1. Introduzione

Da sempre le opere di architettura, ovvero il “COSTRUITO”, hanno rappresentato una forma di comunicazione perché sono testimonianza di una risposta a una esigenza che ha dato forma all’ambiente costruito, un “simbolo” che anche oggi è un riferimento nell’ambiente costruito  quali il Colosseo, la Torre Eiffel ma anche le Piramidi e addirittura Stonehenge.

Prendendo spunto dal recente Concorso “Architettura di Parole”, patrocinato dal Consiglio Nazionale APPC di Arezzo e dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale, si può affermare che con le parole si opera una scelta stimolante e costruttiva, per porre al centro dell’attenzione l’Architettura (storica, moderna o contemporanea) in un contesto che si liberi da preconcetti e sovrastrutture avendo come obiettivo quello di leggere e interpretare l’Architettura attraverso una narrazione testuale basata sulla lettura delle idee progettuali e la loro realizzazione, valorizzando l’uso diverso della stessa opera, nel tempo, per adeguarsi a variate esigenze di utilizzazione nel corso del tempo, adottando, quindi, da sempre, il principio di un “RECUPERO” e “RIQUALIFICAZIONE” che consente ai giorni nostri, augurabilmente anche per le generazioni future, di VIVERE, in modo diverso, un “CONTENITORE” che comunque è presente sul territorio quale parte integrante nella storia delle Città e del Territorio.

 

2. Architettura come Contenitore

Questi contenitori spesso evidenziano l’analogia tra forme naturali e architettoniche, per mettere in evidenza una traccia di continuità tra l’opera dell’uomo e l’ambiente circostante. Usando una metafora di Giorgio Vasari, essi lodano la “GRAZIA” della Villa Farnesina, in quanto opera “non murata ma veramente nata”.

Natura e architettura, quindi, si compenetrano per cui la storia dell’uomo lascia sulla terra un insieme di cose e di segni che testimoniano il suo passaggio, modificando l’ambiente in cui vive in quanto “HOMO FABER” per ricordarci che l’asservimento della Natura alla Tecnologia non è altro che il primo segnale della catastrofe ecologica verso la quale potremmo andare se non adotteremo criteri di gestione delle attività umane, basate sullo “SVILUPPO SOSTENIBILE” e tenendo ben presente l’obbligo dell’uso delle risorse naturali, garantendone la rinnovabilità, riducendo al minimo il consumo di quelle non rinnovabili, come quelle minerarie, che sono, per loro natura, “IMMOBILI E SOLO CONSUMABILI”:

 

3. Architettura come Simbolo

La comunicazione in architettura è sempre stata basata sul “SIMBOLO” che può essere utilizzato con diversi significati :

  • Il simbolo può essere un messaggio celato da metafora. Una metafora costituita da elementi architettonici che richiamano alla mente immagini e idee che costituiscono il messaggio implicito e interpretabile dall’osservatore, che è quello che il progettista vuole trasmettere. Un esempio di questo concetto di simbolo come metafora può essere rilevato nello “Yad Layeled” Museum Kibbutz Lohaniemei Ha’ Getaot (Arch. Rami Karmi) dove la spirale che si vede nell’immagine sottostante rappresenta un vortice oscuro (l’Olocausto) la cui risalita consente di raggiungere la luce centrale.

  • Il simbolo può essere un esplicito messaggio pubblicitario che diviene parte integrante dell’opera architettonica. A questo proposito riporto uno dei tantissimi esempi di architetture di questo tipo che caratterizzano la nostra epoca dell’informazione: la sede centrale della McDonald’s di Helsinki (Arch. Mikko Heikkinen, Markku Komonen).

  • ll simbolo può essere la monumentale architettura rappresentativa di una città, come nei casi del Guggenheim Museum di Bilbao o dell’Opera House di Sydney.

 

4. Semiotica dell’architettura

Nello scorso secolo abbiamo assistito alla riemersione degli archetipi e all’abbandono dei miti per operare oltre le mode stilistiche e gli individualismi esasperati, proposti da “ARCHISTAR” di ogni tempo, ai quali è stata data l’opportunità di dare risposte progettuali come “SEGNI” forti sul territorio, quale testimonianza dei loro criteri progettuali, capacità, esperienze, basi culturali per cui è necessario riproporre una visione generale, dando loro l’autorità derivante dall’incontro tra Storia e Natura.

