Abstract
Esplorato con curiosità e costanza, il linguaggio delle “immagini in movimento” offre varie manifestazioni di autentica bellezza ed è nel godimento della bellezza che il desiderio di conoscenza si rivela: questo lo spirito che anima l’insegnamento delle discipline audiovisive. L’articolo racconta, dagli inizi degli anni Novanta al Duemila, una personale esperienza di scuola elementare e media vissuta lietamente e, in particolare, di come alcuni docenti, pur appartenendo a materie diverse, abbiano incarnato e in parte trasmesso lo spirito su descritto. Possono i film di Truffaut, Hitchcock o Kieślowski essere percepiti come nuovi, speciali “balocchi” e i registi come insoliti “compagni di banco” o di gioco? Scopriamolo.
Da ragazzino su tutto fantasticavo (perdendo tempo?), di tutto presuntuosamente mi illudevo tranne che il cinema potesse diventare una parte così ricca (ingombrante?) della mia vita. Della vita finora trascorsa, almeno: 37 anni, 17 dei quali dedicati all’ideazione nel terzo settore di corsi e iniziative varie finalizzate, appunto, all’educazione al linguaggio audiovisivo. Che ruolo ha giocato la scuola in questo cammino, mi auguro ancora prodigo di sorprese? Metterò gli orologi indietro, cercando di comporre un mosaico che abbia un senso. Nei cinque anni di scuola elementare, l’archeologia, la mineralogia e l’erpetologia (allora, com’è ovvio, ignoravo il nome delle singole scienze, ma, ciò nonostante, il fascino che minerali, gemme, antichi manufatti, rettili e anfibi esercitavano su di me era fortissimo) furono quasi sempre sulla mia bocca, appena appena difformi da quella “reali”. Frequentando le medie, alla “quadriglia” di curiosità si unì poi la biologia marina. L’interesse verso queste materie è rimasto intatto fino a oggi: all’occasione, acquisto e consulto gli studi più recenti, ma ancora non ho il cuore di liberare gli scaffali, un po’ impolverati a dire al vero, da letture tanto datate quanto piacevoli come I rettili e gli anfibi di Halliday e Adler, I misteri dei mostri di Rupert Matthews, Le pietre più belle del mondo di Peter Bancroft, L’atlante illustrato del mondo antico di Margareth Oliphant, I faraoni di Peter A. Clayton… Non ultime, certe serie di volumi pubblicate alla fine degli anni Sessanta e per tutto il decennio successivo: ad esempio, i breviari illustrati sulla fauna curati da Rinaldo D’Ami (es. gli animali della Preistoria, dell’Africa, dell’Oceania), gli atlanti delle milanesi P.E.I., la collana multidisciplinare per la gioventù delle edizioni parigine Deux Coqs d’Or, acquisita in Italia da Mondadori e intitolata “Il grande libro de…” (il mio preferito riguardava Mitologia greca e romana e portava la firma di Stapleton e Servan-Schreiber). Queste e molte altre opere facevano parte della libreria di mia madre: la mia prima scuola e, adesso, in qualche maniera, la mia libreria.
E i film, anzi, le videocassette cosa rappresentavano in tutta questa affollata “nursery”? Erano giusto “balocchi” e, a ben vedere, neppure fra i più spassosi, sebbene, col senno del poi, i colori della Settima Arte tingevano già vividamente ciò che la cassapanca all’ingresso di casa e alcuni scatoloni custodivano: mutanti, falsi dei, eroi equipaggiati, armi e veicoli da combattimento provenienti dall’immaginario dei grandi successi dei generi catastrofico, horror e fantastico; si pensi ad Aliens (’86), Predator (’87), Stargate (’94), Il mondo perduto – Jurassic Park (’97), Men in Black (’97), Godzilla (’98). Come pure Star Trek, Guerre stellari… Pomeriggio dopo pomeriggio, luci e ore che sembravano non dover finire mai, il corridoio e, specialmente, il tinello si trasformavano in buffi “set cinematografici”: toccava al “ficus benjamina” suggerire la giungla; il complesso sistema di incastri e scanalature sottostante al bianco tavolo in plastica (ormai sfatta) al centro del terrazzo avrebbe dovuto ricreare, invece, la superficie di chissà quale temibile vascello spaziale. I miei stessi genitori apprezzavano il cinema. Tuttavia, poiché quelle avventure, quell’immaginario erano assai frequenti nel nostro quotidiano, in una forma o nell’altra, li davo per scontati, non li consideravo essenziali (convinto che il tempo non avrebbe mai agito su di essi?) oppure, proprio perché importanti, proprio perché la loro presenza accompagnava così tanto, più di quanto credessi, le mie ore, tenevo tutto dentro, per me e soltanto per me, senza sentire il bisogno di parlarne, certo che un approccio simile fosse adottato anche dai compagni di classe, che ritenevo agissero allo stesso mio modo, dando cioè al mondo esterno (famigliari, mode, altri gruppi di amici) né più né meno di quel che richiedeva, della “lezione” che voleva sentir ripetere, lasciando la vera “natura”, il vero “io” altrove. Come in un gioco, l’ennesimo gioco per l’appunto.
