Un immaginario incontro fra tre celebri e, per molti versi, irraggiungibili studiosi, interpreti e storici maestri del sistema stenografico Gabelsberger-Noe.

Dobbiamo innanzitutto chiarire che i loro interventi sono tutti desunti e, nel possibile, fedelmente tratti da loro opere: pubblicazioni ufficiali, saggi, testi scolastici, critici e storici, che abbiamo cercato di “cucire” con un personale criterio di logica stilistica, pur rispettando le diverse personalità dei tre autori. Come se ancora fossero fra di noi.

La loro fama è largamente conosciuta. Ricordiamoli:

Francesco Giulietti, Giuseppe Aliprandi, Ugo Zucchermaglio.

Più la presenza “abusiva” di un Profano, che ha voluto metterci il naso.

Francesco Giulietti (Firenze 1883 – 1978). Studioso, saggista, avvocato, giornalista, storico delle scritture veloci, autore di numerosi testi, tra cui il prezioso “Trattato critico-storico di Stenografia”, esperantista, primo stenografo e vicedirettore generale alla Camera dei Deputati.

Giuseppe Aliprandi (Tromello di Pavia 1895 – 1975), padovano d’adozione. Matematico, insegnante di matematica finanziaria e attuariale. Autore di diversi manuali per la scuola superiore, storico e studioso di stenografia, presidente dell’Accademia italiana di stenografia, direttore di “Studi grafici”, e autore di pubblicazioni dedicate alle discipline grafiche, con un particolare riguardo per l’amatissimo Gabelsberger-Noe.

Ugo Zucchermaglio (Pescantina di Verona 1890 – 1964). Direttore didattico e ispettore scolastico, Stenografo pratico del Consiglio Comunale di Verona, autore di un testo fondamentale per gli insegnanti di stenografia, “Didattica della stenografia”. Zucchermaglio stenografò nel ’44 il famoso Processo di Verona, nel quale fu comminata la pena di morte ai “traditori” del 25 luglio (caduta di Mussolini).

I nostri tre studiosi, amici tra di loro, si incontrarono realmente in diversi convegni nazionali di stenografia, quando la stenografia era ancora in auge, ammirata e amata, simbolico blasone soprattutto dell’uomo di cultura, ma anche materia insegnata nelle scuole e attiva in numerose società stenografiche gabelsbergeriane in tutta Italia, con molti appassionati giovani principianti, e con l’entusiasta presenza di studiosi e raffinati cultori.

Giulietti: Aggiungiamo però che Il sistema Gabelsberger-Noe ha dovuto anche resistere a tante incomprensioni ed ostilità, specie dai fautori di una revisione del sistema limitandolo a manuale scolastico, proponendo una semplificazione didattica già dal convegno di Firenze del 1930…

Il Profano: Vorrei fare una innocente e forse banale domanda. Alle origini della Civiltà le scritture erano rudimentali e insufficienti. Quali sono stati i passaggi successivi prima di arrivare alla stenografia?

Giulietti: Prima dell’avvento della stenografia moderna sarebbe interessante spiegare che, fin dai primordi, dalla Grecia più antica non mancano testimonianze di un’arte abbreviativa. Sorvoliamo. Per quanto riguarda la sua domanda, relativa alla scrittura “normale”, essa apparve all’inizio come scrittura pittorica, che consisteva nel rappresentare una figura, che, se rappresentava delle idee o dei simboli, venne definita scrittura ideografica. Poi, con un ulteriore sviluppo, la scrittura rappresentò singole sillabe. Infine, si giunse alla scrittura alfabetica, rappresentando con ciascun segno una singola lettera. Infine, la rivoluzione. Eliminando dalla grafia comune gli elementi che impacciavano la celere registrazione delle parole e del pensiero, si arrivò a scoprire segni – e simbologie – di una nuova e più adeguata scrittura, semplice, pratica, veloce e rispettosa della semantica: la Stenografia, con dei capitoli grammaticali del sistema Gabelsberger semplicemente esaltanti. D’altra parte, tutto di questo sistema è di una smagliante genialità creativa, sempre rispettosa della chiarezza linguistica e filologica. Basterebbe soffermarsi sulla superba teoria simbolica delle vocali. La vocalizzazione è il problema più essenziale della stenografia, la cui risoluzione caratterizza e determina il valore d’un sistema, anche perché si riconnette più strettamente all’indole della lingua alla quale un sistema è applicato. (E potremmo aggiungere un altro originale argomento, quello sulle consonanti composte, per avere un’altra dimostrazione della irraggiungibile grandezza di Gabelsberger). Ma è proprio sulla vocalizzazione che il genio gabelsbergeriano considera, con chiarezza e semplicità, come una cosa ovvia, quanto sia infinito il numero compositivo delle sillabe, mentre è limitato quello dei segni. Un segno per ogni sillaba? Impossibile. L’indicazione delle vocali con segni indistinti o distinti, separati dalle consonanti? Assurdo. Pertanto, delle infinite teorie sull’argomento, solo tre possono considerarsi fondamentali. In base ad esse si distinguono tre scuole, accanto ad esse si sono manifestati in ciascuna nazione sistemi moderni, che si sono ispirati all’una o all’altra tendenza:

