Premessa
Ognuno parla di pace e tutti fanno la guerra. Quando accendo il televisore mi sembra che si stia cercando, a tutti i costi, di prendermi in giro. Mi spiego meglio: i leader si manifestano tutti pacifici, e la guerra, nel suo universo turpe, si presenta come “un bonario paraninfo” per ottenere il reale fine, la pace stessa. Ma il paraninfo non è tale, e ha nell’anima l’aspetto di Ade nei suoi giorni peggiori. La guerra porta in grembo il potere. La pace è prole di un’altra genitrice.
Il mondo si sta riarmando. È allarmante. Si armano gli Stati in guerra. Si armano gli Stati alleati. Si sta riarmando la Germania, che, in questo momento, ha in Cancelleria dei moderati… Ma se in futuro, come nel passato non lontano, ci fossero degli estremisti? Beh, avrebbero già pronto il drago di metallo per sparare fiamme sul nuovo eventuale nemico.
Per la pace Perpetua
Mettendo in rassegna, in questa sede, Per la pace perpetua di Immanuel Kant, intendo, usufruendo della sapienza del filosofo prussiano, riportare la migliore strategia legislativa per la pace. Nell’articolo 3 della Parte Prima (Articoli preliminari ad una pace perpetua fra le nazioni) l’illustre cittadino di Königsberg affronta la tematica degli eserciti permanenti:
Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente cessare.
E invece, come ben sappiamo, si pensa, oggi più di prima, a rafforzare le milizie e a creare, addirittura, nuovi corpi armati: parlano, discutono sull’Esercito Europeo… Si spendono soldi per la Difesa? Sicuramente è un bel modo di raccontare le cose. Ma, per come la vedo io, si spendono risorse economiche in armi, punto e basta. Il resto è grigio fumo che presto si dissolverà tra le nubi di Londra.
Avere un coltello per difendersi da un assassino è un bene. Non c’è dubbio. Tuttavia, se ci si arma nei periodi di tranquillità pacifica, per ipotetiche difese future, anche gli eventuali nemici, con maggiore ferocia, faranno lo stesso. È un cane che si morde la coda all’infinito.
La soluzione? Quella di Immanuel Kant: basta con gli eserciti! Tutte le nazioni dovrebbero impegnarsi a incentivare ricerche nel campo medico e in quello culturale, e a non incentivare, negli anni avvenire, la ricerca per migliorare la macchina bellica. Se nessuno Stato avrà eserciti, armi… Se i leader saranno armati di bianchi gigli, i nostri figli mostreranno la fierezza di essere terrestri.

Analizzando una poesia di Wisława Szymborska
La prova del nove dell’amore è star qualche giorno lontano dall’oggetto dell’amore stesso. L’assenza temporanea di quella determinata personificazione amorosa, ci permette di capire il significato, e il benessere che si cela in esso, del sentimento. Al medesimo modo, per capire l’importanza della pace, forse si deve partire dal suo contrario, dall’assenza di essa, si deve cominciare, dunque, il ragionamento dalla guerra: male per eccellenza. Non vi sono guerre giuste. Vi è solo il sangue che gocciola come fosse pioggia.
Wisława Szymborska, nella lirica La fine e l’inizio, parla della guerra con un acume di pensiero straordinario: mentre, quando termina la pace, inizia la guerra, quando finisce la guerra non inizia immediatamente la pace. Vi è ancora tanto inferno da dover scalare. Le macerie. Il sangue ancora fresco nelle strade. Le madri che hanno perso i figli. La tristezza che non può essere curata, nell’ottica di una guerra interna che non finirà mai.
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
L’ordine, seppure approssimato,
certo non viene da solo.
C’è chi deve spingere le macerie
al bordo delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve calarsi
nella melma e nella cenere
tra le molle dei divani letto,
tra le schegge di vetro,
e gli stracci insanguinati.
(Wisława Szymborska)
La poetessa polacca conclude la sua poesia con una strofa spiazzante per l’interpretazione che intendo dare…
Tra l’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti
dev’esserci qualcuno disteso,
con una spiga tra i denti
perso a guardare le nuvole.
(Wisława Szymborska)
Chi, dunque, si può permettere il lusso della tranquillità? Chi non sa, chi è inconsapevole, chi non è stato direttamente coinvolto nel passato e lo disconosce. Ma se non si comprendono gli errori/orrori del tempo che fu, e ciò implica, anche, una ferrea conoscenza di essi, lo spettatore delle nuvole che fa abitare una spiga fra i suoi denti, potrebbe sognare, anziché il bene, il male, che nelle menti abbigliate con la seta dell’inconsapevolezza, agisce più facilmente.

