“Viviamo nell’era della post-verità e delle fake news”. È un’affermazione diffusa sui giornali, su internet, in radio e in televisione. Si parla così tanto di questi due fenomeni che, “post-verità” nel 2016 e “fake news” nel 2017, si sono guadagnate il titolo di “Parola dell’Anno” secondo i dizionari Oxford e Collins. Nel 2016 la percentuale della frequenza con la quale gli utenti digitavano la parola “post-verità” sulla barra di ricerca di Google è aumentata del 2000% rispetto al 2015. Che cosa si intende per “post- verità” e “fake news”? Soprattutto, all’interno di quali contesti si sono sviluppati questi due concetti? Quali effetti hanno prodotto?

Cominciando dalla “post-verità”, secondo la definizione dell’Oxford Dictionary, tale neologismo indica delle circostanze in cui, nel processo di formazione dell’opinione pubblica, gli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali sono più influenti dei fatti oggettivi.

I sopracitati appelli all’emotività dell’opinione pubblica, nell’epoca della “post-verità”, spesso si concretizzano all’interno di vere e proprie campagne di disinformazione, le quali ci portano a parlare delle cosiddette “fake-news”. Tale termine inglese designa degli articoli che veicolano notizie prevalentemente false, redatti con l’intenzione di fuorviare l’opinione pubblica. Alla base di tali contenuti informativi possono esservi ragioni economiche, il guadagno attraverso il cosiddetto “clickbait”, motivazioni politiche, oppure una combinazione di tutte queste. Lo scopo è modificare il comportamento degli elettori attraverso informazioni che forniscono una visione deformata della realtà, suscitando il più alto livello possibile di impatto emotivo. Perché si usa il termine inglese “fake-news” anziché quello italiano “notizie false”? Non si tratta di una scelta stilistica, piuttosto ciò che contraddistingue la fake-news dalla classica notizia falsa è il mezzo attraverso il quale essa si diffonde. Per le fake-news il mezzo per eccellenza è il web.

Quelli della “post-verità” e delle “fake-news” sono fenomeni molto complessi, poiché spaziano numerosi aspetti e contesti che sono al contempo culturali, economici, politici e sociali. L’anello di congiunzione fra tali elementi risiede nel processo della globalizzazione, che può essere definita come il processo di connessione culturale, economica, politica e tecnologica fra le Nazioni sviluppatosi indicativamente a partire dagli anni ’90. Gli effetti prodotti dalla globalizzazione sono stati molteplici, primo fra tutti lo sviluppo di mezzi di comunicazione che in passato erano un’utopia. In particolare l’arrivo del World Wide Web negli anni ’90 ha permesso a miliardi di persone di accedere ad un numero quasi illimitato di informazioni in modo semplice e veloce. Sin dal suo arrivo quest’ultimo fu considerato come il luogo dove la democrazia incontrava l’informazione libera, libera da legami di natura economica con la politica. Purtroppo internet si è rivelato essere anche il principale strumento per le campagne di disinformazione, grazie all’alto livello di anonimato che garantisce, all’estrema velocità di propagazione delle notizie e all’ampio raggio di utenti che queste possono raggiungere, assicurando così alle fake news una diffusione senza precedenti.

Tuttavia i contenuti di Internet non erano altro che lo specchio dei cambiamenti che la globalizzazione stava apportando in ambito politico e più in generale a tutti i livelli della società. Infatti questa ha segnato in particolare il superamento delle due grandi fazioni ideologiche del 20° secolo, la Destra e la Sinistra. Quest’ultima, ha gradualmente abbandonato la sua propensione verso le politiche sociali a tutela dei lavoratori e delle minoranze, adottando una visione neoliberale più vicina alla Destra (come dimostrato, ad esempio, dai casi di Bill Clinton e di Tony Blair). Dal canto suo, anche la Destra moderata europea, quale quella di Angela Merkel, Nicholas Sarkozy e Silvio Berlusconi, ha sostituito il suo tradizionale sovranismo con un orientamento pienamente globalista. Le politiche d’ispirazione globalista e neoliberale hanno messo in atto dei cambiamenti radicali, riguardanti l’economia, il lavoro e la struttura sociale, uno fra tanti la riduzione del Welfare State. L’effetto prodotto è stato quello di una sempre più accentuata disuguaglianza economica fra le classi sociali. Il rancore generale delle classi meno abbienti si è tramutato, successivamente, nella sempre più estesa diffusione, nell’opinione pubblica, di un sentimento anti-élite che vede i media tradizionali, le istituzioni e i grandi partiti politici, operare insieme all’interno del medesimo sistema di potere, una vera e propria élite sociale atta a tutelare principalmente i propri interessi e sempre più lontana dalle problematiche che affliggono la “cosa pubblica”.