Costruire, consolidare, proteggere il costruito come parte della natura con la quale l’uomo si è alleato sono condizioni sempre diverse, corrispondenti a diversi livelli (contraddittori nel loro succedersi) di comprensione del rapporto tra natura e architettura. Per esempio, nelle opere dell’uomo abbiamo elementi che su diversa scala sono riconducibili al concetto di architettura costruita. Pertanto, che cosa è un archetipo se non la trasposizione materiale di un’idea della quale siamo consapevoli come le forme primitive quali il cubo, la piramide o la sfera che sono elementi primordiali iconografici. Lo stesso accade per gli archetipi architettonici: la torre, oggetto che identifica una posizione, e il ponte, che mette in relazione due luoghi tra loro divisi; le mura, recinzioni e difesa, costruite per vivere all’interno; il vuoto, la piazza, centro e fulcro del costruito. Anche nell’architettura moderna, ogni archetipo è fatto dall’uomo per l’uomo.

L’archetipo è forma e funzione: la colonna è un archetipo, così come la volta e la pietra cantonale. “ELEMENTI” che ritroviamo diversi e codificati a seconda dei periodi storici nei quali sono stati utilizzati nella costruzione delle città: archetipi dell’uomo per l’uomo, cioè il fine ultimo degli architetti che costruiscono perché si possa vivere.

L’architettura è quindi l’agire in funzione di una necessità, un atto formale, un segno dei tempi, della società nella quale opera l’uomo collegando funzione e forma.

 

 

5. La forma dell’architettura

 Il giudizio estetico è inconsciamente legato al nostro concetto di topos, cioè di forma evolutiva, in base al quale emblematica è l’idea topologica che abbiamo della casa. Alcuni test per bambini analizzano la loro psicologia e mostrano che anche da adulti riconosciamo in una struttura il “TOPOS” della casa ed immediatamente associamo a tale immagine le nostre sensazioni rassicuranti che spesso travalicano un corretto giudizio estetico: grazie alla zona di comfort visivo, possiamo accettare anche riduzioni formali in favore dell’onestà concettuale del costruito per cui ad orpelli e superfetazioni preferiamo un minimalismo visivo.

 Nell’architettura moderna il rapporto funzione-forma è un assioma, uno strumento che permette di stabilire e controllare le relazioni tra questi due aspetti inequivocabili. L’architettura contemporanea dubita delle singolarità dell’edificio creando edifici-icona, facilmente individuabili ed assolutamente asettici dal punto di vista della fruibilità e capaci quindi di accettare qualsiasi destinazione, per cui la forma non dipende più dalla funzione.

La comunicazione oggi, attraverso i segni dell’architettura, può essere sintetizzata con riferimento ad alcune tra le più note opere di architetti, dagli anni 1950 ad oggi, quali il progetto di Frank Owen Gehry, che ha ultimato nel 1997 il Museo Guggenheim di Bilbao e nel 2014 la Fondazione Louis Vuitton di Parigi.

e la Sidney Opera House di Jørn Utzon con riferimenti intuitivi all’espressionismo della Philarmonie di Scharoun e Ronchamp di Le Corbusier.

Nei primi anni Settanta una giuria audace dà ai trentenni Piano & Rogers la costruzione di un centro polivalente nel cuore di Parigi, il celeberrimo Beaubourg. Oggi Piano ha inaugurato un Museo della Scienza come una nave incagliata nelle banchine di Amsterdam.

L’architettura moderna, nel suo filone sassone tra Gran Bretagna e Germania, si è sviluppata attraverso una predilezione per la chiave minore, frammentaria, libera nelle forme e nella composizione tipologica che era tipica dell’edilizia minuta dei borghi, dei villaggi, dei tessuti medioevali. Questi principi sono stati determinanti  per le successive azioni di rivalutazione dell’artigianato e la sua etica che poi originò il Bauhaus.

Come sottolineò Nikolaus Pevsner il percorso da William Morris a Walter Gropius valorizzò la cifra spontanea e vernacolare, ma rimosse completamente, quasi come non esistesse, l’altra chiave, l’altra dimensione del Medioevo: quella legata alla costruzione delle grandi cattedrali, da Chartres a Notre Dame, da Rouen a Salisbury, e allo sforzo di simboleggiare, attraverso la propensione verticale alla divinità, la volontà di una città di rappresentarsi in quanto collettività.