Per chiarire la cosa, riferirò di una reazione avuta durante una breve visita alla Stazione Centrale della Spezia, dove alcune carrozze dismesse vennero trasformate in “tappe” di un variopinto viaggio nel tempo (ogni carrozza un decennio diverso). Nello spazio dedicato agli anni Sessanta, il manifesto di Per un pugno di dollari di Leone, tra i film preferiti di papà, attirò subito la mia attenzione, eppure, alla domanda della guida “cosa vi ha colpito di più?”, dissi “l’hamburger”, riferendomi al gigantesco panino in vetroresina esposto all’ingresso del vagone. Risposta più banale non avrei potuto dare: il fatto indispettì, e non poco, i miei, ma non ne sono affatto pentito. Era il nostro giocattolo, la nostra pietra preziosa. Perché portarla “fuori”, rischiando che si scheggiasse? Restando sempre al periodo delle elementari, ricordo che la maestra, Paola Gatti, ci accompagnò al Teatro Civico a vedere uno spettacolo dal nome Romanzo d’infanzia della Compagnia Abbondanza/Bertoni. Un’attrice e un attore impersonavano madre e padre, figlia e figlio (per pochi minuti, perfino un gigante sui trampoli), cambiandosi in un lampo vesti e pettinatura in scena (l’illuminazione, ogni volta diversa, avrebbe fatto il resto, avvisando il pubblico della “metamorfosi”). Nel corso della vicenda, i figli decidono di fuggire da opprimenti mura, da genitori tanto ciarlieri quanto sordi alle loro vere esigenze, lasciano una lettera che invita i cari a non preoccuparsi e, intanto, sul palco scende un telone sul quale scorre un filmato terso, solare: un bambino e una bambina corrono gioiosi lungo la battigia. Negli anni universitari avrei scoperto che quella sequenza proveniva da L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij, maestro russo al quale avrei dedicato la mia tesi di laurea. Niente accade per caso. Al “frammento” di Tarkovskij seguì Microcosmos di Nuridsany e Pérennou (non avrei mai dovuto lasciare quel prato, quei suoni, quel minuscolo popolo dalle tinte cangianti), Il ragazzo selvaggio di Truffaut (non mi piacque, ma non riuscivo a togliermi dalla testa il bianco e nero, la luna, le cantilene, le immagini simili a fantasmi), Bogus con Gérard Depardieu (come il giovanissimo protagonista, anch’io speravo di rivedere lo spirito di mia madre salendo una scala fin sopra il tetto, avvolto da vapori e bagliori rossastri).
Lungo il triennio delle medie (presso la “Silvio Pellico” spezzina), stimolato da alcuni articoli di Francesco Cinquemani e Pier Giuseppe Fenzi riportati su un dossier “bifronte” (una versione a fumetti di Mars Attacks! su un lato, i retroscena del coevo Independence Day sull’altro), iniziai a collezionare classici di fantascienza. Mi ammalai, un giorno, per andare a ritirare sotto la pioggia la videocassetta di Metropolis di Lang. La scuola, intanto, non si stancava di donarmi piccole “epifanie”. Il professor Fabrizio Lombardi ci mostrò il primo episodio (“Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro dio all’infuori di me”) del Decalogo (1988-89) di Kieślowski e Genesi di Ermanno Olmi; il professor Campione, d’inglese, propose in lingua originale Il club dei 39 di Hitchcock; anche la professoressa Massari, di musica, si faceva aiutare dalla Decima Musa, proiettando Amadeus di Forman, il raro Eroica di Walter Kolm-Veltée e La Traviata di Zeffirelli.
Approdare al liceo significò, dunque, fra le altre cose, andare al cinema finalmente da solo, con le mie gambe, i miei occhi, i primi strumenti (benché da affinarsi) di lettura filmica. Già, la lettura filmica: secondo suor Maria Eletta Crociani (direttrice della scuola elementare cattolica “S. Domenico di Guzmán”, da me frequentata) era una conoscenza indispensabile: fino all’ultimo lo ribadì ai nuovi allievi e alle rispettive famiglie. Le spoglie di suor Eletta ora riposano a Ceglie Messapica, nelle Puglie, nella cappella della congregazione. Il mio pensiero torna spesso a lei, a quei cinque anni, a come il mio infantile stupore sia stato alimentato da affettuose maestre, alla cosa più grande che potessero lasciarmi: il desiderio di conoscenza attraverso la Bellezza. E dal cinema, se si è disposti a scrutarlo a fondo, la Bellezza non cessa di esalare.
