“È molto bello, capisci, intenerirsi pensando al passato. Io, è vero, rimpiango i piatti fatti a mano, i mobili del falegname del villaggio, il tempo in cui ogni operaio poteva abbandonarsi alla propria fantasia e dare un tocco personale a qualsiasi oggetto di uso corrente. Al giorno d’oggi, per avere un simile piacere, bisogna essere un artista e firmare, cosa che personalmente detesto. Ma d’altra parte, sotto Luigi XV, sarei stato costretto a dipingere dei soggetti ben precisi. E l’aspetto più importante del nostro movimento mi sembra stia appunto nel fatto che abbiamo liberato la pittura dal soggetto. Posso dipingere dei fiori e chiamarli semplicemente “fiori”, senza che per forza abbiano una storia”.

Pierre-Auguste Renoir1


Non è facile scrivere un’impressione riassuntiva su Renoir. Il famoso regista Jean, suo figlio, asseriva questo: “Potrei scrivere dieci, cento libri sul mistero Renoir e non riuscirei a venirne a capo”2, ed essendomene anch’io accorto prima di leggere la sua frase, la ritengo assolutamente vera. Come quando ci accingiamo a osservare una foglia e la vediamo in una visione d’insieme che ci pare semplice, ma poi ci accorgiamo che in realtà la natura è incredibilmente complessa e misteriosa, nei quadri di Renoir, soprattutto quelli dell’ultima fase della sua vita, egli riesce a riassumere le sue esperienze in una maniera per lui naturale e spontanea: all’osservatore, a prima vista, appariranno dunque quadri semplici; non è una visione sbagliata, infatti, è proprio questo che lui voleva fare, qualcosa di semplice e ben fatto. Tuttavia, noi storici dell’arte siamo abituati (e obbligati) a scandagliare le opere per capirne le caratteristiche, e quando lo si fa con Renoir, si comincia a perdere di vista l’insieme. Sono perciò utilissime queste altre parole del figlio Jean:

“Renoir riconosceva la necessità insita nel mondo moderno di una ripartizione del lavoro fra specialisti, ma non la accettava per sé (…) Tutta l’opera di Renoir, carica di vitamine naturali, è un grido di protesta contro questo sistema; e anche la sua vita lo era. Il mondo di Renoir, è un tutto. Il rosso dei papaveri determina l’atteggiamento della giovane donna con l’ombrellino. L’azzurro del cielo si appoggia fraternamente sulla pelle del montone che copre il pastorello. I suoi quadri sono dimostrazioni di uguaglianza. Gli sfondi hanno la stessa importanza dei primi piani. Non sono fiori, volti, montagne, posti gli uni accanto agli altri, ma un insieme di elementi che si fondono, amalgamati da un amore più forte della loro diversità. (…) Nel suo mondo lo spirito si libera dalla materia, non ignorandola ma penetrandola. (…) L’albero trasformato in carta e poi in parole, porterà gli uomini verso la guerra, o verso la conoscenza di ciò che è bello e grande (…) Sotto i Cesari, molto lontano da Roma, un agitatore galileo è condannato alla crocefissione. E questo significa la caduta dell’Impero romano, la rivoluzione universale, il canto gregoriano e la cattedrale di Chartres”3.

Nato in una famiglia povera (suo padre faceva il sarto), ma con ricchi ideali, e vissuto per molti anni lottando per il pasto giornaliero, divenne poi ricco; ma cercò di non farsi sopraffare. Per esempio, saggiamente riteneva che “le comodità offerteci dal progresso ci facciano perdere l’uso dei sensi, come l’automobile ci fa perdere quello delle gambe”4. Renoir è per questi e per altri motivi giustamente chiamato il pittore della gioia di vivere. Egli stesso infatti considerava inopportuno per un artista mostrare le cose brutte, in quanto doveva semplicemente migliorare la vita, come un sapiente artigiano fabbrica un oggetto utile (si riteneva infatti un “operaio della pittura”, e preferiva di gran lunga ritenersi un “borghese” rispetto a un “intellettuale”5). Inoltre, essa doveva avere significati semplici, privi di finti sentimentalismi; e preferiva i bei paesaggi assolati e primaverili a quelli invernali, non apprezzando la neve, che considerava la morte della natura. Inoltre, amava dipingere donne nude, spesso in carne come le Veneri dei secoli passati o ninfe come quelle di uno dei suoi massimi capolavori, degno di Raffaello, “Le grandi bagnanti”, 1884-1887 (fig. 1). Nei suoi dipinti osserviamo sempre, oltre ai ritratti e alle nature morte, famiglie gioiose coi loro bambini, scene quotidiane, paesaggi idilliaci, e luci che, date alla sua maniera, creano chiazze più o meno luminose con un colore molto brillante.

