Nel citare la prolifica e poliedrica produzione di Leonardo, dai più considerato come la massima espressione dell’uomo rinascimentale, il pensiero corre quasi immediatamente al suo contributo all’arte visiva. Non sono però da meno le sue produzioni scritte: certi aforismi (quanto mai accessibili nell’epoca di Internet), nella loro semplicità e lungimiranza racchiudono in sé verità straordinariamente contemporanee.

L’aforisma appena citato si addice senza dubbio all’inesorabile ricerca umana di conoscenza, nonostante i vari ostacoli che nella storia si sono posti sul cammino. Leonardo stesso non fu estraneo a tale fenomeno. L’impressionante accuratezza di dettagli anatomici nelle sue opere non era certo facilmente reperibile in una società estranea al concetto di scienza, ma decisamente familiare a quelli di negromanzia ed eresia.
Benché la società odierna sia notevolmente più accomodante di quella Rinascimentale, la tendenza a stigmatizzare alcune idee è un “delitto” di cui la nostra epoca talvolta si macchia.
Una di queste idee porta il nome di relatività linguistica.
Il principio si articola spesso in due teorie distinte: l’ipotesi “forte”, spesso “determinismo linguistico”, più diffusa nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale, e l’ipotesi “lieve”, sostenuta in epoca moderna. Il dibattito è riassumibile in una domanda apparentemente semplice: la nostra lingua influenza il modo in cui pensiamo?

Il termine fu coniato dal linguista statunitense Benjamin Whorf, che vide nella celebre teoria della relatività di Einstein un’analogia con la propria: l’esistenza di interpretazioni diverse ma ugualmente valide di certi aspetti della realtà tangibile, a seconda dei diversi osservatori. Nel caso di Whorf tali differenze erano da attribuirsi alle circostanze linguistiche, culturali e psicologiche dell’individuo.

Una delle affermazioni più celebri di Whorf è il cliché delle parole eschimesi per “neve”, inizialmente avanzato da Franz Boas, pioniere dell’antropologia statunitense. Sebbene ripetutamente smentita, a causa di sistematiche esagerazioni nel corso della storia si è rivelata spesso oggetto di controversia. L’origine del luogo comune secondo cui l’assenza di una parola in una lingua preclude a chi la parla quella particolare area cognitiva può verosimilmente ricercarsi nell’affermazione di Whorf. Utilizzato come argomentazione tanto dai sostenitori quanto dai detrattori, è in parte responsabile della disgrazia del principio in quanto facilmente confutabile. Basti pensare al termine portoghese saudade, o al giapponese 木漏れ日 (komorebi) che descrive la luce che filtra attraverso le chiome degli alberi.

Altra discussa affermazione avanzata da Whorf fu quella basata sulla lingua Hopi, propria dell’omonima popolazione nell’Arizona nord-orientale e appartenente alla famiglia delle lingue uto-azteche. Secondo Whorf, la percezione temporale di un Hopi sarebbe diversa da quella di un suo omologo europeo, se non totalmente assente: questo perché la lingua Hopi non possiederebbe parole come “giorno,” “mese” o “anno”. Non è difficile scorgere un significato a dir poco problematico serpeggiante nell’affermazione di Whorf: la sottile allusione che certi gruppi culturali siano fondamentalmente meno adepti al pensiero logico di altri. Un esempio di estremizzazione moderna di tale concetto si ritrova nella Germania del Terzo Reich, nel concetto di Weltanschauung (restrittivamente traducibile in “visione del mondo”). Il termine fu impiegato nell’indottrinamento nazista per legittimare la presunta superiorità razziale del popolo tedesco, inclusa ma non limitata a un’addotta superiorità linguistica.

La cultura popolare non rifugge dal presentare brillanti esempi di narrativa in merito. Tra i più celebri, il romanzo distopico 1984 di George Orwell racconta un governo autoritario che mira a limitare la capacità critica e la libertà di pensiero dei propri cittadini introducendo la Neolingua, un lessico impoverito e al limite dell’ignoranza. Come l’autore stesso scrive nel saggio Why I Write, il romanzo rappresenta “[…] una denuncia delle perversioni […] parzialmente realizzate nel Comunismo e nel Fascismo”. Il disegno politico di “italianizzazione” portato avanti dal regime fascista è un esempio concreto di una politica linguistica con mire nazionalistiche.