Passaporto per le stelle, ovvero per la pace
Nel 1983 i Pooh fanno uscire Passaporto per le stelle (all’interno dell’album Tropico del nord): il testo di Valerio Negrini è di una potenza straordinaria: siamo in un futuro distopico e fantascientifico (la band italiana peraltro aveva già scritto brani del genere, ricordiamo Uno straniero venuto dal tempo, che affronta, nel 1976, la tematica degli extraterrestri). La guerra gela il mondo, trascinandolo nelle tenebre. Il presidente di una nazione (non specificata nel brano) decide di mandare due giovani (un uomo e una donna), tramite quella che a me sembra essere una navicella spaziale, in un pianeta lontano, da popolare. E qui arriva il bello! Quali ideali dovranno avere per popolare, o, meglio, per plasmare il nuovo mondo?
Riporto direttamente il testo, per poi commentarlo in seguito.
Fate nuovi amori,
fate nuove geografie
senza cattedrali, generali e nostalgie,
senza più bandiere mai
e che questo sole sia con voi!
(Valerio Negrini)
Il primo verso può avere varie sfumature: può significare semplicemente il creare una nuova prole umana, generata con amore, e che come tale avrà l’affetto dei genitori e avrà, inoltre, insita in sé la stessa idea d’amore. Oppure può simboleggiare la volontà di generare nuove relazioni o, ancora, sentimenti rivoluzionari, come amare il prossimo o il proprio pianeta: una normalità che ormai suona come anormale.
Il secondo verso “fate nuove geografie” è perentorio! Sono i confini legittimati da ragioni storiche (di parte) e non naturali che creano, nel loro essere sovrastrutture, conflitti bellici. Perciò, spiega con la sua poesia Negrini, queste geografie devono mutare il loro volto all’interno del nuovo mondo: si deve legiferare, fin da principio, per garantire una pace universale e perpetua (torniamo a Immanuel Kant). La migliore geografia è, probabilmente, quella della natura: quella che segna un confine con una catena montuosa o con un fiume che ama serpeggiare, senza avvelenare, per il suo delimitare, nessun popolo.
La canzone continua con tre riferimenti da discutere: le cattedrali, i generali e le nostalgie.
Le prime rappresentano il potere temporale della Chiesa: infatti, come spiega Alessandra Bonazzi analizzando il saggio del 1979 Monument and Myth di David Harvey, sono edifici capaci di cambiare e influenzare uno spazio, un ambiente, per testimoniare una forza sul territorio. D’altronde, solo per fare un esempio, se la Basilica del Sacro Cuore (di ciò si occupa il sopracitato lavoro di Harvey) si vede da varie angolazioni di Parigi, un motivo ci sarà! In questo caso specifico il motivo è riscontrabile nel legame indissolubile tra la Francia (conservatrice) e la cristianità.
La Chiesa, nella storia, spesso ha mobilitato gli animi per andare incontro alla guerra. Pensiamo alle Crociate. Nel nuovo mondo immaginato da Negrini (un ateo che parla di Dio in vari testi) c’è sicuramente spazio per il credo, ma non per alcune gerarchie ecclesiastiche che si nutrono di precisi interessi terreni.
Passiamo, adesso, al secondo termine: “i generali” rappresentano il militarismo della civiltà, che con la sua essenza militare, qui il paradosso, è incivile. Dunque, siamo tornati, tramite il testo del fondatore dei Pooh, al filosofo di Königsberg, che non ama, come visto, gli eserciti permanenti, nell’ottica di un antimilitarismo che coinvolge, in questa sede, Kant e Negrini.
L’ultimo nodo dell’intrecciato verso è costituito dalla parola “nostalgie”.
Le nostalgie, figlie di estremismi di destra e di sinistra, troppe volte hanno generato violenza, per celebrare un passato che si disconosce. Perché sono sicuro della non conoscenza di determinati gruppi? Perché se conoscessero il passato, che invocano come divinità pagana, non lo amerebbero.
Infine, Negrini parla di bandiere: si auspica per il mondo nuovo un’assenza totale di questi simboli, in grado di generare un’identità, che spesso si è rivelata lesiva nella storia dell’uomo: i nazionalismi, che sotto l’egida della patria (e dunque legittimati dai colori di una bandiera) hanno distrutto la pace, non devono far parte della rinnovata era pensata in Passaporto per le stelle.
Tuttavia, a parer mio, le bandiere andrebbero salvaguardate: ma solo nel momento in cui, finalmente, l’uomo imparerà a rispettare le differenze, vere ricchezze per l’umanità. Le differenze dovrebbero essere fonte di rispetto e di scambio culturale: così le diversità sarebbero garanzia di pace più di quanto possa essere l’esistere di una sola patria per tutti.

Conclusioni
Le conclusioni le lascio alla poesia, per celare dietro a un mio testo le speranze umane che rifiutano di assopirsi, che rifiutano di divenire “La bella addormentata nel bosco” dei Grimm.
Mi sveglierò,
accenderò il televisore:
ascolterò, con gioia interessata,
notizie di umani
che fanno gli umani:
si appassionano, vivono,
plasmano, coltivano,
scrivono, leggono,
amano.
Bibliografia
A. Bonazzi, Manuale di geografia culturale, Laterza, Bari-Roma, 2021.
I. Kant, Per la pace perpetua, Rizzoli, Milano, 2013.
M. Poggini, Pooh. I nostri anni senza fiato, Rizzoli, Milano, 2009.
W. Szymborska, La fine e l’inizio, Libri Scheiwiller, Milano, 2009.
