Baba Yaga non appartiene completamente al nostro patrimonio linguistico-culturale nominalistico occidentale. Appartiene al mondo slavo (Ucraina, Russia, Polonia, Bulgaria…).

Immagine n. 1 – Parte del mondo slavo

Vi sarebbe molto da dire, su Baba Yaga, anche riferendosi agli studi di Vladimir Propp, o ai fumetti di Guido Crepax, tutti affascinati da tale creatura fantastica, ambigua ed a volte incomprensibile. 
Per puro caso ho appreso che gli Ucraini hanno fabbricato ed usato un drone potentissimo nella guerra contro la Russia chiamandolo “Baba Yaga”. 

Immagine n.2 – Drone ucraino

Non intendo soffermarmi su tale disastroso conflitto. Baba Yaga ha attirato il mio interesse quando pubblicai il mio terzo saggio su Irène Némirovsky. Nel corso delle ricerche per approfondire la conoscenza della scrittrice, appresi che il padre – assai poco presente nella vita di lei bimba – quando tornava e la trovava già nella sua cameretta , entrava discreto e le offriva dolcetti e le parlava di Baba Yaga. Non avendo mai sentito parlare di tale personaggio, cercai. 
Trattasi di una delle figure iconiche della mitologia e del folklore slavo, entrata anche nel mondo fiabesco. Viene descritta come mostruosa vecchietta dai lineamenti deformi. Una vera strega. Nonostante l’aspetto, sa agire in modalità enigmatiche: a volte cattive, altre come fonte di consigli o dispensatrice di doni e conoscenza. 
Per il suo aspetto potrebbe somigliare al nostro Uomo Nero, o al Lupo Cattivo, per far paura ai bambini quando non vogliono mangiare od obbedire.

Immagine n. 3 – Baba Yaga 

Baba Yaga si muove con il vento freddo dell’Est nell’impenetrabilità di boschi e foreste, con la sua casa di legno – issata su zampe di gallina – veloce ed impavida.

Immagine n. 4 – Casa di Baba Yaga

Chi osa entrare nella sua casa trova di tutto: teschi umani od animali, ossa essiccate per usi impensabili, frasche e foglie marce… ma anche tesori incredibili. Con i suoi modi minacciosi , a volte stranamente gentili, ma sempre misteriosi, offre possibilità di SCELTA! È come se sorvegliasse il confine tra la vita e la morte per individuare una nuova strada attraverso la

CONSAPEVOLEZZA.

Appare come colei che mette alla prova le convinzioni dell’ospite e dei suoi valori. 
Strano personaggio! Tra atteggiamenti incomprensibili, doni e paure, in fondo ricorda che nelle avversità: il coraggio, la curiosità, la paura, la scelta sono la bussola del cuore umano.
A questo punto mi è venuto istintivo avvicinare Baba Yaga al nostro mondo e alla nostra epoca. Come? Prendendo in considerazione Thérèse Clerc.

Immagine n. 5 – Thérèse Clerc

Thérèse Clerc, nata a Parigi nel 1929, è stata una femminista molto attiva, tanto da fondare – non senza tenacia e notevoli difficoltà – una Maison des Femmes a Momtreuil, vicino Parigi. Quale scopo l’ha spinta? Nient’altro che la convinzione profonda di fondare una casa autogestita per donne: anziane, sole, più o meno vigorose, desiderose di vivere il resto della loro vita in compagnia, condivisione, allegria – se possibile.
E ci riuscì, nel 2007. La chiamò “Maison des Babayagas”.

Immagine n. 6 – Targa “Maison des Babagayas”

In tale dimora donne anziane vivono insieme liberamente, in modalità costruttive, come alternativa alla “casa di riposo”, all’isolamento, nel massimo rispetto del “mutuo aiuto”, senza sentirsi vecchie ed inutili. È luogo aperto: si entra, si discute, si apprezza, se ne esce con senso di appartenenza o meno. Non in stato semicomatoso in attesa della fine. Vecchiaia come l’intende Baba Yaga: stagione di libertà e non di scacco, nell’ambito della solidarietà.

Immagine n. 7 – “Maison des Babagayas”

Thérèse Clerc scelse il nome della ambivalente figura folkloristica slava, sicuramente perché Baba Yaga incarna paura e rispetto al tempo stesso, nonché trasgressione e saggezza. Baba Yaga vive al limite delle norme sociali strutturate, sfugge clamorosamente ad ogni forma di patriarcato, è vecchia, potente a modo suo e Thérèse Clerc la sente profondamente quale icona femminile ante litteram; un’allegoria dell’emancipazione femminile senza famiglia, priva di matrimonio o di religione, colei che rifiuta stereoptipi legati all’età, al genere, alla sessualità, alla vita strettamente domestica.
La “Maison des Babagayas” nasce pertanto con uno scopo preciso: dare vita ad una pratica abitativa per donne anziane , bisognose di cure. Per Thérèse Clec risulta fondamentale quanto segue: “la vecchiaia è un’età da celebrare, capace di offrire alle anziane un punto di vista privilegiato per osservare e criticare i meccanismi subdoli del potere. Le “Babagayas” restituiscono legittimità alle istanze delle “vecchie”, riconosciute come soggetti politici dotati di autonomia e capacità di agire a tutti gli effetti. 
“L’Association La Maison des Babagayas” ha destato in me molte riflessioni: un personaggio atavico, fiabesco… accostato a tentativi risolutivi di problematiche tanto attuali… difficili… apparentemente distoniche…
Il mio pensiero è andato oltre. 
Il 6 agosto 1945 viene sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima. Il nome dell’aereo che trasporta la bomba distruttiva è ENOLA Gay e quello della bomba stessa LITTLE BOY.

