Questo modo di dire può sembrare un invito a stare zitta, e forse in alcuni casi può essere tale. Ma, per non correre il rischio che il proprio silenzio venga poi interpretato come un consenso…, mi pongo in un’altra prospettiva: questo modo di dire, forse, è un invito a trovare una giusta misura tra le parole e il silenzio.

Tra il ‘500 e il ‘700 circolarono numerosi manuali di buone maniere, scritti prevalentemente da uomini di chiesa e finalizzati alla diffusione di stili e modi di essere che favorissero la conversazione e il bel vivere.

Sono ancora molti che non sanno restar di dire; e come nave spinta dalla prima fuga, per calar vela non s’arresta, così costoro trasportati da un certo impeto scorrono e, mancata la materia del loro ragionamento, non finiscono per ciò; anzi, o ridicono le cose già dette, o favellano a vuoto.[1]

Il Galateo di Monsignor Della Casa viene considerato il primo testo ricco di consigli, utile per imparare a comportarsi correttamente in società. Un secolo dopo, nel 1671, circolò L’arte di tacere[2], un piccolo manuale in cui i suggerimenti pratici diventano principi teorici: tacere è un’arte quando si sanno controllare le parole se si comprende quale sia il momento di parlare; quando si è in grado di stabilire se il silenzio debba essere rispettato; quando saggiamente si lascia che lo spazio venga occupato dalle parole altrui. Senza il silenzio non ci può essere il dialogo!

Etty Hillesum è una giovane donna ebrea, olandese, che scelse di morire ad Auschwitz piuttosto che essere complice dei nazisti. Nel suo Diario, ricco di profonde riflessioni, considera anche la necessità di salvare il silenzio:

Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un grande silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. (…) Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che veramente contano nella vita.[3]

Dunque, occorre che vi sia un giusto rapporto tra le parole e il silenzio, ma è anche necessario che le parole siano sensate: non si deve parlare a vanvera! Bianca Pitzorno[4] ci racconta l’origine di questa massima.

Nel lontano 1897, ai coniugi Van nacque una bambina di nome Vera, alla quale, come quasi a tutte le bambine e i bambini, venivano raccontate tante storie. Vera, fin da molto piccola, manifestò una insolita capacità di ascoltare senza mai stancarsi. All’età di cinque anni fu accettata a frequentare la prima classe della scuola elementare come uditrice, dimostrando di non distrarsi o annoiarsi mai. Lei sapeva di essere Vera Van, ma la maestra, quando faceva l’appello, la chiamava Van Vera, e questo nome le piacque talmente che decise di chiamarsi per sempre così. Da adolescente, pure non essendo particolarmente bella, era molto corteggiata dai suoi compagni, tanto da scatenare l’invidia delle ragazze certamente più belle di lei: i ragazzi, interrogati sulla ragione della loro preferenza, dicevano che era una cosa bellissima stare con una persona capace di ascoltare senza interromperli mai. A vent’anni Van Vera fece volontariato presso il Telefono Amico: trascorreva molte ore della sua giornata ad ascoltare le storie dolorose e difficili di tanta gente. Quando dovette scegliere un lavoro retribuito, decise di fare l’Uditrice Giudiziaria… Insomma, gli anni passarono e lei fu sempre a disposizione di fratelli, sorelle, cugini, nipoti, pronipoti e bisnipoti che andavano da lei, ormai molto vecchia, per essere ascoltati. Poi, un giorno, accadde una tragedia: Van Vera fu colpita dalla sordità! Venne discusso il problema: che senso può avere parlare con lei, se lei non può sentire? Del resto, Van Vera non meritava di essere abbandonata dopo una vita dedicata agli altri. Perciò tutti i giovani e le giovani della famiglia decisero di andare comunque a trovarla e dirle qualunque cosa: l’importante era che lei, pure non comprendendo niente di quello che avessero detto, vedesse le loro labbra muoversi. Van Vera morì a novantanove anni. Da allora, quando qualcuno dei ragazzi diceva delle stupidaggini, i loro genitori rispondevano: “Ma cosa dici? Guarda che non stai parlando a Van Vera…”

Si parla a vanvera quando le parole non hanno alcuna corrispondenza con la realtà a cui dicono di riferirsi; quando si sostiene un punto di vista infondato; quando, come causa di un determinato effetto, si indica qualcosa di inadeguato, perfino un paradosso, utile a nascondere le vere responsabilità di quel fatto.

Si racconta che, durante una guerra, un cavaliere fu incaricato di trasmettere con la massima urgenza un messaggio da un distaccamento a un altro, perché da quel messaggio dipendevano le sorti della guerra. Il cavaliere si apprestò a eseguire l’ordine, ma il suo cavallo perse un ferro da uno zoccolo e, di conseguenza, il messaggio non arrivò in tempo. C’è una cantilena popolare che descrive l’avvenimento: “Per la mancanza di un chiodo si perse un ferro di cavallo; per la mancanza di un ferro di cavallo si perse un cavallo; per la mancanza di un cavallo si perse un cavaliere; per la mancanza di un cavaliere si perse un battaglione; per la mancanza di un battaglione si perse una battaglia; per la mancanza di una vittoria si perse un regno: e tutto per colpa di un chiodo!”

