Premessa

Ci sono film che non si esauriscono nella visione, ma continuano a vibrare dentro di noi, come echi lontani di un’emozione ancora da decifrare. Parthenope, la penultima ultima, ammaliante opera di Paolo Sorrentino, appartiene a questa rara categoria di esperienze: una fiaba arcaica e moderna in egual misura che chiede di essere contemplata, discussa, amata, forse respinta, ma mai semplicemente archiviata.

Ne sa qualcosa Luca Erba, direttore provinciale della Confcommercio di Imperia e autore del romanzo Come volete voi (Giovane Holden Ed.; 2021), che da tempo custodiva il desiderio di condividere le proprie impressioni su questa pellicola complessa e sensuale, di interrogare i suoi misteri, di comprendere fino in fondo la trama sottile che lega le immagini all’anima di Napoli.

A raccogliere il suo invito al dialogo è stato Giordano Giannini. Dopo aver visto Parthenope, questi ha accettato di farsi interlocutore di un confronto che, da semplice intervista, si è presto trasformato in una conversazione a più livelli: critica, emotiva, culturale. Domanda dopo domanda, riflessione dopo riflessione, i due si sono ritrovati a percorrere insieme il labirinto sorrentiniano, ribadendo implicitamente (e non solo) la comune passione per la Settima Arte, attingendo a saperi eterogenei appresi fin dagli anni trascorsi nello stesso istituto, lo spezzino Liceo Classico “Lorenzo Costa”.

Pubblicato per la prima volta nella rubrica domenicale[1] che Erba cura per la testata digitale “Gazzetta della Spezia”, il testo che segue viene qui riproposto integralmente. È un invito alla visione di Parthenope e, più in profondità, alla riflessione su un autore che continua a reinventarsi, a plasmare la propria poetica attraverso nuove forme di stupore e malinconia. Un’occasione per tornare a guardare Sorrentino non solo come regista, ma come interprete di quel dialogo senza fine tra la dimensione esoterica di Napoli e il linguaggio del cinema, dove ogni immagine diventa un frammento di bellezza e di mistero.

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Luca Erba: Parthenope è un film che intreccia mito e realtà. In che modo la figura mitologica della sirena viene reinterpretata nella protagonista e nella Napoli del film?

Giordano Giannini: Parthenope, la “vergine”, “colei che ha voce di fanciulla” aveva il compito, insieme a Ligeia e Leucosia, di ricevere coloro che si appressavano a Persefone, regina infera, addolcendone i sensi col canto[2]. Essa è, dunque, una creatura a cavallo tra il mondo dei defunti e il mondo della conoscenza: per mezzo di lei, affidandosi a lei è possibile “vedere” il volto segreto delle cose; penso sia questo il punto di partenza della lettura di Sorrentino. Il nostro, però, non ingolfa la narrazione con simboli e allegorie, suggerisce piuttosto, sulla falsariga di Heinrich Heine (scrittore a lui caro non meno di Proust e Mann), che Parthenope sia una “divinità in esilio” nel mondo moderno, nata per caso da un ventre terrestre ma appartenente agli Abissi Marini, plaga (come recita la voce fuori campo nei titoli di coda) che il Dio dei cristiani non ama e diserta: chi oggi non si piega a “formule pronte”, vuole conoscere l’amore puro (inseparabilmente carnale e spirituale) ma più di tutto desidera “vedere davvero” è a Parthenope (Celeste Dalla Porta) che dovrà rivolgersi ancora, pregando di incontrarla almeno una volta, inquieta e raminga com’è. Ugualmente, e insisto, Sorrentino non calca la mano: del film si può benissimo godere come della fiaba su una donna speciale, sul suo cammino di iniziazione alla vita come alla morte la quale non segna il termine della prima ma un passaggio fondamentale. Sarebbe interessante un confronto, che invito i lettori a fare, con Napoli velata di Özpetek[3], anch’essa una fiaba su una “divinità in esilio”: un tritone che ha le fattezze di Alessandro Borghi.

L.E.: Nel film, la città di Napoli ha un ruolo centrale e quasi “sacrale”. Come cambia il suo volto nel corso della storia e cosa rappresenta per i personaggi, soprattutto per Parthenope?