La messa in atto di politiche neoliberali a svantaggio del ceto medio-basso, l’assottigliamento delle differenze ideologiche fra Destra e Sinistra e la disuguaglianza economica sempre più pressante, non solo hanno generato la sfiducia popolare nelle istituzioni, ma, dagli USA fino al “Vecchio Continente”, hanno preparato il terreno per l’ascesa dei movimenti populisti, i quali, attraverso i loro leader, si sono resi portavoce del malcontento dei cittadini, trasformandolo nel proprio cavallo di battaglia. Il populismo moderno di destra, è andato oltre alla sensata richiesta di politiche più favorevoli al benessere dei cittadini. Infatti, cavalcando l’onda del risentimento generale, alle rivendicazioni di natura economica, in molti casi si sono aggiunte delle questioni apertamente discriminatorie e razziste, atte alla restaurazione di quel sovranismo tradito dalla Destra maggioritaria e globalista.

 La retorica del linguaggio di buona parte del populismo non è più indirizzata a colpire soltanto quella élite politica trattata qualche riga fa, ma anche tutto ciò che è differente da un’idea di tradizione, di identità nazionale e religiosa che molti movimenti populisti sono intenti a promuovere. A tal proposito, in politica si è ricorsi a slogan che talvolta rispolverano messaggi appartenenti a momenti storici bui, ad esempio quelli che alludono alla rifondazione di una grande nazione, una “grande Germania” nel secolo scorso ed una “grande America” nel 2016. Al fine di incrementare e rafforzare il consenso elettorale, gli slogan populisti non vertono su una comunicazione grondante di dati oggettivi, ma al contrario sono soliti lanciare appelli sensazionalistici che fanno leva sulle reazioni emotive più profonde degli elettori, sui loro pregiudizi. In effetti è quanto accaduto nel 2016, anno molto importante per il concetto di “post-verità”, poiché teatro di due eventi che ne rispecchiano la definizione. L’esito del referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, rappresentano due esempi di politica della “post-verità”, la cui conseguenza è stata principalmente l’affermarsi di un populismo che, sfruttando lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, ha costruito il proprio consenso sulla base di campagne di disinformazione colme di slogan sensazionalistici e di fake news.

Esiste una soluzione alla proliferazione delle fake news? Difficile rispondere a questa domanda poiché, per via dell’entità che il fenomeno ha acquisito grazie ad internet, si tratta di una problematica relativamente recente. Nessuno sa per quanto tempo ancora si parlerà di fake-news e post-verità, se sia già la fine o soltanto l’inizio. Delle contromisure sono già state adottate. In Francia una legge del 2018 affida ad un giudice il potere di stabilire in 48 ore la veridicità di una notizia e rimuoverla se falsa. Lo stesso potere è affidato dai giganti Google e Facebook a degli algoritmi. Sono soluzioni valide? È giusto che un solo individuo o un algoritmo stabilisca ciò che è vero e ciò che non lo è? Il rischio di instaurare delle nuove forme di censura esiste. Tuttavia, uno dei personaggi più poliedrici della nostra storia, il grande Leonardo da Vinci, ci ha insegnato con i suoi studi ed i suoi scritti, che per attingere alla conoscenza della realtà, oltre al calcolo matematico, è necessaria l’esperienza. E se, piuttosto che cancellare o censurare una “fake-news”, fosse più utile concedere ai lettori l’esperienza del falso per poterlo distinguere dal vero?  Per questo motivo dobbiamo mantenere alto il livello di attenzione, approfondire i contenuti e cercare di ricorrere il più possibile al nostro senso critico, lo strumento più antico di cui disponiamo, ma spesso più efficace di un algoritmo.

L’era della post-verità e delle fake news – Di Daniele Svezia

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