Immagine: Antigone prova a seppellire Polinice, olio su tela di Jean-Joseph Benjamin-Constant, 1868.



Abstract

L’Antigone di Sofocle è un dramma moderno per i suoi contenuti, per i temi trattati, per i pensieri che vengono espressi. Lo Stato, la politica, le leggi che vengono emanate sono ancora oggi questioni lasciano increduli e sgomenti. A prescindere dai regimi che governano i diversi Stati, nel mondo vengono combattute quotidianamente piccole o enormi battaglie la cui vera matrice è sconosciuta al cittadino. Dalla vicenda di Antigone è dunque possibile trarre spunto per tornare a ragionare sui principi del giusnaturalismo, quelli secondo i quali la coscienza e il senso della giustizia dovrebbero, almeno in parte, poter prevalere rispetto agli interessi politici ed economici di ogni paese. In questo saggio, si immagina l’arringa di un avvocato contemporaneo che tenta l’impresa disperata di difendere davanti a Creone e al popolo di Tebe la sventurata principessa.



Certo, il concetto di religione è troppo ampio e variegato per rientrare in questa breve riflessione, ma limitandoci al solo pensiero della coscienza popolare, possiamo forse rinvenire molti spunti relativi a recenti avvenimenti storici che hanno ben poco a che vedere con l’intima coscienza dell’individuo. Antigone rispetta il principio naturale del neminem laedere e, con atto eroico, rende onore al proprio caro fratello defunto, dandogli degna sepoltura. Ecco, dunque, che la libertà di pensiero e dell’agire – semmai non civico, ma civile – ci riporta ad un contesto di attualità. Sofocle, nella sua tragedia, è moderno. Meno moderno, o forse solo poco di moda, il principio di visceralità che caratterizza il rapporto tra i fratelli e il sincero rispetto per la famiglia, al di sopra di ogni cosa. L’Antigone invoglia il lettore a riflettere anche su questo punto, aiutando la ricerca del proprio sentire interiore, accantonando per un attimo quello dell’apparire senza sentimento.

Ricordiamo brevemente il tema del dramma sofocleo. Antigone rende giustizia alla propria famiglia dando degna sepoltura al fratello Polinice, morto in battaglia contro l’altro fratello Eteocle durante un assedio alla città di Tebe, governata da quest’ultimo illecitamente. Con tale gesto, la protagonista della tragedia sfida il re Creonte e le sue leggi tiranniche che imponevano di lasciare insepolto il cadavere di Polinice. L’atto è compiuto in solitudine e davanti all’occhio vigile delle guardie del Re. Nessuno è al suo fianco, nemmeno la sorella Ismene, troppo timorosa per trasgredire una legge della città, anche se questa è contraria alla propria coscienza. Il destino di Antigone è, sin dall’inizio, segnato, quantomeno per quanto riguarda la sua vita terrena, perché, al cospetto degli dèi, ella sarà in eterno ricompensata per tale nobile gesto. Meno prevedibile è il destino di Creonte che comprende la fragilità delle proprie leggi e dell’ordine cittadino da esse garantito. L’ostinata difesa dei propri decreti sarà causa della perdita della propria moglie e del proprio figlio.

Nella tragedia di Sofocle, il principio della gerarchia, ostinatamente perseguito sia per quanto riguarda il diritto sia per quanto riguarda gli affetti, si manifesta in tutte le sue contraddizioni, lasciando alla fine lo spettatore senza una risposta. La vicenda di Antigone rappresenta, per chiunque abbia studiato giurisprudenza, una sfida formidabile: da un lato la legge dello Stato, dall’altra i dettami della coscienza. Poiché, fin dall’inizio dei miei studi, ho sempre parteggiato per questi ultimi, assumo con orgoglio e convinzione la difesa della sventurata principessa tebana. Ed ecco la mia arringa:

Mi rivolgo a Voi, Mio Re.

Avete fatto condurre nanti a Voi, per essere giudicata al cospetto del popolo di Tebe, questa donna, Antigone, per aver violato una legge della nostra città, una delle leggi che Voi, Maestà, avete inteso promulgare.