G.G.: A ben guardare, il volto non subisce cambiamenti rimarchevoli e Sorrentino questo si augurava: con l’aiuto dello scenografo Carmine Guarino e di Daria D’Antonio, direttrice della fotografia, ha fatto sì che, agli occhi del pubblico, Napoli si presentasse da subito come un ambiente vago, indefinibile, sordo ai sobbalzi della Storia. Certo, l’azione si dipana su un tempo lungo un trentennio (1950-1982), lo si intuisce dai costumi, dalle acconciature, dalle melodie e vari altri segni… tuttavia come potremmo commentare la sequenza in cui delle massaie, in piena notte di Capodanno, fanno calare dai balconi dei cestini contenenti lettere d’ammirazione per il bell’attore che visita il rione? Più che cestini sembrano fuochi fatui! E poi, di colpo, dove ci troviamo? In che periodo siamo? Non conta. La malìa della capitale campana (e del cinema) è questa: Napoli è la permanenza, non si trasforma né consente che la si trasformi; è un grande mistero dove laidezza e beltà convivono come in pochi luoghi. Alcuni personaggi (Parthenope, il vescovo Tesorone e il prof. Marotta su tutti) semplicemente “sentono”, “accettano” nella propria carne tale mistero (che, in fondo, è il mistero dell’esistenza) al pari di orchestrali che, obbedienti, seguono le movenze del direttore, divenendo una cosa sola con lui, arrivando perfino a non appartenere più a sé stessi; altri dal mistero scelgono di fuggire, lo rifiutano come fa la diva Greta Cool (Luisa Ranieri). E magari non hanno torto.

L.E.: Sorrentino ha uno stile visivo molto riconoscibile. In Parthenope, quali scelte estetiche (fotografia, musica, scenografia) contribuiscono maggiormente a creare l’atmosfera sospesa e onirica della narrazione?

G.G.: Il critico Giuseppe Grossi pubblicò dieci anni fa un articolo esaustivo[4] (al quale rinvio) sui tratti caratteristici del cinema di Sorrentino (es. il ricorso straniante al rallentatore; la disposizione di corpi e oggetti nell’inquadratura con perfetta, quasi eccedente simmetria; lente, ipnotiche carrellate che si alternano a riprese cosiddette “a schiaffo”) e quei tratti si ritrovano puntualmente in Parthenope. L’atmosfera è frutto, direi, della cultura prima ancora che delle capacità tecniche del regista (e dei suoi collaboratori): le immagini rimandano spontaneamente, senza bisogno di citazioni, a Vittorio Matteo Corcos[5], alle acque turchesi e ai cieli blu polvere delle sue tele, alle giovincelle aristocratiche napoletane che si abbandonano sulle terrazze al “dolce far niente”. Incisive sono le reminiscenze letterarie, in particolar modo il romanzo Ferito a morte di Raffaele La Capria e, in generale, le opere di Anna Maria Ortese e Giuseppe Patroni Griffi: dalle loro pagine si riversa sullo schermo quella felicità che pare sempre a portata di mano, che il paesaggio, la nudità della persona amata, la luce del mare, autorizzano a sognare, e che invece scivola sempre via fra le dita; e poi i sorrisi e l’inseguimento della Bellezza dietro i quali si nasconde un’ostinata, inesplicabile attrazione verso la fine, lo sfiorire, lo spegnersi delle cose del mondo. Tutto ciò è racchiuso in Parthenope ed è impossibile non restarne sedotti, specie a una certa età.

L.E.: Il film affronta temi come il desiderio, la solitudine, la memoria e l’identità femminile. Quale di questi temi è, secondo lei, il più centrale nella vicenda di Parthenope e perché?

