Abstract

L’articolo esplora i concetti di “naturale”, “spontaneo” e “artificiale” non come qualità oggettive delle cose, ma come stati psicologici e storici: chiamiamo “naturale” ciò di cui abbiamo dimenticato l’apprendimento, e “artificiale” ciò che non è ancora stato digerito dalla cultura e dal corpo. Dal trucco ai tatuaggi, dalla chirurgia estetica ai profili social, il corpo umano diventa superficie di scrittura e palinsesto identitario. Il richiamo al mito platonico di Eros, figlio di Povertà ed Espediente, mostra come ogni artificio nasca da una mancanza e da un ingegno che cerca di colmarla. L’“uncanny valley” di androidi e volti filtrati rivela il nostro disagio verso un artificiale che ci somiglia troppo e smaschera quanto poco “naturali” siamo già. Il saggio propone infine di smettere di contrapporre ingenuamente natura e artificio e di riconoscere la nostra condizione di specie costruita ad arte: povera e ingegnosa, umana proprio in quanto artificiale.


“È spontaneo tutto ciò che abbiamo dimenticato di aver imparato”.
Silvia Montefoschi, psicoanalista junghiana

Si possono vedere, naturale e artificiale, come due fasi dello stesso fenomeno: è naturale tutto l’artificiale che abbiamo interiorizzato e a cui ci siamo totalmente abituati. “Artificiale” indica allora uno stadio psicologico, non la natura oggettiva di un fenomeno. A produrre questa diversa denominazione non è la conoscenza, ma la dimenticanza.

Ciò che è sprofondato nell’inconscio ci appare giusto, corretto, istintivo, libero. Al contrario, ciò che ancora non abbiamo digerito ci appare come artificioso, una sovrastruttura che ci separa da un passato mitico. “Naturale” e “Artificiale” definiscono, nelle parole, una vera e propria ideologia: il naturale è innato, l’artificiale è prodotto. Se qualcosa sembra “nascere così” è secondo natura, non se ne è responsabili; se invece lo si fa, c’è un progetto, ci sono delle regole, un calcolo e una volontà che ha deciso di procedere.

La sottile linea di confine ha a che fare con la consapevolezza. Quando qualcosa viene “spontaneo” (essendo stato a lungo appreso, ripetuto, interiorizzato) lo viviamo come naturale: non è più frutto di uno sforzo conscio. Di ciò che abbiamo dimenticato il lungo allenamento, ci resta solo la sensazione della sua ovvietà.

Per questo, mentre compriamo frutta “naturale”, chiediamo un “trucco naturale” e vestiti “in fibre naturali”, non ci accorgiamo che quasi nulla di ciò che usiamo appartiene davvero allo stato di natura. Ogni oggetto è il risultato di lavoro, tecnica, infrastrutture, logistica: ma ciò che è diventato abitudine profonda viene rinominato “naturale”. Naturale è, in realtà, un artificiale che non riconosciamo più come tale.

Qui la parola trucco ci aiuta. In apparenza è un termine innocente – il trucco che migliora la bellezza, il make-up, la cura di sé. Ma trucco significa anche espediente, inganno, baro. Trucco è ciò che si mette tra il volto e lo sguardo dell’altro: può essere dichiarato (gioco, seduzione, teatro) oppure nascosto (frode, manipolazione). È il lato ambiguo dell’arte applicata al corpo.

All’inizio il trucco non è affatto “femminile”: è potere. I grandi occhi sottolineati dei Sumeri, il kohl di faraoni e sacerdoti in Egitto, gli ornamenti del volto nelle culture guerriere: segni di rango, di sacro, di appartenenza. Poi, in secoli più vicini a noi, il trucco si sposta sempre più sul lato femminile, fino a diventare quasi un obbligo estetico: l’uomo truccato è eccezione, deviazione, performance, non norma.

La “scimmia nuda” di Morris ci ricorda che siamo l’unico animale che ha perso il mantello di pelliccia. Ma proprio perché siamo nudi diventiamo una superficie di scrittura: copri-pene vistosi, brachette falliche del Medioevo, cinture, corpetti, gorgiere. Il corpo non viene coperto solo per pudore, viene messo in scena.

Non si tratta di nascondere, ma di esaltare, amplificare, sottolineare. Il “naturale” scompare molto presto, sostituito da un artificiale indossato che viene percepito come la nostra vera forma.

