La Storia, che è favola d’uomini caratterizzati da circostanze particolari, anziché di circostanze naturali brulicanti di vita, è costituita dalla medesima sostanza degli esseri che, muovendosi, ragionando e infinitamente volendo, la caratterizzano.
Semplificando l’elaborata palestra intellettuale che Platone fa svolgere nel Parmenide al filosofo – intento ad insegnare ad un giovane Socrate il metodo con cui risolvere la pluralità dell’esistenza – l’albero da frutto, colto per un attimo come Unità, non può esistere indipendentemente da tutte le cose che lo compongono, come normalmente lo stesso albero, in quanto sostanza, non potrebbe essere concepito senza la corteccia, i frutti, i nidi e i parassiti.
La Storia sono i miliardi di corpi intrisi di volontà e di forza vitale espresse in ogni istante, un “movimento di popoli da una parte verso un’altra, da Occidente verso Oriente e viceversa” (Guerra e Pace). La discretizzazione per eventi di questo flusso costante è per Tolstoij un errore superbo da scienziati, e in ciò forse pecca di eccessivo sofismo, poiché sono molte le pagine dedicate ad eventi singolari come Borodino o Schongraben, e a nulla sarebbe valso parlarne senza un preciso inizio, seppure intimamente sconfessato.
Ma in una cosa Tolstoij ha ragione: ogni evento storico non è che la somma dei caratteri particolari, che fanno della folla di soldati ad Austerlitz un focolaio di sospetti, pregiudizi, paure e speranze, un prodigioso ecatonchiro che ora avanza in file, ora si smembra nelle esistenze individuali, ora si ricompone in altro disperato tentativo di sopravvivenza e di gloria, guidato dal principe Andreij Bolkonskij.
La sconfitta di Austerlitz, del resto, non può che essere la vittoria dei caratteri, di quell’insieme di elementi spirituali e morali che distinguono gli individui, il cui contrasto, benché connaturato alla volontà e alla naturale espressione di sé, si tramuta in guerra solo negli inesplicabili movimenti nazionali, dove si innalzano bandiere che cantano nei colori solenni “noi siamo questi che vedete, voi state dall’altra parte”, e si scrivono gli inni per esaltare l’ostilità nazionale.
La pace politica è un temporaneo equilibrio di conflitti che non riescono a prevalere, di corpi immensi che non riescono a imporsi sugli altri divenendo lo Spirito storico Hegeliano, un conflitto di antitesi niente affatto risolto in sintesi.
Se si analizzano i reciproci movimenti umani di ogni epoca, dalle genti barbare che oppresse dai mongoli si infrangono contro l’ostile gladio romano, alle rivolte armate o pacifiche del ’48 dell’Europa costituzionalista, si nota il medesimo carattere di tumultuosa ostilità tra identità storiche.
Persino le proteste dei giorni nostri, anche quelle più misurate, hanno un’intrinseca – naturalissima – disposizione ad opporsi alla cieca autorità con un carattere intimamente fazioso, quantunque apolitico.
Davvero, in questo, l’Uomo non diverge da Natura, anzi, benché vestito di protesi tecnologiche che senza mutarlo nella sembianza gli allungano il collo come la giraffa, e all’occorrenza moltiplicano in lui zanne affilatissime come nessun predatore della steppa, soggiace alle istanze primitive insegnate da Rousseau nel suo Discorso sopra la disuguaglianza: conservazione di sé nel tempo e nella sostanza, miglioramento delle proprie condizioni di vita, da cui scaturisce inesauribile e inappagabile la volontà dell’agire e la potenza d’esaudire in un momento e spazio ben precisi le ambizioni particolari.
Voilà, la naturale inclinazione umana alla guerra, ecco l’esigenza di scontro “appena gli uomini ebbero cominciato a confrontarsi tra loro” (Discorso sulla diseguaglianza), agli albori della storia.
Nella fisica elementare si dichiara che, prese due celle contenenti la medesima soluzione, una delle quali ha una maggior quantità di soluto dell’altra, e messe in comunicazione tramite un setto mobile, le molecole di soluto, per moto casuale, si scontrano ineluttabilmente e caoticamente, sprigionando una certa quantità di energia e generando un moto generale ordinato da una parte all’altra. A mutare sistema di riferimento, ponendoci in rapporto infinitamente più piccolo con l’ambiente esterno, un grande occhio sovrano eterno e infinito, certo assisterebbe ad un evento simile.
Tale “scontroso” stato di cose avrebbe fatto piacere al Carducci, il quale, in un discorso sopra il Manzoni, racconta che da bambino, già patriota, era solito a “battaglie a colpi di sassi e di bastoni, con le quali intendevamo riprodurre i più bei fatti de’ bei tempi di Roma e della Rivoluzione francese” (Antologia Carducciana, Zanichelli 1920). E il fuoco non si spegne in età matura, signornò, anzi ogni mattina si rinfocola e dice: “mi sveglio con una maledetta voglia di fare ai pugni”, come scrive nella prosa dedicata alla strenua difesa del suo Ça ira dai “lettori miei maligni” (idem). Non stupisce che il Carducci dalla natura ferina, battagliera di fronte a tutte le forme sciatte e trapiantate, se la prenda con i romantici e le loro “forme crepuscolari” come la “molle pianta”: il salice piangente non autoctono dell’Umbria. Nel tempo in cui l’Italia si destava, come uno splendido mosaico rinviene di sotto ai ruderi di una capanna in Via dell’Impero, per Carducci evidentemente non c’è spazio per gli indecisi politici; nel suo tempo chiama compagni quei patrioti che si immolano per la patria, e issano la bandiera su Mentana e l’Aspromonte. Così come la religione al tempo della sua Repubblica, il pensiero umano è sempre al servizio della presente gloria nazionale, che chiude nella forma bella del sonetto, abbellito da richiami al mito greco e romano. Il suo momento è la guerra risorgimentale, i salotti esultano quando escono le odi barbare, e la Regina Margherita si complimenta per il componimento Alla Vittoria, tuttavia, quanto più l’animo umano partecipa al suo tempo e alla guerra, più anela, quasi fisiologicamente, un locus amaenus in cui trovare il balsamo dalla febbre, come un albero, le cui radici sprofondano nell’oscurità, tende i rami alla chiara luce del cielo.