G.G.: I temi da te suggeriti si avvicendano e convivono nella messa in scena: sono importanti ma nessuno prevale. Centrali nella vicenda risultano, a mio avviso, altri due motivi. Al primo accennai sopra ossia la Bellezza: essa, suggerisce Sorrentino, sarebbe più fecondo ricercarla non nella luce e nell’armonia bensì laddove tutto è oscuro, disarmonico stando, però, attenti a non perdere sé stessi, i doni ricevuti, accogliendo indifferentemente ciò che è subumano, deviante per la crescita dell’anima. A tal proposito, il film pone in contrasto due episodi: lo scambio di Parthenope con l’attrice Flora Malva (Isabella Ferrari), palese incarnazione della Morte (è interamente velata come la figliolina della Notte nella fiaba in versi L’oiseau bleu di Maeterlinck[6]), dalla quale si lascia baciare e la casuale partecipazione alla “grande fusione”, terrificante parodia delle tradizionali “nozze divine”, rito durante il quale un ragazzo e una ragazza si accoppiano come bestie suggellando, davanti ai presenti, l’unione delle rispettive famiglie mafiose (qui c’è, se vogliamo, un ricordo del Salò di Pasolini). Il secondo motivo è quello del Miracolo, non è casuale che Parthenope acconsenta a farne il cuore della tesi di dottorato e, durante un esame, dichiari la sua predilezione per Gourhan-Leroi[7] e non per il materialista Althusser: nei suoi studi, specie Les racines du monde[8], l’antropologo francese non cessò di celebrare l’imponente bisogno che porta l’essere umano a volgersi verso il passato per riafferrare, se possibile, il mistero delle origini. Parthenope è consumata da un desiderio simile: si incuriosisce, si interroga, si strugge, di rado si fida, a volte inciampa ma mai si arresta… e continuamente si meraviglia «di tutto il resto»! Meravigliarsi, ecco, scioccarsi per ogni istante in cui si è vivi e si può sentire la vita brulicare, danzare attorno a noi, per mare e per terra, questo è il vero Miracolo: lo si dà per naturale quando naturale non è affatto e preferiamo lambiccarci sulla veridicità del sangue di un santo patrono.

L.E.: La protagonista attraversa diverse fasi della sua vita: infanzia, giovinezza, maturità. Come cambia il suo rapporto con sé stessa e con gli altri nel corso del film?

G.G.: In parte ho risposto nella precedente domanda. Fragilità e conquiste, piccole o grandi, di Parthenope sono anche le nostre nondimeno, e ciò la distingue dalla massa, essa non permette che il mondo la derubi della purezza, neppure quando si offre sensualmente o si vede costretta ad abortire. Nel secondo tempo appare forse più consapevole, disillusa, un po’ più fredda (lo scambio con Sandrino lo dimostra) ma non le crediamo fino in fondo. Come Napoli, Parthenope non è cambiata dentro; nonostante le cicatrici e le lordure arrecatele essa rimane misteriosamente integra, addirittura pietosa. Tornano in mente le parole che un critico francese spese anni addietro sul personaggio di Catherine Spaak ne La voglia matta: «non è compito suo curarsi degli uomini, non le appartengono quelle piccole recite a cui tanto teniamo. Lei, la divinità, deve solo mostrarsi nella Bellezza. È il suo apparire la nostra possibilità di salvezza. È la sua irraggiungibilità la nostra perdizione[9]». Riflessioni che ben si adattano a questa sirena.

L.E.: Il film sembra oscillare tra autobiografia e finzione. Lei ha colto elementi che rimandano alla vita o alla visione artistica di Sorrentino?

G.G.: Non conosco bene il passato del regista, non mi arrischio a ipotizzare quale sia in Parthenope il confine tra vissuto e fantasia. È un problema che non mi pongo mai, del resto. Una volta terminata, un’opera (musicale, letteraria o visiva) non è diversa da un figlio che ha raggiunto la maggior età: nelle sue vene scorre il sangue dei genitori eppure è divenuto un essere autonomo che si aggira per le strade, con uno sguardo, un volto, un temperamento unicamente suoi e tutto può accadergli, tutto si potrebbe dire di lui purché lo si faccia con umiltà, senza falsare. Mi piacerebbe sedere a un tavolo con altri che hanno visto Parthenope, ascoltare cos’ha lasciato loro, in particolare le signore, in che modo il film ha fatto riemergere, inaspettatamente, personali, preziosissime esperienze. Dev’essere molto bello! Riguardo alla visione di Sorrentino credo di essermi già espresso ma potrei ricollegarmi alla prima e alla terza domanda aggiungendo che Thomas Mann, fra le penne da lui più apprezzate, affiora anche in Parthenope. Piccolissimi riferimenti, beninteso, ma riconoscibili. Ad esempio, il legame fra Parthenope e il fratello Raimondo (Daniele Rienzo), inestinguibile anche dopo il suicidio di lui, lascia intendere che fossero “gemelli spirituali” i quali difficilmente avrebbero potuto trovare completamento al di fuori di essi: ciò che è stato separato dalla materia e dalla società anela, fra pregiudizi e condanne, a tornare ad essere uno, tema che ritroviamo ne L’eletto e nel racconto Sangue velsungo. Tesorone (Peppe Lanzetta) si tinge tragicomicamente i capelli come Aschenbach in La morte a Venezia. La coabitazione fra Basso e Sublime è, inoltre, tipica del Mann e attraversa tutta l’opera di Sorrentino a partire dal versante uditivo: in Parthenope si ascoltano Sibelius e Cocciante, ne La grande bellezza la Carrà e il canto gregoriano, nello sceneggiato The Young Pope Fauré e Nada ecc…

