Le nostre valigie logore stavano di nuovo
ammucchiate sul marciapiede; avevano
altro e più lungo cammino da percorrere.
Ma non importa, la strada è vita.
Abstract
Critica alla società capitalistica del boom economico, viaggi, stile di vita bohemien e musica: “Sulla strada” ha affascinato generazioni e generazioni di giovani. L’opera, però, non è solo questo: è soprattutto un romanzo formativo. Un testo che gli/le insegnanti fanno leggere per soddisfare appieno il vero obiettivo che le scuole dovrebbero avere: formare non tanto dei lavoratori, ma dei cittadini liberi e autonomi. Un libro che ha cambiato la vita dell’autrice e che, nonostante i suoi anni, risulta essere sempre attuale per la sua capacità di narrare l’irrequietezza giovanile.
1. Scoperte
Sulla strada di Jack Kerouac fu per me un’illuminazione.
Ho sempre amato leggere e, quando i professori e le professoresse ci riempivano di libri di narrativa per le vacanze estive, non ho mai avuto qualcosa di ridire: era benzina per il fuocherello della mia anima adolescente.
Le vicende di quel libro erano così lontane da me. Ero ancora troppo piccola per viaggiare liberamente, non mi sono mai data agli stravizi e non ho mai fatto pazzie. In quell’opera, però, ci ritrovai qualcosa che non sapevo allora spiegare e che mi portò a divorare tutti i libri di Kerouac e a chiamare con il suo nome il mio gatto. Era un’inquietudine, qualcosa che mi faceva venire il magone e che suscitava in me una sensazione simile all’innamoramento: la voglia di libertà e di uscire da una vita che era mia, sì, ma che sentivo non appartenermi completamente.
2. Accenni sul libro
Il libro lo conoscono tutti, o quasi. È uno di quei testi divisivi, quando se ne parla. C’è chi lo ama alla follia e chi lo odia: sconclusionato, di difficile comprensione, senza senso.
La storia si svolge a fine anni Quaranta e vede come protagonista Sal Paradise (Kerouac stesso). Sal, un giovane studente del college che vive a New York, conosce Dean Moriarty (Neal Cassady) e ne rimane colpito per la sua sfrenata ricerca della libertà, il suo rifiuto delle convenzioni sociali e la sua voglia di provare più cose possibile (droghe, alcool, sesso libero). Decide allora di lasciare tutto e seguirlo. Arriva a Denver e qui conosce il poeta Allen Ginsberg, celato dietro il soprannome di Carlo Marx. Il gruppo inizia il proprio viaggio, un po’ in bus un po’ in autostop, in giro per l’America: frequentano i locali jazz, compiono furti, bevono a non finire e usano droghe. Conoscono tante donne e conducono uno stile di vita decisamente libertino.
Il viaggio, con tutto il suo contorno, ha per loro un valore rivoluzionario e anticonformista: nella società del boom economico, in cui avere un lavoro, una famiglia, una casa erano le cose più importanti, i membri della Beat Generation si ribellano e decidono di vivere – almeno per un periodo – esattamente agli antipodi.
Lo stile del libro è unico e le traduzioni italiane – come è noto – non rendono giustizia al linguaggio incalzante che caratterizza ogni frase. Il testo è pieno di assonanze e di ritmo: serrato e quasi martellante. Letto in lingua originale, con la giusta intonazione, ti trasporta in una jam session di be-bop: i dialoghi sono concitati e regna un’euforia generale, come in un brano di musica.
3. Un romanzo formativo
Mi sono a lungo chiesta perché la professoressa ci fece leggere un libro simile: è quasi scandaloso e la scrittura è tutt’altro che classica. Si fa uso di droghe e di alcool, si parla di sesso libero. La professoressa è impazzita?!
In realtà, mi rendo conto forse solo ora che è un romanzo profondamente formativo: è centrale la ricerca di se stessi e della propria strada nel mondo. Non è un invito all’uso di sostanze stupefacenti o al sesso irresponsabile, ma la narrazione di un’irrequietezza giovanile, in cui i giovani possono riconoscersi e su cui possono riflettere.
Salvo rari casi, in adolescenza siamo eternamente indecisi su cosa fare del nostro futuro: sballottati tra amore e paura, tra comodità e voglia di libertà, ci ritroviamo a volte troppo larghi, a volte troppo stretti, nel nostro stesso corpo e nel nostro limitato cervello.
Ci facciamo prendere così spesso dall’entusiasmo, perché ci piacciono così tante cose, ma spesso risultano a noi irraggiungibili. Ci facciamo trasportare da una passione all’altra, ritrovandoci eternamente indecisi su cosa rincorrere, su cosa scegliere.
“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione”.
Anche io mi sentivo così, a sedici anni, e quel libro, grazie alla chiarezza del suo caos, mi ha fatto capire che non ero l’unica. Alcune riflessioni profondamente filosofiche – che poi ho approfondito grazie ad altri libri di Kerouac come Big Sur e Angeli della desolazione –, seppure prettamente legate alla filosofia orientale che io poco e nulla conoscevo, mi apparivano centrate.