Immagine n. 8 – Aereo “Enola Gay”
Immagine n. 9 – Bomba Little Boy

“Enola Gay” è nome suggerito da misteriosi meandri psicologici: il pilota dell’aereo che trasporta la bomba ha una madre che si chiama, lei stessa, Enola Gay e tale è il nome dell’aereo. 
“Little Boy” arma di una portata distruttiva catastrofica… Nomignolo “affettuoso”, terribilmente ironico per un ordigno capace di produrre una strage di massa. Sarcasmo che fa rabbrividire.
Se la storia del nome del bombardiere ripreso da quello della madre del pilota può essere noto, non tutti sanno che proprio la madre Enola Gay, a sua volta, si chiamava così in onore di Enola protagonista di un romanzo romantico, scritto nel 1887: Enola, o del suo errore fatale, scritto da Mary Young Ridenbaugh. “L’errore fatale” del titolo potrebbe suonare come premonizione , ma ancor di più lo sembra la poesia introduttiva:

“Oh giorno fatale – oh giorno di dolore
Non era un problema che lei potesse prendere in prestito;
Ma nel futuro lei potrebbe vedere
Le nuvole dell’infelicità
È l’uccello del malaugurio.
Com’è duro il suo grido di mezzanotte!
Sembra urlare con suoni tristi.
Morte! Morte!”

Seguendo il filo dei miei ricordi ho trovato un altro nome legato ad evento bellico, pur se in codice. La costa della Normandia fu “divisa” in cinque parti per consentire l’impresa dello Sbarco”, il”D.Day”, allo scopo di sconfiggere i Nazisti, nell’ultimo conflitto mondiale.

Immagine n. 10 – Costa della Normandia

Partendo da Ovest, dopo Utha, Omaha e Gold ci fu qualche difficoltà a trovare il nome per la quarta parte. Un colonnello canadese propose “Juno”… Chi era Juno? Sua moglie!
A questo punto mi son chiesta come sia possibile legare istintivamente – da parte di esseri umani – nomi familiari, ricordi d’infanzia, personaggi fiabeschi, o accostare sarcasmo ed ironia, sterminio ed affettività, Morte ed Amore. Potrebbe essere la prova che comportamenti bizzarri, incomprensibili, assurdi affondino le loro radici nella prima infanzia dell’essere umano; il male è attratto dall’innocenza come opposto estremo. 
Pertanto: Baba Yaga, Enola, Little Boy, e Tomahawak… Anche quest’ultimo nome può essere inserito fra quelli precedentemente nominati. 
“Tomahawak” è l’arma con cui i Nativi Americani si difesero dai “Bianchi” invasori della loro “terra”. Tutti noi abbiamo chiara l’immagine dell’ascia di guerra per colpire con estrema abilità o difendersi nelle estese praterie del Nuovo Continente.

Immagine n. 11 – Tomahawak

Con il termine che evoca il Tomahawk attualmente si intende un missile molto potente, capace di volare a bassissima quota e con una portata superiore ai 1.500 chilometri! Fu usato nel corso della Prima guerra del Golfo, nel 1991 e se ne verificarono gli effetti.

Immagine n. 12 – Missile Tomahawak

Inoltre, se ci si trovasse in un ristorante degli Stati Uniti e si chiedesse un “Tomahawk”… verrebbe servita un’enorme bistecca saporita e tenerissima!

Immagine n. 13 – Bistecca Tomahawak

Nella sostanza, quanto mai assurdo, un assioma: “Per comprendere la guerra, dobbiamo entrare nell’amore e nella mancanza di paura della stessa”. La guerra è male, distruzione illimitata, ed allora occorre una maggior forza distruttiva per annientarla… con lo scopo di far trionfare la pace. Idea da molti condivisa e… da tanti altri “molti” contestata. La ragione dell’uomo non può spiegare tutto. Ogni fenomeno, per essere capito deve essere oggetto di empatia, immaginazione, tanto è complessa la natura umana, il suo oscillare sempre tra due istinti: VITA e MORTE.
Del resto l’ autore latino Vegezio, nel corso del IV s. d.C. formulò questa frase: “Si vis pacem, para bellum.” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”). E ben 800 anni circa prima di costui, il grande Platone lo espresse nelle sue “Leggi”!
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A questo punto, chiosando la prima parte di quanto fin qui esposto , tornerei col pensiero a Baba Yaga. Da “vecchia megera o incantatrice” lei comprende l’essere umano che nel vortice della foresta – luogo delle prove e delle sfide della vita – s’imbatte in lei o lei stessa cattura. Nessuno come Baba Yaga conosce e sorveglia il confine tra la vita e la morte, tra il Bene e il Male. Lei non impone decisione per guerra o pace, ma tramite i suoi modi, ora paurosi, ora benevoli, opera, affinché il suo “ospite” acquisisca CONSAPEVOLEZZA nelle avversità che lo tormentano. 
Baba Yaga conosce la “bussola del cuore umano” e lascia che l’ UOMO – avendo capito il senso di: coraggio, curiosità, paura – operi una SCELTA.

Chi è Baba Yaga? – di Fiorella Soldà

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