Questa la regola: il nemico che ha combattuto contro Tebe non ha il diritto dell’onore della sepoltura e la sua salma dovrà giacere a terra ed essere oggetto del pasto dei cani e degli uccelli; morte per chi si opponga alla legge!

Nel corso di questo dibattimento, abbiamo potuto escutere le guardie che hanno constatato la condotta e individuato l’autore; non vi è dubbio sulla loro genuinità e sincerità, tutto il popolo ne è testimone.

Abbiamo poi potuto sentire le dichiarazioni di Ismene che, previamente informata dalla sorella Antigone in merito al Suo intento, ha così espresso, e cito testuali parole: “Se i decreti del principe e il potere trasgrediremo, della legge a scorno. Ed anche a ciò convien pensare: femmine siamo e non tali da lottar con gli uomini; e obbedir dobbiam dunque ai loro ordini, e se fosser più duri. Io, dunque, ai morti chiedo perdono, poi che son costretta, e ai potenti obbedirò”.

È chiaro che Ismene qui confessa di essere animata dalle leggi degli dèi, ma pur riconoscendole superiori, non ha il coraggio di contravvenire a quelle di Tebe perché la pena per queste è immediata e non ultraterrena.

È stato infine sentito Emone, Vostro figlio, Maestà, il quale, con grande scoramento, ha riferito di averVi parlato e, seppur a Voi legato da immensa stima e reverenza, Vi ha così implorato, e qui cito nuovamente testuali parole: “La città commisera questa fanciulla, immacolata più di ogni altra donna, e che compiuta ha l’opera più nobile, e in cambio ne riceve la più misera morte. Essa il fratello, che nel suo sangue cadde, non lasciò che dai cani voraci e dagli uccelli fosse distrutto: non è dunque degna di essere coperta d’oro?”.

Allora, non Vi pare di riconoscere nelle parole di Vostro figlio l’invito ad attribuire ad Antigone la scriminante di aver agito in adempimento di un dovere superiore?

Dunque, Antigone è stata colta a dare sepoltura a un nemico di Tebe che ha mosso assedio alla città. Questi era Polinice e Antigone gli era sorella. Da sola e con coraggio ha coperto le povere spoglie con la sabbia del terreno sul quale egli ha dato battaglia.

Per questo delitto, seppure la legge preveda la pena capitale, nella Vostra grande magnanimità avete concesso di commutare la pena inflitta alla promessa sposa di Vostro figlio Emone nella detenzione a vita dell’incriminata. Certo, la mia patrocinata Vi deve riconoscenza per questo gesto di clemenza; mi corre però l’obbligo di enunciare che Antigone ha agito perché animata dal rispetto di leggi poste al di sopra di quelle terrene, le leggi non scritte degli dèi.

Il popolo di Tebe, Maestà, conosce e rispetta le Vostre leggi e quelle dei Vostri predecessori, così come ha sempre fatto Antigone che Vi è nipote e Voi ben sapete quale sia la diligenza con cui ella ha sempre dato lustro alla Vostra famiglia per rettitudine morale e civile.

Abbiamo visto come il gesto criminale abbia giustamente suscitato la Vostra collera in quanto gesto di ribellione del popolo contro la massima autorità.

Solo dopo aver individuato Antigone come autrice dell’illecita condotta, ci siamo posti il dilemma circa l’ambiguità del rapporto tra le Vostre leggi e quelle superiori degli dèi.

Sappiamo, e lo vogliamo enunciare chiaramente, che le leggi positive, quelle del potere temporale e terreno, sono indispensabili, fondamentali e imprescindibili per una civiltà come la nostra. Sono la manifestazione del grande potenziale dell’uomo. Potenziale che sfocia nella realizzazione di opere di immenso ingegno, ma può anche volgersi al male. Ci stiamo dunque chiedendo oggi se la condotta di Antigone sia veramente criminale o se possa dirsi scriminata perché tenuta in obbedienza a una legge superiore.