L.E.: Cosa le ha lasciato Parthenope a livello emotivo o riflessivo? C’è una scena, una frase o un’immagine che l’ha colpita in modo particolare?

G.G.: Mi ha convinto al di là di ogni previsione, instillandomi un irrefrenabile desiderio di gioventù, di vento, di pienezza a dispetto del senso di morte e disfacimento fisico che scorrono sotto la trama come un fiume, dall’inizio alla fine. A visione conclusa, il cuore martellava e avevo voglia di fare l’amore, non mi vergogno a confessarlo. Sento ancora il film (e la salsedine) addosso, dovrei aspettare per formulare un giudizio equilibrato, certo è che Sorrentino possiede una sensibilità rara negli odierni cineasti italiani ovvero saper creare “nuovi mondi” muovendosi in quello quotidiano, conosciuto solo in superficie. Con la ragione so che non è un capolavoro (nessun film di Sorrentino si avvicina neanche lontanamente a questa definizione) ma sono stato bene, il mio sguardo ha viaggiato, per due ore e dieci non ho sentito paura o ribrezzo verso il mondo ma solo affettuosa vicinanza. Non è poco! Due battute mi sono rimaste impresse, di Parthenope e del prof. Marotta (Silvio Orlando): «Non so niente ma mi piace tutto», «Difficilissimo è vedere». La sequenza in cui la protagonista parla per la prima volta con il figlio di Marotta – fra le più belle, a metà strada fra Curzio Malaparte e Miyazaki Hayao – è stata una sorpresa degna di questo nome, toccandomi in un modo speciale.


Note

[1]   Luca Erba, Intervista allo spezzino Giordano Giannini, “GazzettadellaSpezia.com”, 13/07/’25; ultima visualizzazione: 05/11/’25.
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[2]   Cfr. Maurizio Ponticello, Napoli, la città velata, Napoli, Controcorrente, 2007, pp. 25, 30-32.
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[3]   In un episodio speciale (n. 58, 29 nov. ’23) di “TeLe-Dico”, video-rubrica della testata digitale “Puntozip.net”, Giordano Giannini ha dialogato con Anastasia Marano proprio su Napoli velata e i suoi segreti. L’episodio è reperibile su YouTube. Ultima visualizzazione: 05/11/’25.
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[4]   Giuseppe Grossi, Paolo Sorrentino. Dieci elementi distintivi del suo cinema, “Movieplayer.it”, 28/05/2015; ultima visualizzazione: 05/11/’25.
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[5]   Cfr. Fernando Mazzocca, Corcos, Firenze-Milano, Giunti, 2014.
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[6]   Osservando la scena tornano alla mente pure una celebre tela (1891) di Léon Frédéric, Allegoria della notte, i rilievi circolari in marmo del danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844) nonché alcune incisioni dello svizzero Samuel Amsler (1791-1849).
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[7]   André Leroi-Gourhan (1911-1986). Di lui si recuperi l’opera principale, pubblicata in due volumi, Il gesto e la parola (Mimesis, 2018).
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[8]   In italiano, Le radici del mondo. Dalla ricerca preistorica uno sguardo sulla totalità dell’uomo (Jaca Book, ‘86), colloquio con Claude-Henri Rocquet.
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[9]   Cfr. Giordano Giannini, “Gli amori di Anaïs”, esordio alla regia di Charline Bourgeois-Tacquet, “Moviestruckers.it”, 30/04/’22; ultima visualizzazione: 05/11/’25.
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Ripensando a Parthenope… – di Giordano Giannini

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