1) Scuola inglese: rappresentazione diacritica delle vocali;

2) Scuola francese: rappresentazione letterale;

3) Scuola tedesca: rappresentazione simbolica.

Il Profano: Lei, professor Zucchermaglio, maestro e antesignano nell’arte della didattica della scrittura veloce, quando ancora non si parlava di «didattica» della stenografia, come la definirebbe?

Zucchermaglio: Citerò una nostra relazione, presentata al Convegno didattico-pedagogico, a Sant’Agata di Napoli nel lontano settembre1952: «Il mondo cammina rapidamente, e i molti bisogni dell’umanità oggi vengono soddisfatti in forme non conosciute nel passato… Ora la parola nutre e veste il pensiero, l’arte, la religione con suoni e segni. Ma solo la stenografia, espressione grafica del pensiero, chiamata anche ancella devota della parola, rimane la più semplice e fedele interprete del pensiero».

Il Profano: Ma la stenografia è scienza o arte?

Zucchermaglio: “È scienza in quanto traduce la parola tenendo conto degli elementi etimologici e fonetici; è arte nell’applicazione pratica dei suoi postulati e nella fissazione rapida e immediata della parola.

Il Profano: Francesco Saverio Gabelsberger, nella sua opera fondamentale «Avviamento all’arte di segnare il discorso o Stenografia», definisce la stenografia: «L’arte con la quale, sia per mezzo di segni di scrittura assolutamente semplici, scorrevoli ed atti a combinarsi fra loro, sia per mezzo di un sistema di abbreviazione fondato sulla distinzione di ciò che è essenziale e di ciò che è meno essenziale nella fissazione del linguaggio, è possibile, scrivendo a mano, seguire nel modo più esatto le parole di chi parla». Non vorrei a mia volta attizzare polemiche. Tuttavia, sentendo tanti eruditi e convinti interventi, sembrerebbe quasi che esistesse soltanto il sistema Gabelsberger…

Aliprandi: No di certo. La civiltà, dalla nascita dei primi tentativi di scrittura, dalla pittografia, all’ideografia, al fonetismo, è stato tutto un fiorire di prove e tentativi di dare una veste grafica al pensiero e alla sua trasmissione. Dai graffiti al lapidario, fin dai primordi, dai latini, dai greci, dai fenici, dagli egiziani, dall’“Ars notaria Aristotelis”, e dalle stesse Note Tironiane eccetera, è nell’epoca moderna che si è assistito al massimo sviluppo della stenografia. In particolare, in Inghilterra. Il trattatista italiano Antonio Magnaron (1803-1878) dirà, con una frase che ebbe fortuna: la gloria di aver fatto rinascere la stenografia si deve all’Inghilterra. L’Inghilterra è la culla ella stenografia moderna. Qui, prima che altrove, si manifesta il bisogno di una celere scrittura. Le discussioni religiose affioranti sui dibattiti politici richiedono la riproduzione esatta della parola. Qui, in modo preminente rispetto ad altre nazioni, una pleiade di scrittori manifesta l’utilità di questa arte. Le contese giudiziarie impongono la presenza di abili stenografi, le scuole richiedono convinti e preparati insegnanti, i giornali attendono dalla abilità di stenografi professionisti la riproduzione fedele dei dibattiti parlamentari.

