Abstract

Dal 6° quaderno di Simone Weil: “Una donna molto bella, che guarda la sua immagine allo specchio, può credere facilmente di essere ciò che vede. Una donna brutta sa di non essere questo.”
La bellezza è un valore universale, o dipende piuttosto dai singoli punti di vista?



A Mantinea, sulla strada tra Argo e Corinto, viveva un tempo Diotima, una donna sapiente e maestra di molte cose. Socrate ebbe la fortuna di incontrarla, e da lei imparò che l’amore è la grande occasione offerta agli esseri umani perché essi, liberandosi dalle catene del proprio punto di vista e del proprio egoismo, incomincino un viaggio di ricerca della verità.

Si ama la bellezza, che può presentarsi nell’aspetto esteriore di un corpo e che pian piano costringe ad andare oltre, più in fondo e più in alto. 1 L’amore è una forza che sprona a diventare migliori, ma la bellezza dell’oggetto amato non è sempre facilmente definibile: richiede che quel sentimento sia messo alla prova, rivelando la sua eventuale infondatezza e i nascosti rischi di errore e di illusione.

Che cosa è la bellezza? È lecito risolvere frettolosamente il problema identificandola con “ciò che piace”? Dire che un oggetto (naturale o artificiale) è bello non comporta un giudizio sull’oggetto di per sé, ma esprime il sentimento di piacere che quell’oggetto suscita; il giudizio estetico è indiscutibilmente soggettivo, eppure davanti a un oggetto bello si ha la pretesa che il proprio sentimento sia valido per tutti: quante volte, davanti a un “bel” quadro, si prova scandalo o delusione se il giudizio altrui è diverso dal proprio? E quante volte si inorridisce di fronte al gesto distratto di chi calpesta un “bel” fiore? Il “bello” è diverso dal “piacevole”, che invece colpisce i sensi e provoca il desiderio del possesso: in questo caso non si aspira al consenso altrui (addirittura lo si eviterebbe!) perché si vorrebbe quell’oggetto tutto per sé.

Il gusto della bellezza è un piacere del tutto singolare, perché prescinde dall’essere o dal poter essere proprietario/a dell’oggetto: una cosa è bella quando si prova disinteresse nei confronti del suo possesso esclusivo. È allora evidente che la bellezza non dipende dall’oggetto ma dal modo di porsi nei confronti dell’oggetto stesso, che perciò può essere bello o piacevole, ma non entrambe le cose per la persona che lo guarda.

Il gusto è davvero “estetico” quando si ha la disposizione a giudicare la bellezza di un oggetto provando il sentimento di un piacere disinteressato. In questo caso, secondo Immanuel Kant, chi giudica si appella a un senso comune presente in tutti gli esseri umani, a una comune maniera di sentire, a una norma ideale alla quale ogni persona possa richiamarsi. La norma ideale è una condizione interiore, che si desidera e perfino si pretende costituisca l’atteggiamento di ogni essere umano di fronte alla bellezza.

Mentre per “ciò che piace” non è prevista alcuna preparazione (chiunque ha i suoi gusti personali, i suoi desideri, le sue opinioni), al gusto del “bello” è possibile educarsi:

  • imparando a liberarsi dai pregiudizi
  • imparando a tenere conto di altri punti di vista
  • imparando a essere in armonia con sé, senza che l’altrui punto di vista impedisca la propria libertà di pensiero. 2

Ma il pensiero non basta! Con il pensiero si conquista la coscienza di sé, con la ragione si può costruire un progetto, con la volontà si può cercare di realizzarlo. L’essere umano è qualcosa di più e la bellezza, perché venga colta, chiede il superamento di ogni limite. Ciò avviene se una persona, consapevole di sé e ricca della sua razionalità, sa procedere oltre se stessa, si scioglie dalla sua particolare individualità e realizza la sua libertà non nell’azione rivolta a uno scopo, non nell’affermazione di sé, ma nel superamento di questo stesso bisogno di autoaffermazione.

Quando un/una artista si dispone a produrre la sua opera, sono certamente in gioco la sua libertà, il progetto che ha in mente, il modello al quale tende. Ma durante la produzione perde progressivamente la consapevolezza, si dimentica di sé, è tutt’uno con quello che fa. Chi produce un’opera d’arte realizza la sua libertà ma nello stesso istante è dominato/a da una forza interiore oscura, da una potenza sconosciuta che orienta il pennello o la penna: l’infinito espresso in modo finito è la bellezza 3, nella quale si compie il mistero e si mostra la dea velata. Attraverso l’arte avviene il superamento del proprio io limitato; davanti all’opera d’arte, chi guarda si raccoglie in sé e intuisce la verità profonda della quale l’opera è testimonianza.

O voi, che cercate quanto vi è di più alto e di più perfetto nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza. 4

È di certo eccezionale che un essere umano sia autenticamente libero da sé, che sappia rivolgersi alle cose e alle persone senza farne strumenti di autoaffermazione, che le consideri per quello che esse sono e per la bellezza che possono esprimere. Perciò la figura del poeta viene a volte associata a quella di un viandante, che sogna una dimora ed è libero di costruirla ma che, avendola a disposizione, vi rinuncia per riprendere un viaggio solitario dentro di sé. La bellezza non tollera vincoli né aspettative. Si prova questo sentimento davanti a un’opera d’arte o a uno spettacolo naturale, quando tutta l’attenzione è concentrata in quell’oggetto, quando la mente viene portata altrove, in un’altra dimensione.