Per tentare di trovare una risposta al nostro quesito, dobbiamo ricordare che la mia patrocinata non ha negato la propria condotta, nemmeno ha negato di conoscere la legge. Dunque, la scelta di tenere una condotta conforme al precetto vietato è da imputarsi a una scelta volontaria e non a distrazione, colpa, leggerezza o negligenza.

Non sto tessendo l’accusa di Antigone, sono consapevole di essere chiamata a difenderla. Ecco perché voglio sottoporre all’attenzione di Vostra Maestà un paragone per illustrare il concetto di elemento soggettivo del delitto e della scriminante dell’aver agito in adempimento di un dovere.

Ecco a Voi l’esempio. Forse, mio Re Creonte, è possibile che un figlio debba attenersi al precetto dato dal padre anche disobbedendo alle leggi del Re? Beh, no! Certo che non deve farlo. La legge del Re di Tebe è cogente per tutti i cittadini, prima di tutti per il padre di questo ragazzo. Entrambi loro dovevano rispettare la legge del Re e il precetto del padre è di secondo rango. Vi è una gerarchia nelle fonti dei diritti, che stabilisce quali siano i più importanti degli altri. Certamente le leggi del padre valgono all’interno della casa, ma la città è soggetta a leggi di rango gerarchico superiore: le Vostre, Maestà. Tuttavia, Vi è una gerarchia di leggi che superano le Vostre. Antigone altro non ha fatto che rispettare la legge. Però la legge naturale, quella sulla quale si fonda anche il potere del Re. Non sono forse gli dèi a volere che Creonte sia il nostro Re? Dunque, tutti siamo soggetti alle leggi degli dèi.

La legge degli dèi impone ad una sorella di dare degna sepoltura al fratello defunto. E difatti Antigone, non si è fermata di fronte al divieto posto dalla legge positiva, e ha adempiuto al dovere dettato dagli dèi, dovere che ella si sentiva interiormente obbligata a adempiere, proprio in quanto sorella di Polinice, nonostante egli abbia tradito Tebe ed il suo Re, muovendo guerra contro di Voi.

È qui che sorge il dilemma. Le leggi divine non sono scritte e non sono tramandate all’interno della famiglia, non sono proclamate o pubblicate, eppure muovono il nostro spirito con ancora più forza di queste.

Vostra Maestà, potete leggere negli occhi dei Vostri sudditi, qui presenti, lo sconforto. Si tratta di un sentimento animato dall’impotenza che provano di fronte all’incapacità di scegliere quale legge sia da rispettare: la legge dell’uomo, ossia quel diritto positivo che ci ha consentito di dotarci di un esercito e di una forza economica tali da assicurare l’egemonia e di creare un apparato amministrativo efficiente e che assicura ai cittadini di ottenere ristoro per le ingiustizie patite; oppure la legge degli dèi che può essere definita come legge naturale. Questa è la legge che regola ogni atto umano, ogni affetto. La legge sulla quale sorgono i sentimenti che consentono a delle genti di unirsi in popolo perché accomunate dalle medesime leggi naturali, dai medesimi sentimenti. Prima ancora, è la legge conforme alla giustizia in quanto la legge che se ne discosta non est lex sed corruptio legis.

Nel caso che ci occupa, posso affermare che non è stata fatta giustizia; la condanna che Voi avete inflitto ad Antigone è non solo ingiusta perché contraria al diritto naturale imposto dagli dèi, ma, avendo applicato una pena più severa sol perché Antigone è “femmina”, è anche contraria al concetto di uguaglianza tra uomo e donna e pertanto la Vostra sentenza è antigiuridica [cfr. Rechtsphilosophie, pp. 336-353].

Se ci chiediamo chi ha il potere di stabilire quale condotta sia giusta e quale non lo sia, la risposta del popolo è: “Voi, Maestà”. Ciò solo perché siete Voi a comminare le sanzioni e le pene. Le Vostre leggi vanno ubbidite, non in quanto giuste, ma in quanto assistite del potere esecutivo. Con queste parole potrete comprendere il significato di quanto affermato da Ismene.