Carducci, per quanto prodigioso, è uomo come gli altri, se non di più, e scrive, ricordando l’estate in Toscana: “non rimpiango ne richiamo ne invidio; soltanto tra le brezze d’autunno ricordo gli ardori del luglio 1857 e le estati della dolce Toscana” (idem). Molti sono i versi in cui il poeta dimentica la lotta storica ora nel “sereno gorgo” ora nella vista dei “bei giovenchi”, rimembranze della cara Maremma, ma più spesso si placa vagheggiando la pace morale delle “leggi eterne ed inclite arti” che consentono al poeta di “raddolcir la vita” (idem).
Carducci non è il solo patriota a desiderare, benché in maniera più ordinata, come del resto la sua forma, la calma in mezzo al fuoco degli organismi nazionali. In Vittorio Sereni, poeta semi-dimenticato dalle scuole, si delinea la concezione, più simile a quella idea individualista che oggi plasma i rapporti sociali, della quiete che scaturisce piuttosto dall’amor proprio che dalla virtù. A tal proposito Rousseau, dicendo: “è la ragione che genera l’egoismo ed è la riflessione che lo rafforza” (parte prima del Discorso sulla disuguaglianza), intende dire che il calcolo per il quale conviene sottomettersi a usanze collettive prescinde la pietà, benché non la alieni all’uomo, sicché è più forte in lui una forma di quiete egoistica, una maschera morale prodotta da un derivato dell’istinto primitivo di conservazione, che lo fa amico all’occorrenza degli uomini del suo tempo.
Nella marea illuministica da cui l’Europa settecentesca è sommersa, nella fiducia parossistica che la ragione sia il solo mezzo per conseguire la virtù e il benessere sulla terra, sorge raminga la voce del filosofo francese, anch’egli, per sorte, ramingo. Ed ecco che più di cento anni dopo, un soldato, fatto prigioniero dagli alleati, scrive “Prega tu se lo puoi” (Vittorio Sereni, da Non sa più nulla, è alto sulle ali), rivolgendosi con amarezza al primo caduto sulla spiaggia normanna nel giugno 1944. Di fronte alla morte d’altri, Sereni, ormai stanco, ormai inevitabilmente contemporaneo, tanto nel pensiero quanto nella tempra, si aliena in mezzo agli oggetti del pensiero, si forgia un animo d’argento (Platone, Mito della caverna). Come i soldati di Guerra e Pace, Sereni diviene individuo quando cessa di credere negli ideali e nella gloria nazionali, e, come loro, anela alla quiete, alla salvezza e alla felicità. Carducci non invalida la regola: l’interesse a chiudere in una forma severa e codificata un messaggio umano, è la più grande esigenza dei cosiddetti poeti nazionali, e una fondamentale testimonianza di un’esigenza che corre attraverso le epoche sotto il rumore degli zoccoli dei numerosi Spiriti Storici, spesso a cavallo, come se li ricorda Hegel.
La medesima esigenza di serenità oggi è più forte che in passato, in proporzione al grado di suggestione che le immagini delle presenti tragedie infliggono allo spirito individuale, il solo che dura nella sua aspirazione alla pace perpetua. L’errore sta nell’applicare tale esigenza personale alla comunità, alla folla, allo Stato, in cui il singolo carattere perde di significato e viene sempre destituito dalla propria volontà in misura in cui quella si discosta da un’altra volontà, formale più che sostanziale, che è media pesata di tutte quelle particolari. Ma se bisogna comportare le forme di aggregazione, appare evidente come i filosofi e i letterati fin qui trattati abbiano ragionato più sulla possibilità di una pace temporaneamente affetta dagli eventi nazionali, piuttosto che alla destituzione della bandiera stessa, dell’inno, dell’arte patriottica. La memoria nazionale è, in verità, un signore anziano, vetusto, che ricorda a menadito i fatti che gli son piaciuti, ma monotono e fin troppo preoccupato di quelli che non ha compreso d’altrui.
Quel che si può insegnare è la comprensione antitetica delle ragioni storiche, la storia della filosofia come flusso di individui, e non interrotto dai cosiddetti Uomini Grandi, l’umiltà dell’ignoranza di fronte a quello che non si può sapere, piuttosto che la superba arroganza degli intellettuali “d’eventi”.
Guardando a ciò, l’idea moderna dell’inutilità dell’intellettuale sfiorisce, ma a tergere la pianta saranno i filosofi.
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Credits: Linnaea Mallette