Mentre la conoscenza scientifica presuppone un rapporto tra il soggetto che conosce e l’oggetto che viene conosciuto, con l’arte, e in genere con la bellezza, viene meno quella separazione: il soggetto si identifica con l’oggetto e, per un istante, conta soltanto questa infinita armonia; chi guarda dimentica la sua volontà, si libera dalle condizioni della conoscenza e dell’azione. L’arte isola un oggetto singolo dal flusso delle cose reali, lo ferma in un punto dello spazio e del tempo, lo rappresenta nella sua universale verità: la propria gioia diventa “la gioia”, il proprio dolore diventa “il dolore”. In ciò sta la differenza tra la scienza e l’arte: la prima somiglia alle innumerabili agitate gocce della cascata, che sempre mutando non posano un attimo; la seconda al placido arcobaleno, che poggia su questo tumulto furioso. 5

Purtroppo il conforto dell’arte, il godimento disinteressato della bellezza, la pace della contemplazione presentano il limite del tempo: durano un attimo, una frazione di eternità non quantificabile e non comunicabile. L’attimo avviene nel presente, quando la mente davvero è libera da tutte le catene e le condizioni della vita quotidiana. Esiste la possibilità di dilatare quella frazione di eternità, di farne il valore portante della propria esistenza? È possibile fare della propria vita un’opera d’arte soltanto vivendo nel presente, dedicandosi interamente a ogni situazione nella quale si è, cogliendone la bellezza e impegnandosi perché essa si manifesti, perché si liberi da ciò che la nasconde.

Anche nell’amore, come in tutte le dimensioni della vita umana, vale forse la pena non desiderare il possesso esclusivo di una persona, ma porsi nei suoi confronti senza il “prima” e senza il “poi”: scegliere il presente significa negare valore al passato e al futuro, comporta la sospensione di ricordi e di speranze, di rimpianti e di attese. Vivere nell’attimo è semplicemente vivere, non in funzione d’altro o per raggiungere qualche scopo, ma esprimere la propria voglia di essere qui e ora, condizione perché l’attimo sia bello. 6

Tutto lascia credere che Diotima avesse ragione: lasciarsi sorprendere dalla bellezza può costituire una splendida occasione per iniziare un viaggio interiore verso la scoperta della verità, la quale va ben oltre “ciò che piace” e che conta solo per sé. Ma l’avventura non si esaurisce nella contemplazione della verità e, magari, nell’autocompiacimento! Non è possibile amare la bellezza e custodirla solo per sé. Se di autentica bellezza si tratta, è necessario condividerla, farsene testimone, diventarne il tramite. L’amore per la bellezza costringe a tornare nel mondo perché fa essere migliori, induce a credere che valga la pena rischiare in suo nome. Questo è l’unico amore che non tradisce, proprio perché il suo oggetto non ha contorni netti, non è legato al proprio egoismo, indica una direzione, sopravvive alle condizioni più dure perfino dentro la cella di un carcere.

Ieri, sabato, verso le 5 del pomeriggio, ero appoggiata a quella siepe che divide il giardinetto dal resto del cortile, prendevo il sole sulla schiena e guardavo verso oriente. In quel punto si accumulò nel fondo azzurro pallido del cielo una grande nuvola del più tenero grigio, sulla quale era diffuso una leggero chiarore rosato, e ciò per incanto creò tutto un mondo lontano infinitamente calmo, mite, tenero. Tutto era come un gentile sorriso, come un bel ricordo vago della prima infanzia, o come quando ci si sveglia al mattino con il sentimento gradevole di aver sognato qualche cosa di molto bello senza potersi più ricordare che cosa propriamente fosse. (…) Il mio sguardo rimase aggrappato a quella nuvola languidamente sorridente lassù lontano nel cielo: io stavo lì come ammaliata per incantesimo e pensavo a te e a tutti voi: ma non vi accorgete come è bello il mondo? 7

Anche le grandi azioni, quelle che possono costare la vita, sono possibili se si è in grado di guardare oltre, nel cielo. E allora si può scoprire che il cielo stellato non è fuori, ma dentro di sé.


Note

  1. Cfr. Platone, Simposio ↩︎
  2. Cfr. I. Kant, Critica del Giudizio ↩︎
  3. F.W.J. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale, Bari, Laterza, 1979, p.294 ↩︎
  4. F. Holderlin, Iperione, Milano, Feltrinelli, 1987, pp. 73-74 ↩︎
  5. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Bari, Laterza, 1979, p. 257 ↩︎
  6. Cfr. S. Kierkegaard, Diario del seduttore ↩︎
  7. Rosa Luxemburg, Lettere ai Kautsky, Roma, Ed. Riuniti, 1971, pp. 265-266) (Lettera a Luise del 15 aprile 1917) ↩︎

Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace – di Nora Racugno

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