la loro avidità.

È proprio un fiorentino, Ciacco, colpevole di peccati di gola, confinato nel terzo cerchio dell’Inferno, a prevedere le guerre civili che sconvolgeranno Firenze e la sconfitta dei Guelfi bianchi, scacciati dopo il trionfo dei Guelfi Neri che erano guidati dai Donati e incoraggiati dal papa Bonifacio VIII. Siamo nel VI canto dell’Inferno, dove i dannati giacciono sotto una pioggia sudicia, frustati dal vento e colpiti dalla grandine. Ciacco risponde con immediatezza alla richiesta del pellegrino, dichiara la sua provenienza: La tua città, ch’è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena e svela il destino di Firenze: Dopo lunga tencione / verranno al sangue, e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione.

Bisogna però arrivare al canto X per leggere una profezia veramente inquietante, quella di Farinata degli Uberti, che era stato il più influente dei capi Ghibellini, in esilio dopo la sconfitta di Montaperti, relegato da Dante come eretico nel sesto cerchio dell’Inferno, insieme a Federico II. È a questo punto che Farinata anticipa al pellegrino che l’esilio toccherà anche a lui, dopo cinquanta mesi; gli fa capire che i tentativi di ritornare a Firenze non andranno a buon fine e che «…non cinquanta volte fia raccesa / la faccia de la donna che qui regge, / che tu saprai quanto quell’arte pesa».

Di cerchio in cerchio, Dante ascolta premonizioni, parole oscure, ipotesi che solo alla fine del suo straordinario viaggio potrà comprendere.

In Purgatorio, nel canto VIII, Corrado Malaspina, della cui famiglia Dante sarà ospite in Lunigiana, accenna a Dante la possibilità di un soggiorno presso i suoi cari e indica i tempi: accadrà entro sette anni, non parla propriamente di esilio, ma di un allontanamento, se corso di giudicio non s’arresta.

Nell’XI canto, Odorisi da Gubbio, che espia le sue colpe in Purgatorio, fra le anime dei superbi, narrando la vicenda di Provenzan Salvani, dominatore di Siena che del cammin sì poco piglia / dinanzi a me, il quale, per riscattare un amico prigioniero di Carlo d’Angiò, si diede all’accattonaggio, sotto gli occhi dei suoi concittadini, in qualche modo sembra accennare a Dante, anche lui costretto a mendicare un tetto, il cibo, un lavoro, andando ramingo di corte in corte: Più non dirò, e scuro so che parlo;/ ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini / faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Un altro “avvertimento” Dante può coglierlo dalle parole di Bonagiunta Orbicciani, sempre in Purgatorio, canto XXIV, che gli chiede delucidazioni sulla sua poesia, annunciandogli nel contempo un suo soggiorno a Lucca. Questa non è fra le città che Dante ama, ma Bonagiunta accenna all’incontro con una gentildonna che gli avrebbe reso gradevole il soggiorno. È Gentucca, per la quale Dante sarebbe poi rimasto anche volentieri a Lucca, se solo non si fossero intromessi i fiorentini…

Nella terza cantica, tutto sembra chiarirsi, drammaticamente: nel canto VI Giustiniano, uomo probo (che d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano), racconta la storia di Romeo da Villanova, umile consigliere di Berengario IV di Provenza, che fu vittima dell’invidia e della malvagità dei cortigiani, tanto convincenti nella calunnia da creare diffidenza nello stesso Berengario. Romeo, sicuro della sua coerenza e della sua onestà, lascia incarico e casa per mendicare sua vita a frusto a frusto.

Ma, per sciogliere ogni dubbio, è necessario che Dante incontri il trisavolo Cacciaguida, nel quinto cielo del Paradiso, il cielo di Marte, dove tessono le lodi del Signore i martiri della fede. A Cacciaguida Dante dedica ben tre canti – XV, XVI, XVII –, e noi abbiamo quasi l’impressione che il trisavolo, in fondo, sia un po’ lo sdoppiamento del nipote. È come se Dante, parlando con Cacciaguida, si consigliasse con la sua coscienza. Nel canto XVII, Dante ha la certezza degli anni duri che lo attendono, capisce quanto sarà grande il suo dolore nel dover abbandonare le persone che ama e i luoghi cari, quale umiliazione proverà nel mangiare lo pane altrui e nello scendere e salire per l’altrui scale.

Cacciaguida, in qualche modo, tenta anche di consolare il suo discendente, spiegandogli con la familiarità affettuosa ed autorevole di chi è vissuto un secolo prima, in una società ancora sana, il significato del viaggio e la missione del poeta, che diventa strumento di salvezza voluto da Dio. Certamente, l’esilio sarà penoso, ma Dante non dovrà mai rinunciare alla sua libertà, alla sua coerenza, alla volontà ferma di dire il vero.

Dunque, sofferenze e umiliazioni forse trascendono la capacità di Dante di comprendere in pieno la volontà di Dio, ma vanno accettate da cristiano integro, con profonda umiltà. Ha scritto Attilio Momigliano:«Il Dante di questi canti non è il Dante delle invettive, ma quello dei colloqui con se stesso: è un Dante più intimo, quello che diffonde il calore morale in tutte le vene del suo poema».

Il tema dell’esilio attraversa l’intero poema, sembra che Dante non riesca a farsene una ragione, anche il paesaggio sottolinea questo tema, come si legge nel canto VIII del Purgatorio, quando l’esule appena espatriato, ancora nostalgico e fragile per la nostalgia che lo avvolge, si commuove sentendo la campana del vespro:Era l’ora che volge il disìo / ai navicanti e ‘ntenerisce il core / lo dì c ‘han detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin d’amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger che si more…

Il dolore di chi ha detto “ai dolci amici addio” – Dante e l’esilio – di Luciana Grillo

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2 thoughts on “Il dolore di chi ha detto “ai dolci amici addio” – Dante e l’esilio – di Luciana Grillo

  1. Sempre molto interessante. Si apprendono nozioni e significati nuovi ogni volta che si rispolvera Dante. Molto chiara e scorrevole tutta l’analisi.

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