Lunedì 15.4.2024 – Oggi è la Giornata dell’Arte 2024 e il mio pensiero è andato a Giuseppe Biasi (Sassari 23.10.1885 – Andorno Micca 20.5.1945).
Quando abitavo con la mia famiglia in Sant’Avendrace a Villa Laura (ceduta alla Regione Autonoma della Sardegna per farne l’ingresso del Parco Archeologico di Tuvixeddu), talvolta, finito il lavoro, tornavo a piedi attraverso il Corso Vittorio Emanuele. Anche quando ero solo, senza Giuseppina, mi capitava di entrare nel negozio di antiquariato delle sorelle Giuseppina e Albina Coroneo, artiste-artigiane, alle quali Vittorio Sgarbi ha dedicato una bella e interessante monografia.1 Ci capitava di fare spesso acquisti: un antico tavolino da gioco con quattro sedie, una collana di granati e argento per Giuseppina, un anello d’argento con un’ambra, rosari in madreperla e argento, un elegante ventaglio con stecche di madreperla e pizzo dentro una cornice dorata, libri, stampe, cartoline e fotografie antiche… Un giorno ci raccomandarono come autentico un quadretto di Giuseppe Biasi con scritto: “xilografia originale”,2 che acquistammo (immagine 1). Da allora il mio interesse per Giuseppe Biasi è cresciuto col tempo, sono riuscito a vedere, esaminare e ammirare molti suoi quadri in mostre e case private, l’ho ricordato in due conferenze e in un articolo, sempre col titolo: “Giuseppe Biasi, dai successi di Roma e Venezia alla polvere di Andorno Micca”.3
Strano ed enigmatico destino quello che era stato predetto a Giuseppe Biasi nel 1911 a Torino dalla chiromante Fatima, che gli aveva letto la mano e aveva sentenziato: “Vedo onori, molti onori, e vedo tutti i fiori che illeggiadriscono la giovinezza. Morrai né troppo presto né troppo tardi, in tempo di rivoluzione”.
Biasi apparteneva a una famiglia veronese che si era stabilita a Sassari, dove Giuseppe sembra che frequentasse anche la famiglia Berlinguer, avendo avuto modo di vedere due ritratti da lui eseguiti per il giovane Enrico Berlinguer. Accontentati i familiari con il conseguimento di una laurea in Giurisprudenza, prevalse, però, la sua passione per la pittura e l’amore per la Sardegna. Insieme ad altri artisti, come Mario Delitala, Melchiorre Melis e fratelli, lo scultore Francesco Ciusa, voleva dimostrare l’esistenza di un’arte sarda. Questa idea corrispondeva anche all’idea di Grazia Deledda, la quale aveva rifiutato un lauto compenso di “mille lire”, una cifra al tempo notevole (“Se potessi avere mille lire al mese”) per scrivere dei romanzi che avessero avuto come protagonisti banditi sardi, perché essi (gli editori) ignoranti (secondo Grazia Deledda), ritenevano che la nostra fosse una terra di banditi. Anche nei quadri di Giuseppe Biasi la Sardegna viene rappresentata diversamente dall’opinione diffusa un tempo in Continente di una terra selvaggia, apparendo piuttosto come una sorta di “Eldorado”, con i protagonisti con abiti dai colori raffinati e bellissimi, dediti alle faccende quotidiane in paesi agropastorali, che nelle feste religiose e civili realizzavano il meglio della loro esistenza, come si trova riscontro in quelle descritte da Grazia Deledda, per esempio in “Canne al vento”.