Per quasi due secoli (XVII-XVIII sec.) la stenografia inglese si impone in Europa, grazie ai sistemi di John Willis, di Thomas Shelton, di Taylor, di Pitman eccetera. Ma ogni altra erudita elencazione, con centinaia di autori, di sistemi stenografici inglesi (e non solo inglesi), la lasceremo doverosamente da parte, limitandoci qui a questo nostro breve riferimento di comodo e a una generica elencazione di scritture stenografiche: all’inizio rigidamente geometriche, successivamente corsive e miste, che tuttavia avranno una grande influenza anche sui sistemi stenografici italiani.

Il Profano: Eppure, continuiamo a tirare in ballo sempre Gabelsberger, che, peraltro, è anche tedesco…

Aliprandi: E allora insistiamo, completando, con una nostra riverente ammirazione, un doveroso contributo d’amore, qui aggiungendo qualche informazione sulla vita di Gabelsberger:

Francesco Saverio Gabelsberger (Monaco, 9 febbraio 1789 – 4 gennaio 1849), obbligato dall’impiego governativo a dover scrivere molto, pensò di creare una celere scrittura che lo sollevasse dal lavoro, per il quale era stato assunto. Dopo nove tentativi, durati dal 1817 al 1826, riuscì a creare un sistema stenografico rivoluzionario, il cui alfabeto era derivato da quello della scrittura corrente, e la cui architettura teorica era largamente ispirata alla lingua. Ma la struttura linguistica del sistema appare soprattutto nella cosiddetta terza parte, cioè nell’abbreviazione della parola nell’ambito della frase, in una organicità abbreviativa che derivava o dalla natura etimologica della lingua oppure dalla peculiarità dell’accento tonico della parola. E qui, tutti gli studiosi del sistema Gabelsberger si ritroveranno perfettamente in linea nell’applicazione alla lingua italiana che ne fece Enrico Noe, geniale, fedele e rispettoso adattatore della grandiosa, originale opera di Gabelsberger, e in particolare della sua prima opera fondamentale, l’«Anleitung» (1834), che apparirà in tutta la sua perfezione e completezza teorica nel suo secondo e ultimo capolavoro «Neue Vervollkommnungen» (1843). A entrambe si ispirò Enrico Noe, per la stesura del primo manuale italiano, considerato il codice della Scuola Gabelsberger-Noe, giunto alla XXV edizione. Basta.

Il Profano: Un’ultima cosa. Che anche lei, Prof. Aliprandi, ha messo in evidenza: Gabelsberger, avendo voluto creare un sistema eminentemente professionale, non si preoccupò troppo di una sua semplicità didattica…

Aliprandi: E infatti si spiegano gli sforzi dei suoi seguaci prima, e poi di tanti suoi appassionati estimatori, fin quasi ai giorni nostri, per semplificare il sistema, soprattutto dal punto di vista scolastico. Prima che un improvvido Ministero dell’Istruzione togliesse la stenografia dalla Scuola!

Il Profano: Ma almeno, anche se il Ministero ha affossato la stenografia, non sarà doveroso aggiungere qualcosa sull’altro elemento d’un binomio indissolubile, per noi italiani: Enrico Noe?

Aliprandi: Giusto. Anche perché, se il glorioso sistema di Gabelsberger ha assunto la diffusione, e la sua perfetta riduzione e adattamento con tutti i caratteri dell’italianità, lo si deve proprio a Enrico Noe, che pur era nato a Iglau, in Moravia, il 18 giugno 1835 e morì a Vienna, il 29 dicembre 1914. Fu avviato agli studi letterari a Vienna e a Padova. Nella città veneta, Noe completò e maturò compiutamente la padronanza della lingua italiana, che amò con passione di studioso e con la venerazione per il nostro Paese, di cui esaltò le forme letterarie e le vicende storiche, sia in pubblicazioni scolastiche sia in interventi eruditi, attraverso i quali poté arrivare a una completa e perfetta riduzione della grammatica stenografica di Gabelsberger, che comparirà in lingua italiana nella sua definitiva forma editoriale a Dresda nel 1863, e in una forma più limpidamente italiana, nella prima edizione del Manuale (Trieste 1865). E proprio a Trieste la parola del Maestro, veramente “cara e buona immagine paterna”, fu prontamente accolta e da qui diffusa. E il «Manuale di stenografia, secondo il sistema di F. S. Gabelsberger e adattato alla lingua italiana da Enrico Noe», fu adottato e studiato in tutta Italia, da Milano a Bologna, a Torino, a Roma, a Napoli, fino alla Sicilia.