Nel 1937, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Simone Weil pubblicò un saggio dal titolo Non ricominciamo la guerra di Troia. Sono poche le persone che non conoscano la causa di quella guerra veramente sanguinaria, che durò dieci anni e si concluse con la distruzione della città e il massacro dei suoi abitanti: la causa di tutto questo è Elena, moglie di Menelao re di Sparta, la quale si innamorò di Paride, figlio di Priamo re di Troia, e si lasciò rapire da lui. Omero (o chi per lui) non ha perciò dubbi nell’identificare la causa di quella tragedia in un gesto forse d’amore, compiuto da un uomo e da una donna ma di cui, evidentemente, la vera colpevole è soltanto Elena!

Intorno all’anno 1250 a.C. scoppiò una guerra per la conquista dell’Ellesponto, oggi stretto dei Dardanelli, che separa l’Europa dall’Asia, un luogo perciò di grande importanza strategica sia per i commerci che per le comunicazioni. La guerra vide l’alleanza di molte popolazioni greche (gli Achei) contro Troia, una città fondata proprio su quello stretto: è ovvio che servisse un pretesto…

Simone Weil, nel suo saggio, discute sulle parole che, come Elena, vengono usate per giustificare le guerre, le distruzioni, l’invasione e l’appropriazione di territori altrui, l’uccisione di tante vite umane: azione, Patria, Sicurezza, Democrazia, perfino Pace! Sono tutte parole maiuscole di cui bisogna sempre diffidare perché sono parole assassine: che cosa nascondono? Chi le dice? A quale scopo?

“Fatti, non parole”: perché togliere valore alle parole?

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio: il Vangelo di Giovanni incomincia con il Verbo, la Parola del Cristo che è Dio stesso. Dio si rivela attraverso le azioni e le parole del Cristo. E se Cristo non avesse parlato? E se nessuno avesse testimoniato e diffuso le sue parole?

Le parole dicono quel fatto, lo riconoscono, lo interpretano, lo salvano dall’oblio. Ne è prova il segreto, che tace un fatto e lo nasconde, lo stesso fatto che a volte viene svelato e portato alla luce, oppure cancellato per sempre come se non fosse mai accaduto. I fatti contano, non le parole. Ma le azioni sarebbero un caos se non fossero accompagnate da parole chiare. Con le parole si interviene nella vita altrui, determinando in essa modificazioni e sconvolgimenti; con una sola parola si può rompere un equilibrio interiore oppure favorirlo, si può togliere il sonno o donarlo.

Le parole sono fatti! Un fatto da solo non parla, si presta a molteplici interpretazioni e l’interpretazione è affidata alle parole. L’essere umano è un animale simbolico perché parla, dispone di un linguaggio con il quale nomina le cose e, attraverso i nomi, assegna alle cose la loro realtà.

La “polis”, propriamente parlando, non è la città-stato in quanto situata fisicamente in un territorio; è l’organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme, e il suo autentico spazio si realizza tra le persone che vivono insieme a questo scopo, indipendentemente dal luogo in cui si trovano.[5]

Per Hannah Arendt (in Vita activa, 1958) la polis è qualunque luogo in cui le persone agiscono e parlano insieme; pertanto la politica è la pratica delle relazioni che si stabiliscono tra quelle persone, attraverso le loro parole e il loro agire reciproco. Ogni parola quindi, modificando la situazione in cui si è, mette in atto un processo di azioni e di reazioni irreversibile: ogni persona è indiscutibilmente responsabile delle parole che dice e delle azioni che compie. Questo giustifica il rimpianto (“se l’avessi detto!”) e/o il rimorso (“se non l’avessi detto!”).

Fatti, non parole! Forse, più semplicemente, questo modo di dire è un invito alla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra i principi ai quali ci si appella e le scelte che si compiono: l’interezza personale riguarda sicuramente l’armonia tra le proprie parole e le proprie azioni, ma presuppone e comporta una continua vigilanza su di sé e sulle intenzioni che muovono al dire e al fare.

Ancora per Hannah Arendt, la coerenza è uno dei pochissimi strumenti di cui disponiamo per portare un po’ di ordine nella vita propria e altrui: coerenza è, per esempio, il rispetto delle promesse e della parola data. Sembra una piccola cosa, forse è troppo poco, ma … se tutti lo facessero, il mondo sarebbe certamente migliore.


Note

[1]   Giovanni Della Casa, Galateo, Firenze, Le Monnier, 1949, p. 144 (il Galateo fu pubblicato postumo nel 1558)
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[2]   L’arte di tacere fu scritto dall’Abate Dinouart, e pubblicato nel 1671 con l’Introduzione dell’Abate de Courtin
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[3]   Etty Hillesum, Diario (1941-1943), Milano, Adelphi, 1985, p. 116
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[4]   Cfr. Bianca Pitzorno, Parlare a vanvera, Milano, Mondadori, 2005, pp. 7-13
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[5]   Hannah Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 1997, p. 145
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Fatti, non parole! – di Nora Racugno

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