“A noi non interessano i monumenti”, sostenevano gli architetti moderni parafrasando Frank Llyod Wright. E avevano ragione, infatti la parola “MONUMENTO” tra le due guerre era usata per esprimere la potenza di uno Stato, spesso dittatoriale, che intendeva magnificare l’autorità, il comando, la gerarchia.

La Mosca di Stalin, le scenografie di Hitler, la nuova romanità di Mussolini, ma anche i parlamenti classicheggianti della nuova Finlandia o la sede delle Società delle Nazioni a Ginevra. Gli architetti moderni avevano problemi ben più stringenti da risolvere (la casa per tutti, un linguaggio secco, industriale e astratto, l’utilizzo dei nuovi materiali e delle nuove scoperte costruttive, l’urbanistica e gli insediamenti) per dilettarsi con queste parate.

 

6. Dizionario dell’Architettura contemporanea

 Per favorire la comunicazione dell’architettura, è stato ideato uno strumento di navigazione nel patrimonio dell’architettura contemporanea italiana utile ad esperti e appassionati d’Arte e d’Architettura: la Direzione generale Arte e Architetture contemporanee e Periferie urbane del MIBAC ha censito le opere costruite in Italia, comprese tra il secondo dopoguerra e i giorni nostri, realizzando un percorso online dall’alto valore didattico e storico, incentrato sulle Architetture del secondo 1900.

 

7. Come comunicare in Italia con l’architettura

 La selezione del Mibac ha prediletto un criterio di distribuzione sul territorio nazionale, con l’obiettivo di rappresentare ogni regione. Nell’ottica di uno strumento aperto e implementabile, la DGAAP punta a sollecitare una più efficace percezione in rete del patrimonio architettonico italiano moderno e contemporaneo. In tal modo, i valori delle opere selezionate, collegate tra loro secondo un filo interpretativo, ne escono potenziati rispetto a quelli individuabili attraverso l’autonoma considerazione delle singole architetture, seppure di indiscusso rilievo.

Attraverso questa impostazione si intende prospettare una metodologia storiografica funzionale a una strategia di tutela dinamica: l’accostamento di più opere in una serie può

consentire infatti di valutarne reciprocamente le qualità architettoniche, tecnologiche, urbanistiche o paesaggistiche; di discernere comparativamente gli aspetti innovativi o confermativi di certi valori; di maturarne una consapevole valutazione storica; di percepire il patrimonio architettonico italiano in modo più unitario ed efficace; di confrontare orientamenti di tutela e procedure. Tale strumento delle mappe, infine, consente una navigazione libera tra le opere presenti nel portale:

Sono percorsi tematici che accolgono più di cento architetture che testimoniano le eccellenze della cultura architettonica italiana del secondo Novecento. I titoli dei temi sono i primi strumenti di comunicazione. Ispirati alla ripresa produttiva degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, segnano la partenza per un percorso collettivo da ciò che eravamo a ciò che siamo. Non riferiti ad aree territoriali circoscritte ma all’intero territorio nazionale, interpretano i caratteri unificanti di opere appartenenti a contesti geografici anche lontani, all’interno di un patrimonio estremamente variegato.

 

8. Segni dei maestri dell’architettura contemporanea a confronto con la moda

 Moda e Architettura a confronto, un binomio che è difficile da pensare se all’architettura si pensa in un’accezione tradizionale e conservativa, ma che in diverse interessanti occasioni ha dato frutto a collaborazioni divenute eccezionali esempi di interdisciplinarità e coerenza di risultati avuti dal rapporto tra committenza illuminata e gli architetti.

Uno dei capisaldi su cui si fonda l’architettura occidentale, quella che trae le sue origini negli elementi compositivi e teorici tipici dell’architettura classica romana, è la triade vitruviana. I tre principi descritti nel “de Architectura” come i valori basilari che fondano l’architettura sono: “Firmitas Utilitas e Venustas”, Solidità, Funzionalità e la Bellezza.