Il Profano: Dopo tanti interessanti interventi, vorremmo coinvolgere un quarto personaggio, che forse vorrà dire anche lui la sua. Non tutti lo conoscono. È Paolo A. Paganini. Gran cacciatore di cariche sociali, riconoscimenti, presidenze, direzioni, segreterie, soprattutto esagerato cultore della parola, come vengono però volgarmente chiamati questi presunti dispensatori di verità: parolai. Qui Paganini ha avuto l’impudenza di spingere giù dai loro monumenti Giulietti, Aliprandi e Zucchermaglio, costringendoli a esprimere il loro pensiero. Ma, con la sua esibizionistica e nota carica di presunzione, ha voluto poi firmare come autore di questo lungo articolo, la cui gloria va solo alla generosa amabilità dei tre personaggi. Che ha da dire in sua difesa?

Paganini: Vorrei tentare di spiegare l’impossibile. Il Profano ha ragione. Mi sarò montato la testa? Mah, non so. Ma so, con onesta precisione, che ho sempre cercato, con umiltà, di essere sempre stato soprattutto un testimone. Di Zucchermaglio: sono stato suo allievo, forse l’ultimo nella preparazione all’abilitazione della stenografia (del suo pensiero e della sua vita conosco ogni piega di una immensa cultura). Di Giulietti: ereditai come presidente la gloriosa fondazione che volle la moglie Zaira alla scomparsa del marito, e del quale porta il nome: Fondazione Giulietti. Ad Aliprandi: mi legava la conterraneità, lui padovano di cultura, io veronese di nascita. Entrambi veneti, ci legava soprattutto una stima reciproca. Dovrò aggiungere che conobbi e frequentai in amicizia, dal 1950 in poi, tutte le maggiori personalità del mondo stenografico gabelsbergeriano: da Ludovico Pagano a Silvia Trampus, da Ugo Andreini a Flaviano Rodriguez, da Angelo e Giuseppe Quitadamo ad Alberto Marchiori, da Vittoria Bolognesi ad Ada Beltrami, da Giuseppe Capezzuoli a Olga Candiani, da Guglielmo Di Giovanni ad Andrea Innocenzi, da Jolanda Terenzani a Roberto Alessandri… E a tanti altri ancora. Oggi, sono rimasto praticamente solo, Ma testimone di un mondo scomparso, dove la cultura, la poesia, lo studio, la buona creanza, l’arte, il rispetto reciproco, l’amicizia erano sacre e inviolabili istituzioni morali, mentre ora sono scheletriche parvenze di un universo distrutto. Al loro fianco c’erano le altre istituzioni, quelle concrete: la Scuola, lo Stato, la Politica, la Religione, la Famiglia, la Sanità, la Legge e la Giustizia. Queste e tante altre vagano soltanto come fantasmiche ombre di sbandati sopravvissuti. Con rari e perenni ricordi di una gloriosa sopravvivenza, come i tre grandi sopra celebrati, e da noi sempre amati e venerati. A loro, e a tutti gli altri che hanno creduto, va la testimonianza di un incancellabile ringraziamento, per una luce che ci ha accompagnati per la vita, e che vorremmo proporre come esempio per la riedificazione di un mondo migliore. Ben diverso da questa dilagante mediocrità quotidiana. Dove le massime aspirazioni sono sostituite dalla parvenza di un banale benessere. Soprattutto mangereccio. Ma ora c’è l’Intelligenza Artificiale.

Amen.


Nell’immagine: testo stenografato dalla prof.ssa Concetta Monterisi

Dialogo sulla Stenografia – Tre grandi scendono dai loro monumenti per disquisire con noi sulla scienza e l’arte del Gabelsberger-Noe – di Paolo A. Paganini

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