La produzione di Giuseppe Biasi fu vastissima: quadri a olio, xilografie,4 illustrazioni di giornali e libri, e anche qualche mosaico. La sua arte, all’inizio caratterizzata da un decorativismo alla Klimt, si sviluppò poi con un maggior legame con la pittura spagnola (da Velasquez a Goya), la pennellata, prima liscia e piatta, diventò pastosa e frenetica, talvolta grumosa, di colore espressionistica. Qualcuno ha avvicinato qualche suo quadro al pittore spagnolo Zuloaga. Bisogna fare riferimento per l’influenza dell’arte spagnola sui pittori sardi anche ai pittori spagnoli che avevano creato ad Atzara un vero cenacolo culturale, che aveva attirato molti pittori spagnoli e sardi.5 Biasi, comunque, sviluppò un’arte sua con i caratteri già indicati; con i suoi amici artisti sardi costituì il gruppo de “Il Cenacolo” con l’idea di allestire una stanza tutta per i sardi nella successiva 3° Mostra della Secessione romana, che si sarebbe dovuta tenere nel 1915, ma che non si poté tenere a causa dell’entrata in guerra dell’Italia. Restò, comunque, in lui sardo di famiglia veronese l’idea di dimostrare l’esistenza di un’arte sarda.
Nel 1937 andò a esporre i suoi quadri a Biella, dove ebbe un grandissimo successo, suscitando, sembra, l’invidia di qualche pittore locale. Eseguì anche un mosaico nella Cappella Bioglio del locale cimitero. Dopo essere rientrato in Sardegna, fu invitato una seconda volta a Biella, dove andò nel 1942 e restò bloccato per le restrizioni dovute alla seconda guerra mondiale. Soggiornava in un albergo, dove stavano anche degli ufficiali tedeschi, con i quali si prestava per eseguire delle traduzioni. La sua simpatia per la cultura tedesca era giustificata dall’importanza che loro attribuivano alla Sardegna. Infatti, i maggiori cultori della lingua sarda erano i tedeschi, tra i quali si era distinto Leopold Wagner. Venne accusato ingiustamente di essere una spia dei tedeschi e perciò venne arrestato. In realtà in passato forse aveva avuto una certa simpatia e aspettativa nei confronti di Mussolini che aveva fatto pensare di essere favorevole allo sviluppo delle realtà regionali, favorendo lo sviluppo di un’arte sarda, come era successo anche nel campo dell’agricoltura con la creazione di nuovi centri autosufficienti, come Carbonia, Arborea, San Priamo, atteggiamento che forse in un primo tempo aveva convinto anche Emilio Lussu, trascinando molti giovani sardisti, ma cambiando però idea dopo aver parlato con Bellieni.6 Mussolini, contrariamente alle aspettative, assunse poi un atteggiamento più autoritario, nominando referente in campo nazionale Cipriano Efisio Oppo e in campo regionale Filippo Figari. Giuseppe Biasi ne era rimasto deluso, tanto che aveva protestato nel 1937 con due libelli: 1° – “Comparsa conclusionale” e 2° – “I parenti poveri”.7 Nonostante avesse contestato le scelte e gli orientamenti per l’arte del regime fascista, Giuseppe Biasi, per le accuse ingiuste e infamanti riferite, venne arrestato e imprigionato a Biella Piazzo. Da lì fu trasferito, insieme ad altri prigionieri, con un camion ad Andorno Micca. Nella salita di Via Lojodice il camion si fermò e gli occupanti furono costretti a scendere e a spingerlo, compreso Giuseppe Biasi, malandato in salute e claudicante. I prigionieri vennero assaliti da un gruppo di donne inferocite e un uomo con la fibbia di una cinta colpì in testa Giuseppe Biasi, che si accasciò, morì forse per un infarto il 20.5.1945 e fu sepolto ad Andorno Micca, dove nella Piazza Cantono, dove avvenne l’omicidio, fu affissa una lapide a suo ricordo il 30.5.1988.

Così moriva uno dei migliori pittori sardi, che merita di essere ricordato per avere immortalato la Sardegna per la sua gente operosa, da ammirare per gli usi pacifici e gli splendidi colori dei loro costumi. I sassaresi non lo dimenticarono: periodicamente si recarono in pellegrinaggio ad Andorno Micca, guidati dal pittore Remo Branca (Sassari, 4.5.1897 – Roma, 26.7.1988).
Tanto fecero gli amici di Giuseppe Biasi finché nel 1989 riuscirono a portare i suoi resti nel Cimitero di Sassari, dove finalmente riposa in pace.8
Note
1 Vittorio Sgarbi – “Giuseppina e Albina Coroneo” – Edizione Ilisso 2009).
2 che ho trovato riprodotto a pag. 86 n. 108 del libro su Giuseppe Biasi di Giuliana Altea-Marco Magnani, della Fondazione Banco di Sardegna – 1998 con il titolo “Cavallo e conducente” (1912-15), xilografia cm 10×16.