4. Una continua ricerca
Il tempo è passato, le cose sono cambiate, ma il mio gatto di quindici anni, Jack, mi ricorda quel periodo di amore folgorante. Ora sono laureata in Scienze Filosofiche, ho un lavoro che poco c’entra con i miei studi, ma che mi piace e che mi permette di essere economicamente indipendente e di poter, finalmente, viaggiare. Il tempo è sempre poco, quando si lavora, ma bastano il weekend lungo, la settimana di ferie, che nella mia testa ho un solo pensiero: voglio andare a fare un giro.
Che sia in giornata in una città vicina, che sia necessario prendere un aereo o un treno, che sia da sola o in compagnia: ho sempre voglia di vedere posti nuovi e conoscere persone. Quando torno, naturalmente, apprezzo la casa e la stabilità dell’amore: anche io – come Sal – sono eternamente combattuta tra la mia voglia di libertà e i fatti contingenti della vita che ti portano a fermarti. Sal ce ne parla in modo efficace in un passo del libro: “Voglio sposare una ragazza – dissi loro – in modo da poter riposare la mia anima insieme con lei finché entrambi non diventeremo vecchi. Non si può andare avanti continuamente… tutta questa frenesia e questo saltar qua e là. Dobbiamo arrivare in qualche punto, trovare qualcosa”.
Ora, a quasi trentun anni, avrei più possibilità di vivere le avventure che Sal e Dean vivono in Sulla strada, ma, in fondo, non sono come loro per una lunga serie di motivi.
Da loro, però, ho senza dubbio imparato l’importanza dell’autonomia, che da donna ritengo essere il bene più prezioso, seppure – a volte – difficile da ottenere. Da loro ho imparato che i legami tra persone non devono per forza essere definiti, racchiusi in opprimenti delimitazioni e che essi sono più importanti della famiglia tradizionale, soprattutto di quella che a fine anni Quaranta era composta da un padre padrone, una madre sottomessa e remissiva e un figlio o una figlia imbrigliati da un’educazione conservatrice. Ho imparato che la libertà è il viaggio e non la meta, è un’aspirazione, un modo di essere e vivere e non, necessariamente, un vagabondare fisico vero e proprio.
Sal, Dean e tutti i personaggi di Sulla strada, per quanto figli del proprio tempo, sono simboli universali. Questo libro è, sì, uno dei capisaldi della Beat Generation – che fu fondamentale per il successivo svilupparsi dei movimenti hippie e pacifisti –, è, sì, per questo motivo un libro storicamente ben collocato e con un altrettanto significato storico preciso, ma rimane sicuramente un classico. Mosse da dubbi o da entusiasmo, generazioni e generazioni si sono confrontate con esso e hanno trovato in esso uno spunto di riflessione: quei personaggi così profondamente diversi da noi – per età, luogo e tempo – ci sono in realtà simili nelle loro aspirazioni, nella loro inquietudine interiore, nella loro ricerca della felicità.
Consciamente e inconsciamente, quei professori e professoresse che hanno deciso di far leggere ai propri studenti Sulla strada hanno formato generazioni di sognatori o sognatrici e di viaggiatori o viaggiatrici (con la mente o con il corpo), ma soprattutto di persone libere, che guardano con un occhio critico la società e che cercano la propria felicità non nelle banalità quotidiane, ma in qualcosa che va oltre: nella ricerca stessa, in fondo.
Lo dice Kerouac in persona: “C’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai”.
Nota bibliografica
On the Road fu scritto a macchina da Jack Kerouac nel 1951 utilizzando un unico rotolo di carta da telescrivente lungo 36 metri. La narrazione, tratta dai suoi appunti di viaggio manoscritti, era senza divisione in paragrafi, includeva diversi episodi in seguito espunti e i nomi dei protagonisti della vicenda erano quelli delle persone reali. La versione “su rotolo” fu pubblicata anni dopo col titolo On the Road – The Original Scroll (trad. it. Michele Piumini, On the Road. Il “rotolo” del 1951, Milano, Mondadori, 2010). Dopo essere stato rifiutato da diversi editori, il testo di Kerouac fu finalmente pubblicato nel 1957 da Viking Press con diverse modifiche (tra cui spicca quella dei nomi dei personaggi), raccogliendo un immediato successo. La prima edizione in Italia fu promossa da Fernanda Pivano, che colse subito il carattere innovativo dell’opera e scrisse anche un saggio per presentarla ai lettori italiani: Sulla strada, trad. it. Magda de Cristofaro, introduzione di Fernanda Pivano, Milano, Mondadori, 1959. Questa prima traduzione, assai criticata, è condotta adeguando il testo allo stile letterario italiano dell’epoca. Si dovette attendere fino al 1989 perché venisse realizzata, sempre per Mondadori, la nuova traduzione a cura di Marisa Caramella, adottata in tutte le edizioni successive che includono sempre il saggio di Fernanda Pivano.


