Abstract
Il saggio analizza l’impatto di “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun sul percorso accademico, professionale e di attivista dell’autrice. Questo libro, sebbene in apparenza semplice, introduce riflessioni profonde sul razzismo, evidenziando come esso non sia solo una serie di atti isolati, ma un sistema strutturato che permea la società. Ben Jelloun, attraverso il dialogo tra padre e figlia, propone una visione decoloniale in cui tutte le culture meritano uguale dignità e rispetto. Questa prospettiva ha spinto l’autrice ad approfondire il femminismo nero e intersezionale, che considera come le oppressioni legate a razza, genere, classe sociale si intersechino, creando esperienze complesse e sovrapposte di discriminazione. Il linguaggio emerge come un potente strumento trasformativo: attraverso le parole si possono riconoscere e valorizzare le differenze, sfidare le narrazioni dominanti e favorire la costruzione di una società più inclusiva.
La scuola rappresenta un periodo fondamentale nella vita di ciascuno, un momento in cui si pongono le basi non solo delle conoscenze, ma anche delle future scelte di vita e professionali. Molte delle letture e degli argomenti affrontati durante questi anni lasciano un segno profondo, influenzando il modo di pensare e, in alcuni casi, orientando il nostro percorso di crescita personale e lavorativa. Uno dei testi che ha avuto un impatto decisivo nella mia formazione è stato Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahar Ben Jelloun,[1] un’opera che ha contribuito a definire il mio impegno come attivista e il mio lavoro di operatrice in un Centro interculturale in qualità di insegnante di lingua italiana in un progetto di accoglienza SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) per richiedenti e beneficiari di protezione internazionale.
1. Un testo semplice ma potente: introduzione al tema del razzismo
Il razzismo spiegato a mia figlia può sembrare inizialmente un libro semplice, con un linguaggio accessibile e pensato per studenti delle scuole medie o dei primi anni delle superiori. Tuttavia, dietro questa apparente semplicità, si cela una ricchezza di riflessioni che gettano le basi per una comprensione più ampia e articolata del razzismo, che viene affrontato attraverso le domande spontanee e dirette di una bambina e le risposte chiare e incisive di un padre. Questo dialogo consente di esplorare concetti come quello di pregiudizio, privilegio e oppressione, introducendo così le dinamiche complesse del razzismo individuale e istituzionale.
Per me, questo libro – letto per la prima volta durante l’ultimo anno delle scuole medie – è stato una finestra per comprendere una realtà di oppressione che si articola su più livelli. L’idea che il razzismo non sia soltanto un insieme di atti isolati, ma un sistema strutturato, che pervade ogni ambito della società, è stata fondamentale per sviluppare il mio successivo interesse per temi legati alla giustizia sociale, alla dignità umana e alla lotta contro le discriminazioni. Questi argomenti hanno iniziato a prendere forma e a essere approfonditi durante il mio percorso accademico in Scienze filosofiche.
2. Influenza del testo sul mio lavoro e attivismo
Il razzismo spiegato a mia figlia è uno dei libri che ha influenzato il mio modo di relazionarmi con gli altri poiché l’ho recepito come un invito ad aprirmi alla diversità. In una società sempre più multiculturale, il riconoscimento e la condivisione sono indispensabili per creare un ambiente di scambio reciproco utile a favorire l’inclusione sociale. Il libro invita a esplorare, conoscere e valorizzare ogni cultura, e promuove una visione che non pone l’Occidente al centro, ma che abbraccia una prospettiva decoloniale, in cui nessuna cultura è superiore a un’altra e tutte meritano uguale dignità e legittimazione.
Nel mio lavoro, mi trovo quotidianamente immersa in una realtà in cui il dialogo è essenziale; esso si basa sulla capacità di ascoltare, comprendere e supportare le esperienze altrui, riconoscendo la ricchezza che la diversità porta con sé. L’opera di Ben Jelloun insegna che la differenza non è un ostacolo, ma un’opportunità per ampliare i nostri orizzonti e costruire una società più accogliente.[2]
Anche il mio percorso nell’attivismo femminista è stato ispirato da questa visione, spingendomi a esplorare la complessità delle differenze attraverso il femminismo nero e intersezionale. Tale prospettiva esamina come vari livelli di oppressione – tra cui razza, classe sociale, genere, disabilità e religione – si intersechino, creando esperienze multiple e spesso sovrapposte di assoggettamento. Comprendere tali livelli di oppressione è fondamentale per affrontare le sfide contemporanee in modo critico e consapevole.[3]
Per questo motivo, mi sono avvicinata a testi come quelli della filosofa e attivista Angela Davis e della scrittrice bell hooks. Queste autrici, proprio come Ben Jelloun, esplorano la condizione dell’altrә in società dominate da strutture di potere che tendono a silenziare le voci di chi si trova ai margini. Angela Davis ha evidenziato il legame intrinseco tra razzismo, sessismo e capitalismo, sottolineando l’importanza di una lotta collettiva e inclusiva che tenga conto delle diverse esperienze e identità.[4] bell hooks esplora il concetto di margine in diverse opere, proponendo una nuova visione che mette in luce la dignità e la resistenza di chi costantemente viene etichettato come “inferiore”.[5] Nel suo saggio Ain’t I a Woman?,[6] bell hooks afferma che le donne nere, spesso escluse dai discorsi dominanti sul femminismo e sull’uguaglianza, rivendicano con forza il loro diritto di esistere.