3 Conferenze: 1 – Giovedì 22.5.2014, per l’Associazione culturale Amici del Libro, nella sala Ostello della Gioventù, nelle Scalette Santo Sepolcro 3 Cagliari. 2 – Martedì 12.1.2016, per l’Associazione 3G – Già Giovani, nel salone parrocchiale della Chiesa di San Sebastiano, Via Ignazio Serra Cagliari. Articolo su “Il ritrovo dei sardi” N. 174 del Gennaio (2) 2016, su internet: ilritrovodeisardi.xoom.it. I numeri del giornale “Il ritrovo dei sardi” sono stati raccolti in libri, inviati alle biblioteche pubbliche e delle scuole di Cagliari e anche del Senato.
4 Ettore Cozzani, fondatore dell’importante rivista “L’eroica”, lo indica come uno degli iniziatori della xilografia in Sardegna.
5 Un gruppo di pellegrini sardi di Atzara si erano recati a Roma per il Giubileo del 1900. Furono notati e ammirati dal pittore costumbrista Eduardo Chicharro, che attratto dalla bellezza dei loro costumi, volle recarsi ad Atzara, dove venne ben accolto e nel 1901 fece il ritratto di Bartolomeo Demurtas. Ma è del 1908-1909 la grande tela (cm. 252×420) di Antonio Ortiz: “La fiesta de la cofradia de Atzara”, che oggi si trova nel museo spagnolo di San Telmo a San Sebastian. A Ortiz è dedicato il Museo di Atzara. Cfr. Il libro di Maria Luisa Frongia: “Due pittori spagnoli in Sardegna – Eduardo Chicharro Agüera (1901) e Antonio Ortiz Echagüe (1906-09) – Ed. Ilisso. Cfr. anche il mio articolo su “Il ritrovo dei sardi” Anno XIII – N. 204 – Maggio 2018: “Nei colori di Atzara i Costumbristi”, pubblicato dopo aver tenuto una conferenza per gli Amici del Libro nella sala della Società degli Operai in Via XX Settembre 80 – a Cagliari, giovedì 8 marzo 2018, dal titolo: “I colori di Atzara: Antonio Corriga e i Costumbristi”.
6 Cfr pagg. 33 – 46 del libro di Enrico Endrich – Ed. E. Valdès – “Cinquant’anni dopo”, uguale al testo redatto dall’autore nel 1977. Egli fu Segretario federale fascista e podestà nel 1934, una persona che, a prescindere dalle convinzioni politiche, ha sempre goduto di grande considerazione per le sue capacità nel campo amministrativo, come indiscusso principe del Foro di Cagliari come avvocato penalista e anche per la sua onestà che lo portò a non usufruire di compensi per i suoi incarichi politici. Oltre a quanto già scritto, voglio mettere in luce: “La speranza dei progressi economici e sociali per la Sardegna” (pag. 43), Lussu socialista (pag. 33), il massacro del pittore Giuseppe Biasi (pag. 46).
7 Vedi il libro pubblicato dalla CUEC nel 2010 a cura di Giambernardo Piroddi con prefazione di Nicola Tanda, contenente i due libelli di Giuseppe Biasi. Col primo attaccava il sistema di organizzazione delle mostre e le persone che le influenzavano. Nel secondo esprimeva un’appassionata difesa di quegli artisti, come i sardi, accusati di folklorismo.
8 Sulla morte di Giuseppe Biasi si veda anche “Dipingere a Biella”, alle pagg. 264 – 274 del libro di Giampaolo Pansa “I gendarmi della memoria” – Sperling & Kupfer 2007, nonché il libro di Luigi Pateri: “Il nemico dentro”, Edizione CUEC 2012. Per la vita e le opere di Giuseppe Biasi, confermo l’ottimo libro di Giuliana Altea-Marco Magnani, della Fondazione Banco di Sardegna 1998.