Fig. 1. Le grandi bagnanti, 1884-1887, Filadelfia, Museum of Art.

Pur mostrando quasi esclusivamente la bellezza e la felicità, sapeva bene che la vita è un corso, e ripeteva spesso che, come un “turacciolo”, dobbiamo lasciarci trasportare dalla corrente, dando occasionalmente un colpo di timone a destra o a sinistra6. Incredibile vedere i suoi quadri degli ultimi venti anni, sapendo che aveva le mani completamente rattrappite da una particolare forma di artrite fulminante che quasi lo paralizzò completamente e lo costrinse sulla sedia a rotelle; ma continuò a fare quel che sempre aveva voluto fare. Così facendo realizzò dipinti bellissimi, sculture, porcellane e ceramiche come quelle che dipingeva da giovane, e altro. Trovò inoltre la casa che per una vita aveva cercato: Les Collettes, una villa acquistata per salvare il suo parco di ulivi centenari dalla distruzione. In questo paradiso nei pressi di Cagnes sur Mer, luogo ovviamente diverso da com’è oggi, all’epoca più semplice e lontano dalla folla, egli poté realizzare gli ultimi suoi capolavori, e focalizzare la sua attenzione sulla dolcezza e la bellezza delle forme umane (quasi sempre femminili), degli animali e dei paesaggi dei suoi luoghi preferiti, nella loro irregolarità, esaltandoli con luci solari.

È impossibile capire Renoir se lo si accosta soltanto all’Impressionismo. Renoir era già prima un classicista, apprezzava infatti la pittura di Ingres, anche perché fu allievo di Charles Gleyre (come i suoi grandi amici Sisley, Bazille e Monet). Si ispirava poi anche ad altri pittori, come il fiammingo Rubens, il rococò Boucher e il romantico Corot, per fare alcuni esempi; e molti anni dopo si scoprì grande ammiratore di Raffaello durante il suo importantissimo viaggio in Italia del 1881-1882: fu proprio a Firenze, di fronte alla “Madonna della Seggiola” (1513-1514, Galleria Palatina) che iniziò a rivalutarlo completamente, pur essendo egli considerato antitetico agli ideali degli Impressionisti, in quanto pittore di temi storico-classici7.

Anche in questo sta il “mistero” Renoir: egli capì bene la grandezza di artisti antichi, e si vede nei suoi quadri dell’ultimo periodo, che talvolta richiamano perfino gli affreschi di Pompei o la mitica arcadia. Ma, insieme a ciò, è giustamente uno dei principali Impressionisti, in quanto nessuno può negare quanto egli fosse interessato all’immediatezza di realizzazione, agli studi sulla luce, all’analisi del suo quotidiano. Proprio negli ultimi anni della sua fase impressionista, infatti, nascono i suoi massimi capolavori, dopo i quali si assiste ad una crescita secondo me esponenziale, nel riconoscimento di uno stile proprio.

Non c’è una data precisa, ma probabilmente la svolta del pittore avvenne attorno alla fine del 1879, quando conobbe la modella che poi diverrà la sua amatissima moglie, Aline Charigot. Anche negli anni precedenti realizzò dei grandi capolavori (per es. “La zingara”, 1869, fig. 2, o il famoso “Al Moulin de la Galette”, 1876), però quelli del Renoir maturo secondo me sono i più raffinati, e si osservano dopo il 1879, per esempio nella straordinaria “Colazione dei canottieri”, 1881, fig. 3; nella serie dei “Balli” (1882 circa, per es. “Il Ballo in campagna”, fig. 4) e poi nelle “Grandi Bagnanti” (1884-1887, fig. 1), e in tutti quelli a seguire. In molti di questi dipinti c’è Aline. Nel suo caso, come spesso succede, l’amore ha fatto sbocciare qualcosa di grande.

Fig. 2. Ragazza seduta all’aperto (La zingara, o D’estate), 1869, Berlino, Nationalgalerie.
Fig. 3. Colazione dei canottieri, 1881, Washington, Phillips Collection.
Fig. 4. Il ballo in campagna, 1882-1883, Parigi, Musée d’Orsay.
Fig. 5. Gabrielle e Jean, 1895-1896, Parigi, Musée de l’Orangerie.