Anche Vostro Figlio Emone ha invano richiamato l’alto concetto dell’Intelletto umano riferendo a questo le scelte di Antigone, nel tentativo di proporVi un differente discernimento. Eppure, siccome le Vostre leggi sono per Voi perentorie, Voi non vi siete discostato da esse.

Il popolo di Tebe, comprese le Vostre guardie, si sente vicino ad Antigone e si comprende che la vorrebbe libera. L’ultima parola, malauguratamente per ella, non può certo spettare loro.

Se è vero che le ragioni di Stato debbono prevalere sugli affetti, e che la disobbedienza è foriera di gravi sanzioni perché orientata all’anarchia ed al disordine, nella presente fattispecie non si tratta solo di affetti: si tratta della volontà degli dèi e delle sventure che colpiscono a un livello più alto, quello spirituale, chi si oppone; si tratta del conflitto tra leggi naturali di alto rango. La dignità della sepoltura è ciò che accompagna i nostri defunti al cospetto degli dèi, è l’ultimo passo della vita di un uomo, e ciò è ancor più rilevante in quanto l’uomo in questione era il fratello dell’imputata, unico consanguineo in favore del quale andava garantito questo diritto, secondo il giusto pensiero di Antigone. E ciò, in quanto essere umano a Lei vicino, assolutamente insostituibile ed irreplicabile.

Altro non occorre argomentare. Concludo questa arringa chiedendo la completa assoluzione di Antigone. La legge da Voi applicata è ingiusta, in aperta violazione di quelle di grado ben superiore al Vostro, contraria al principio di uguaglianza, mero frutto di un’imposizione, a tratti contradditoria e illegittima. In quanto tale, la Vostra norma non merita di essere considerata valida e dunque ubbidita.

Andrà comunque riconosciuto che difetta l’elemento soggettivo del reato in capo ad Antigone che deve ritornare immediatamente libera, senza l’adozione di alcuna reprimenda. Non si ravvisa nemmeno un grado di pericolosità sociale tale da indure ad assumere misure di sicurezza verso la prevenuta in quanto il defunto era parente unico e irripetibile di Antigone.

Deliberato a porte chiuse il proprio verdetto, Creonte rientra nel salone e fa riaccompagnare nanti a sé Antigone e il suo difensore: conferma la condanna dell’imputata, mentre in pasto ai cani verrà mandato l’avvocato, per aver usato parole tanto improvvide e avverse al volere del Re, con una difesa troppo faziosa e meramente astratta.

La giustizia ha fatto il suo corso, tuttavia, con un epilogo per lo stesso Creonte che ha tutto il sentore di una condanna divina. Mi chiedo, dunque, se per il re sia stato proficuo porre la propria condotta in rispetto ai precetti naturali solo dopo aver legiferato in contrapposizione a questi. Forse le leggi naturali avrebbero dovuto governare le decisioni di chi legifera? Il quesito non può trovare soluzione perché non tutti i precetti morali possono prevalere su quelli positivi.

Una cosa è certa: dalla condanna di Antigone sono conseguite la morte di Antigone stessa, di Emone, figlio del Re, e di Euridice, moglie del Re. Dunque, la pena di morte consegue tanto alla violazione della legge naturale quanto alla violazione di quella positiva. Possibile una più grande contraddizione?

Il popolo di Tebe vede ora Creonte, in preda allo sconforto, invocare la morte per sé stesso e si interroga sul potere del singolo individuo dinnanzi a chi tiene le redini dell’umanità intera.



Bibliografia essenziale

Sofocle, Anouilh, Brecht, Antigone. Variazioni sul mito, a cura di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2000.

Antigone e la filosofia, a cura di Pietro Montani, Roma, Donzelli, 2017.

Gustav Radbruch, Rechtsphilosophie, Stuttgart, Koehler, 1950.



 Difesa di Antigone
Una giovane avvocatessa difende Antigone davanti al re Creonte e ai nobili di Tebe, immagine originale elaborata con IA.
Antigone: un dramma sempre attuale – di Alice Aricò

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