La moda è in apparente contrasto paradossale con il valore della Firmitas, ossia della durabilità nel tempo, ed è chiaramente legata al momento, quindi effimera e temporanea. In questo contrasto però si trova, nel paradosso del mondo contemporaneo, un rapporto d’equilibrio, dove la moda può trovare nell’architettura un punto solido su cui potersi aggrappare e dove porre delle radici e degli importanti riferimenti. Nelle collaborazioni tra gli architetti e gli stilisti, i tratti caratterizzanti dell’espressione formale dell’architettura ed i segni della moda, possono fondersi in un gusto coerente e riconoscibile. In diverse occasioni questo gusto ha accumunato il genio di architetti e stilisti.

Nella collaborazione tra l’architetto giapponese Tadao Aando e lo stilista Giorgio Armani, ad esempio nell’“Armani Teatro” a Milano, troviamo un’affinità estetica tra architetto e stilista. Una sintesi formale chiarissima: un’architettura che rispecchia il gusto del suo committente attraverso il disegno dell’idea dell’architetto.

Come afferma Armani “nella volontà di creare qualcosa di assolutamente semplice, ma abbastanza prezioso da durare nel tempo”. Altro esempio d’architettura del maestro giapponese è la Fabbrica Benetton Research Center, un complesso nato dalla ristrutturazione della villa veneta del XVII secolo che ha dato vita ad un’architettura estremamente complessa. Sempre Tadao Aando è il protagonista del progetto per l’atelier e villa a Biarritz di Karl Lagherfeld il quale dice: «In quanto artista sono più abile a creare l’effimero. La moda, quella di qualità si crea distruggendo incessantemente ciò che esiste. Per contro, il lavoro dell’architetto è creare degli spazi eterni». In queste parole forse possiamo trovare quel rapporto che può in sintesi legare le due discipline.

Il gusto raffinato e moderno di Renzo Piano incontra la moda confrontandosi nell’elegante e sofisticata Maison Hermès a Tokio. Questa architettura ricorda una lanterna magica ed è caratterizzata dalla pelle dell’edificio continua, realizzata in blocchi vitrei modulati nelle misure dell’iconico foulard di Hermès. Altro esempio da menzionare è l’intervento di Renzo Piano per Prada: gli Headquarters di Luna Rossa.

Sempre per Prada il genio creativo del maestro olandese Rem Khoolas, ha suscitato stupore e fascino per la boutique Epicenter di New York, divenuta famosa per la scenograficità, flessibilità e trasformabilità dei suoi spazi.

In Giappone nei quartieri tra Ginza e Omotesando a Tokyo oggi si sta svolgendo una sfida tra le grandi griffe, il cui obiettivo è quello di essere rappresentati dall’archistar più in voga. Herzog e de Meuron per Prada qui hanno progettato un grattacielo intero, come anche Kengo Kuma per Louis Vuitton, Toyo Ito per Tods e SANAA per Dior. L’Omotessando è divenuto dunque il luogo dove trovare il maggior numero di esempi a confronto: su una stessa strada troviamo i casi studio dove stilisti e archistar si mettono in mostra attraverso edifici firmati da importanti collaborazioni che testimoniano il presente; una mostra d’architettura contemporanea a cielo aperto.

In questo caso forse l’esasperata ripetizione di troppi esempi vanifica l’intimo rapporto di affinità di gusto tra moda e architettura e tra stilisti ed architetti. Indubbio dunque che tra i mecenati dell’architettura del XXI secolo anche gli stilisti stiano vestendo un importante ruolo.

 

9. Architettura, come comunicare?

 Comunicare attraverso i segni, come descritto in questa riflessione, è sempre stato e sempre sarà il tema dominante di ogni esperienza di architettura, filtrato dalle basi culturali di ogni progettista che dovrà coinvolgersi sempre di più con la Committenza, pubblica e privata.

Comunicare con l’architettura sarà sempre la sfida di ogni progettista, per lasciare un segno tangibile nei luoghi, negli ambienti che dovrebbe essere utilizzato in modo flessibile, nel futuro, in base alle specifiche diverse esigenze dell’uomo, in tutte le sue attività, sempre con il rispetto di un uso razionale delle risorse naturali rinnovabili realizzando opere ecosostenibili riducendo i consumi energetici e facendo ricorso a nuove tecnologie per uso di risorse energetiche rinnovabili, per lasciare, quindi, il segno del nostro passaggio sulla terra che abbiamo solo in prestito per poterla lasciare alle future generazioni in migliore condizione di come la abbiamo trovata!

Comunicare con l’architettura: dal segno alla forma – di Angelo Giabbai

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