Da lì in poi, Renoir realizza tantissimi quadri con maestria e semplicità assoluta, dolcissimi (come questo, del 1895-1896, “Gabrielle e Jean”, Musée de l’Orangerie, fig. 5). Disperde bozze regalandole agli amici, studia continuamente la luce, non passa giorno senza dipingere, senza fermarsi neanche quando la malattia lo colpisce duramente. Realizza composizioni con immediatezza di esecuzione e colori stesi con un occhio incredibilmente attento alle luci, nei quali si assiste ad un procedimento inverso alla gran parte degli Impressionisti: ricerca la rotondità dei corpi, quasi come se volesse “scolpire” su un quadro, non preoccupandosi più dei particolari, lasciando tutto all’istinto. Dove Cezanne, suo amico, portò l’Impressionismo alle soglie dell’astrattismo, egli cercò invece di ricondurlo alla plasticità delle forme.

Renoir riuscì a fondere il nuovo stile con la tradizione classica, e, nello stesso tempo, fu uno degli Impressionisti che più si proiettarono nel futuro, ispirando in maniera differente De Chirico, il primo Picasso, e altri. Sembra infatti che Manet abbia richiesto al pittore Fantin Latour, per il suo celebre dipinto “L’atelier di Batignolles” del 1870, di collocare vicino a sé proprio Renoir8, all’epoca un pittore promettente, ma ancora agli inizi. Manet ha sempre avuto uno sguardo acutissimo, e giustamente aveva forti simpatie e fiducia in lui. Il motivo è in parte in queste parole: “Bisogna sempre restare il padrone, e fare quello che diverte”, diceva Manet9, e infatti Renoir ha sempre dipinto per divertimento10, ma, nel suo caso, in una maniera più fatalista. Egli, come si è detto, sosteneva infatti che nella vita dobbiamo lasciarci trasportare dalla corrente del fiume. Provare a farlo osservando i dipinti dei veri maestri “artigiani” come lui è infatti una bella sensazione. C’è un ché di filosofico nelle sue opere, in particolare della seconda fase (dopo il 1880), che è bellissimo, perché, come si legge nella frase introduttiva, non viene da un concetto, da una storia o da un’idea o pensiero, ma è universale, ancestrale, e perfettamente naturale.

Bibliografia: Fra i molti libri su Renoir, alcuni qui citati, consiglio vivamente Jean Renoir, Renoir, mio padre, Adelphi Edizioni, Milano 2015 (prima ed. Librairie Hachette, 1962), molto bello e divertente, e pieno di informazioni molto utili.



Note

1 Brano da Jean Renoir, Renoir, mio padre, Milano, Adelphi, 2015, pp. 171-172.

2 Id. p. 33.

3 Id. p. 230.

4 Oltre a ritenere lo smog un veleno, già alla sua epoca: Id., p. 172. Non amava neanche la bicicletta, per quanto la utilizzasse.

5 Id., p. 215.

6 Cfr., per es., Id., p. 75.

7 “La plus libre, la plus solide, la plus merveilleusement simple et vivante qu’il soit possible d’imaginer […] touchante expression de tendresse maternelle!”: cfr. Giuseppe Di Natale, Renoir e le fonti italiane del passato, in “Renoir, l’alba di un nuovo classicismo. Mostra di Rovigo, Palazzo Roverella 25 Febbraio – 25 giugno 2023”, a cura di Paolo Bolpagni, Milano, Silvana Editoriale, 2023, pp. 43-49, speciatim p. 46.

8 Cfr. John Rewald, La storia dell’Impressionismo. Rievocazione di un’epoca, Milano 1976, pp. 177-178.

9 Per la foto del celebre dipinto, cfr. un mio precedente articolo su Edouard Manet su questa rivista (SPECIALinguaggi n. 13, dicembre 2023).

10 “Se non mi divertissi, non dipingerei!”: disse da giovane al suo maestro Gleyre. Cfr. Renoir, Renoir, mio padre, p. 103.

“Impressioni” su alcuni dei primi Impressionisti – Pierre-Auguste Renoir, moderno artigiano e filosofo antico – di Fabrizio Bianchi

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Un pensiero riguardo ““Impressioni” su alcuni dei primi Impressionisti – Pierre-Auguste Renoir, moderno artigiano e filosofo antico – di Fabrizio Bianchi”

  1. Molto bello ed interessante questo articolo di Fabrizio Bianchi, con il quale mi complimento. Tra gli impressionisti, posso affermare che Renoir sia il pittore che prediligo. Infatti sopra il mio pianoforte ho appeso le riproduzioni fotografiche dei dipinti “Jeunes filles au piano” e “Danse à la ville”, acquistati anni or sono al Musée d’Orsay. Talvolta penso come Renoir sia riuscito ancora a dipingere molti meravigliosi soggetti con quella devastante artrite reumatoide. Si potrebbe affermare che “quando la passione s’impossessa dell’Essere umano” questa riesce persino a lenire i dolori? In determinati casi, forse sì. Grazie di cuore per detto contributo artistico.

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