3. La banalità del razzismo e il ruolo del linguaggio
Due punti del libro mi colpirono significativamente, introducendomi a riflessioni più profonde. La prima riguarda l’affermazione di Ben Jelloun secondo cui il razzismo è banale:
Non dire mai “non è poi così grave!”. Se uno lascia correre e lascia dire, permette al razzismo di prosperare e di svilupparsi anche tra le persone che avrebbero potuto facilmente evitare di abbandonarsi a quel flagello. Se non si reagisce, e non si agisce, si rende il razzismo banale e arrogante.[7]
Questo concetto si può collegare alla teoria della “banalità del male” di Hannah Arendt, che sottolinea come il male, quando normalizzato e accettato dalla società, possa assumere forme quotidiane e apparentemente inoffensive.[8] Allo stesso modo, il razzismo, spesso nascosto dietro piccoli gesti, parole e atteggiamenti che vengono considerati innocui, può diventare una presenza pervasiva e corrosiva nelle relazioni umane e nelle strutture sociali. È fondamentale, quindi, sviluppare una coscienza critica e attiva, rifiutando di normalizzare le discriminazioni e impegnandosi a promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione. Questa banalità del male erode gradualmente la capacità di pensare, privando gli individui di empatia e della consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Secondo Arendt, il non pensare, non sapere, non ricordare e non decidere autonomamente sono le basi su cui si fonda la capacità diffusa di compiere il male quotidiano. Anche oggi, come allora, fatichiamo a riconoscerlo, spesso celato dietro le sembianze di quella che si può considerare normalità. Questa interconnessione tra le due teorie sottolinea l’importanza di non sottovalutare il potere delle parole e delle azioni, affinché non diventino strumenti di perpetuazione della discriminazione.
La seconda riflessione riguarda l’uso della lingua, in quanto Ben Jelloun afferma che “la lotta contro il razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio”.[9] In qualità di insegnante di lingua italiana L2, considero il linguaggio non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come strumento di trasformazione. La lingua diventa infatti un terreno di confronto dove si afferma e si riconosce la propria identità. Attraverso le parole si sfidano le narrazioni dominanti, si rompe un silenzio imposto e si reclama uno spazio di esistenza e visibilità. Molte parole diventano atti di affermazione, dichiarazioni di esistenza contro la marginalizzazione e l’oppressione.
Ben Jelloun ci ricorda la duplice natura del linguaggio: da un lato può ferire, umiliare e diffondere odio, dall’altro ha il potere di costruire ponti, creare relazioni umane e promuovere valori inclusivi. La lingua non è mai neutra: è potenza e atto, azione e resistenza. Attraverso il linguaggio possiamo trasformare il pensiero e dare dignità alla pluralità di voci ed esperienze. Esso consente di esplorare e valorizzare le differenze culturali, storiche e sociali impedendo che vengano appiattite o negate. In questo modo, si creano opportunità per cambiare le prospettive, influenzare la cultura e favorire un dialogo autentico e una comprensione reciproca.
Note
[1] Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, trad. it. Egi Volterrani, Milano, Bompiani, 2007; prima edizione francese Le Racisme expliqué à ma fille, Paris, Éditions du Seuil, 1998. Tahar Ben Jelloun (1944) è uno scrittore e poeta marocchino con cittadinanza francese. Attualmente vive a Parigi, dove continua a dedicarsi a una prolifica carriera letteraria. Tra i riconoscimenti ricevuti, Ben Jelloun è stato anche candidato al Premio Nobel per la letteratura, a testimonianza del suo impatto sulla scena culturale e letteraria internazionale.
[2] Cfr. T. Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, cit., pp. 61-64.
[3] Cfr. Françoise Vergès, Un femminismo decoloniale, trad. it. Gianfranco Morosato, Verona, Ombre corte, 2020, p. 12.
[4] Cfr. Angela Davis, La libertà è una lotta costante, trad. it. Valentina Salvati, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 117.
[5] Cfr. bell hooks, Elogio del margine, trad. it. e cura di Maria Nadotti, Tamu, Napoli, 2020, pp. 28-41.
[6] bell hooks, Ain’t I a Woman? Black Women and Feminism, Boston, MA, South End Press, 1981. Questo è il primo saggio di bell hooks (1952-2021), in cui l’autrice analizza l’intersezione tra razza e genere. Il titolo è ripreso da un famoso discorso di Sojourner Truth, evidenziando la lotta delle donne nere contro l’oppressione e l’importanza di una prospettiva intersezionale nel femminismo.
[7] T. Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, cit., p. 66.
[8] Cfr. Annarosa Buttarelli, Bene e male sottosopra. La rivoluzione delle filosofe, Roma, Tlon, 2023, pp. 61-71.
[9] T. Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, cit., p. 65.