La prima piattaforma stabile che permette di ricordare una informazione, prima ancora della pietra e del papiro, è la pelle. I tatuaggi maori, le cicatrici rituali, le iscrizioni dei pirati, la pelle istoriata della mafia giapponese: tutti sono archivi viventi. Il corpo si offre come tavoletta di scrittura che non si può perdere e non si può dimenticare. È una delle prime forme di scrittura stabile: il corpo come memoria portatile. Ray Bradbury, ne “L’uomo illustrato”, immagina un uomo il cui corpo è interamente coperto di illustrazioni animate: ogni figura racconta una storia a chi la guarda, e una zona di pelle apparentemente vuota mostra il futuro dell’osservatore. Non è più un uomo tatuato: è un libro vivente che non può togliersi di dosso il proprio testo. Il fuori diventa dentro: l’artificiale diventa la sua natura.

Nella nostra quotidianità accade qualcosa di simile. Ricordo un ragazzo ventenne che aveva speso un intero stipendio per tatuarsi sul petto una tigre che si muoveva quando irrigidiva i muscoli. Così, da “nessuno”, diventava “qualcuno”. Come nelle danze dello sciamano, che si identifica con l’animale-totem, il trucco e il tatuaggio non sono più aggiunte decorative ma pratiche identitarie: non ho una tigre, io sono quella tigre.

La chirurgia estetica è un passo ulteriore: labbra a canotto, seni amplificati, pance eliminate, fianchi modellati da bisturi e protesi. Non si tratta più di nascondere un difetto, ma di creare un nuovo standard irreale che si spaccia per “bello naturale”. L’artificiale entra nella carne e si fissa come seconda natura. Allo stesso modo gli esercizi estenuanti per “avere la tartaruga” o le costole asportate per un vitino da vespa, raccontano la stessa storia: così come sono non basto, devo diventare il mio trucco.

In questo gioco di sottrazioni e aggiunte lavorano le due forze di cui parla Platone nel Simposio. Alla festa per la nascita di Afrodite, racconta Diotima, Penìa – Povertà – e Pòros – Espediente, Ingegno – concepiscono Eros. Da Penìa Amore eredita il difetto, la mancanza, il non essere mai bastevole; da Pòros eredita la capacità di escogitare ogni trucco possibile pur di colmare quel vuoto. Ogni artificio umano nasce così: da una povertà avvertita e da un espediente che promette di colmarla.

Odiamo l’artificiale proprio perché ce lo ricorda. Sospettiamo il trucco, temiamo il ritocco digitale, diffidiamo del volto filtrato, dell’androide troppo simile all’uomo. La robotica parla di “uncanny valley”: quella valle perturbante in cui l’oggetto artificiale è quasi umano ma non del tutto, e proprio per questo suscita inquietudine. L’artificiale che somiglia troppo ci angoscia non perché sia pericoloso in sé, ma perché scimmiotta l’umano: ci costringe a vedere quanto poco “naturali” siamo già diventati.

Vorremmo sentirci naturali, ma non lo siamo più. Non siamo più nudi, ma tatuati, rivestiti, modificati dal trucco transitorio o definitivo della chirurgia, dall’editing delle immagini, dai filtri che addolciscono i nostri difetti. Abbiamo trasferito il trucco dal volto alle biografie: nei social per gli incontri on line i testi diventano make-up linguistico per attirare, levigare, sedurre. Il profilo è il nuovo specchio da trucco: non ci mostriamo, ci allestiamo.

Nel frattempo, chi tenta di vivere un po’ più vicino a uno “stato di natura” – i neo-rurali (le famiglie che riducono l’esposizione mediatica dei figli, che preferiscono la fatica reale al comfort artificiale) viene spesso percepito come sospetto, se non criminale: qualcuno che priva i figli dell’artificiosità oggi considerata naturale. L’ordine si è rovesciato: l’artificiale è diventato il nuovo naturale obbligatorio, e il naturale è visto come devianza da correggere.

Forse è tempo di smettere di contrapporre ingenuamente naturale e artificiale, come se fossero due mondi separati. Siamo, da sempre, una specie che si trucca, si veste, si tatua, si modifica, si scrive addosso e intorno. Ogni volta che un artificio viene digerito, dimenticato, rimosso dalla coscienza, lo ribattezziamo “naturalità”. Ogni volta che ne compare uno nuovo lo viviamo come minaccia alla nostra purezza perduta.

È tempo di perdonare l’artificiale. Di riconoscere che non è il nemico del naturale, ma la sua forma storica, stratificata, consapevole. In fondo siamo un palinsesto: scritti, cancellati e riscritti; ma in trasparenza, strato dopo strato, continuiamo a raccontare la nostra povertà e il nostro ingegno. Non siamo più poveri e autentici, ma furbi e inventivi: costruiti ad arte, artificiali – e, proprio per questo, profondamente umani.


Immagine:
Eros Farnese – Museo Archeologico di Napoli
Fotografia di Marie-Lan Nguyen (2011)

Alla deriva nel fiume della dimenticanza: Naturale, Spontaneo e Artificiale – di Dario Balasso

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