Ogni nuova tecnologia che non conosca i propri limiti è destinata a tragici errori.
C’è un meccanismo che si ripete in parallelo tra generazioni e progresso: una cultura deve compiere un lungo lavoro di assimilazione per incorporare una novità, lavoro che si ripercuote in molti modi e dura più generazioni. Ogni innovazione porta con sé non solo strumenti, ma anche un nuovo lessico – “user”, “like”, “scroll”, “chatbot” – che educa gesti, abitudini, forme del pensiero.
In generale le persone si dividono in inventori e fruitori.
I primi sono caratterizzati da coraggio, creatività, esplorazione. Sono un gruppo ristretto. Sono vergini, e le novità che scoprono lasciano profondi segni nella loro personalità. Hanno conquistato frammenti o intere terre. Hanno toccato risultati sbalorditivi ma anche fallimenti cocenti, che lasciano vittime sul terreno. Ogni argomento ha i suoi esploratori, i suoi territori dove si disegnano solo leoni e biografie intense.
Non possono produrre una conoscenza completa e matura, ma una saggezza sì, fatta di regole empiriche in forma oracolare.
I fruitori, che non hanno patito i disagi della conquista ma possono accumulare i vantaggi dei nuovi risultati, cadono spesso nella smodatezza. Sine modo. Senza misura.
Bambini cresciuti in una forma di abbondanza naturale, danno per scontato ciò che hanno assorbito con le prime parole e il latte materno. Possono giocare con le novità di ieri perché queste sono diventate nuovi pezzi del lessico di oggi.
Non sanno che ogni territorio presenta delle ombre.
Ogni popolazione tradizionale possiede una mitologia: dèi e demoni, soprattutto tabù. Ogni generazione che fruisce di nuovi mezzi, invece, non ha ancora ricevuto la trasmissione della conoscenza. Non ci sono miti ad accompagnarne l’adolescenza. Non ci sono storie esemplari e racconti del bene e del male.
Dedalo era un progettista, un abile costruttore di labirinti. Minosse, un tetrarca paranoico e feroce. Così l’unico modo di essere sicuro dal tradimento era incarcerare nell’opera il suo inventore.
Dedalo aveva un figlio, Icaro, che non aveva nessuna colpa per i timori sul padre. Si è trovato nel labirinto che è stato per lui culla, casa e carcere. Correva tra i suoi sentieri interrotti senza domande, senza spiegazioni, senza saggezza.
Quando il padre inventa l’unico modo per fuggire – le ali di piume di uccelli incollate con la cera – Icaro si trova ad essere fruitore di una nuova tecnologia che offre vantaggi, libertà, fuga. Ma non basta una generazione a capire il nuovo territorio dove vivono solo leoni. Occorre una narrazione, una raccolta di racconti che renda tradizionale un potere: il mana, l’energia, potente e pericolosa.
Icaro è incapace di assorbire o capire o ascoltare una saggezza che non è ancora diventata cultura. È facile preda di ogni forma di adolescenza: bisogno di libertà, esagerazione, godimento senza limiti, non coraggio ma spericolatezza.
Osa senza sapere che osa.
Icaro si innalza, ebbro del piacere che il nuovo territorio dell’aria gli permette. Lontano da una prigione di limiti, non ha nessun strumento che gli permetta di trovare il modo, la misura e l’esperienza per essere padrone del mezzo.
Supera i vincoli, non ricorda, sottovaluta o non capisce la necessità dei limiti.
Bulimia del piacere e sconfinamento dell’uso lo travolgono. Il calore del sole troppo vicino surriscalda la cera, libera le piume, rompe il giocattolo, lo trascina in fondo al mare.
Naufragano così i fruitori ingenui, si ritrovano incarcerati in nuovi labirinti: strade che sembrano uscite e sono solo vicoli ciechi. Sono inutili le raccomandazioni. Il fallimento non è dovuto a pigrizia, non a cattiva volontà. Occorrono miti per conoscere i rischi. C’è un abisso tra chi inventa, introduce, evolve e chi vive in quel nuovo territorio inconsapevole come un bambino. Quest’ultimo sarà vittima di una bulimia del desiderio, di una hybris che sfida le forze, di un’adolescenza ostentata e narcisa.
E così una generazione di fruitori naufraga: hikikomori chiusi nelle loro stanze; persone curve sul loro “mobile”; ragazzi che copiano e incollano i frutti facili di una nuova intelligenza aliena.
Poi, con il tempo, alcuni naufraghi si salvano. La conoscenza viene narrata, emergono esploratori della nuova giungla. Consapevoli dei rischi, dei veleni e delle fatiche, sanno che possono correre come il vento ma devono generare una nuova mitologia. La maratona, un tempo, si correva per narrare una vittoria sui Persiani. Oggi miriadi di nuovi esploratori ritrovano un’energia che funzionava all’alba dell’uomo: correre senza essere piegati dalla stanchezza per procurarsi prede incapaci di correre così a lungo. Nuovi eroi, nuove mete, nuovi tabù.
Possono continuare ad usare automobili, aerei e qualsiasi tecnologia che ha reso deboli i primi fruitori, obesi, che raggiungono ogni estremo del mondo conosciuto, ormai orgogliosi non più di abitare i luoghi ma di catalogarli nel conteggio delle mete raggiunte. Essi oggi camminano nei vecchi sentieri dei pellegrini, salgono montagne che hanno sfiancato contadini e pastori.
Icaro è un destino, una tragedia annunciata. Ci sarà sempre.
Come interrompere il filo tragico della rischiosa bulimia del fruitore? Scoprendo in ogni novità la traccia appena visibile di un labirinto?
Scoprendo che qualsiasi novità è, in realtà, una nuova prigione.
È a Dedalo che dobbiamo assomigliare.
Non lasciarsi prendere dall’ebbrezza infantile, pseudo-eroica, stupidamente narcisa. Per non essere incarcerati occorre un sacrificio: non farsi catturare dalla novità ma conoscerla, come l’homo sapiens ha conosciuto tutti i mali e i pericoli di ogni terra. Oggi non ci sono più nuovi territori. Ci sono interi universi tecnologici, artificiali, altrettanto, se non di più, pericolosi.
Allontanarsi dallo “user”, diventare “maker”.
Temere gli dèi, coltivare la misura, vivere tra sempre nuove piante, animali, veleni e vedere che sono, ogni volta, prigione – e desiderare libertà.
Libertà dal presente, sempre.
Immagine Wikimedia Commons
Andrea Del Sarto (attr.), Preparazione di Icaro, 1506-1508 ca.