Un dibattito apparso nel 2010 sul sito del The Economist delinea chiaramente le due moderne fazioni del confronto. La scienziata cognitiva Lera Boroditsky si presta a sostegno della mozione, approvata dai partecipanti con il 78% di voti favorevoli.
Boroditsky è tra le principali sostenitrici del principio nel XXI secolo, nonché da sempre impegnata nella divulgazione scientifica al grande pubblico (il suo intervento nel TedWomen 2017 di New Orleans, tradotto in 34 lingue, vanta 9,2 milioni di visite al momento della scrittura). Tra gli esempi riportati da Boroditsky sono molti quelli che lasciano a bocca aperta.
La lingua aborigena Kuuk Thaayorre, parlata nella penisola di Capo York del Queensland australiano, non possiede alcun termine per “destra” o “sinistra”, basandosi invece sui punti cardinali. Questo richiede, spiega Boroditsky, che si articolino frasi come “c’è una formica sulla tua gamba a sud-ovest”.
Questa peculiarità linguistica garantisce perciò ai madrelingua Thaayorre un senso dell’orientamento tale che la maggior parte dei madrelingua indoeuropei arriverebbe a definire sovrumano.
Un’ulteriore ripercussione si ha sulla visualizzazione dello scorrere del tempo. Un madrelingua indoeuropeo tende a visualizzare il tempo da sinistra a destra: un Thaayorre lo vede scorrere dall’est all’ovest, secondo il preciso schema del ciclo solare.
Deutscher racconta inoltre di come la lingua della popolazione amazzonica Matsés richiede che ogni affermazione sia probatoria. Chiedere ad un uomo Matsés quante mogli abbia in loro assenza risulterebbe in una risposta come “l’ultima volta che le ho viste erano tre”, poiché gli sarebbe impossibile accertare la veridicità dell’informazione.

Non è forse vero, quindi, che lingue “egocentriche” come quelle indoeuropee, in termini grammaticali quanto di visualizzazione spazio-temporale, potrebbero realmente instillare in chi le parla una visione del mondo altrettanto egocentrica? Così come le lingue probatorie potrebbero essere responsabili di un più spiccato senso di causalità?
Le domande che abbiamo appena posto potrebbero già essere sufficienti a motivare la legittimità del ritrovato interesse nella relatività linguistica. Ma il caso che stiamo per discutere, anch’esso proveniente dall’Amazzonia, è forse il più chiaro segnale dell’influenza della lingua sulla cognizione umana.

I Pirahã sono una tribù monoligue, il cui sostentamento si regge sulla caccia e la raccolta di cibo. Daniel Everett, linguista e antropologo statunitense, è ad oggi tra i pochissimi capaci di parlare correntemente la lingua Pirahã. Nonostante si basi su uno dei sistemi fonetici più limitati conosciuti finora – tre vocali e otto consonanti, mentre le donne utilizzano addirittura una consonante in meno – la lingua Pirahã appare tutto fuorché limitata: il complesso sistema di toni, accenti, e lunghezze sillabiche fa sì che il discorso possa essere cantato, fischiato o canticchiato, quello che in linguistica è detto “prosodia”. Al pari di molte altre popolazioni amazzoniche, il Pirahã utilizza un sistema numerico oltremodo semplice, composto da “uno,” “due” e “molti”: ma mentre ogni altra popolazione risulta essere perfettamente in grado di imparare a contare in portoghese, ogni tentativo di Everett con i Pirahã si è rivelato vano.
Come spiega Boroditsky, questo ha ripercussioni considerevoli sulla capacità cognitiva della persona, in quanto un semplice trucco linguistico come l’atto di contare (l’applicare la lista dei numeri ad un gruppo di entità) ci consente di accedere a un intero campo cognitivo, quello matematico.

Il lettore che ricerchi, in questa nostra analisi, una risposta esaustiva sull’incidenza della relatività linguistica sul pensiero non potrà che vedere le sue speranze disattese. Possiamo però affermare con certezza, sulla base dei casi esaminati, che una lingua non è solo il prodotto di una percezione del mondo: talvolta è la lingua stessa a gettare le fondamenta della percezione.
La redenzione è sempre possibile negli occhi della scienza: ogni torto si dirizza. E sebbene un utilizzo perverso del principio sia certamente possibile, Leonardo ce lo aveva detto:

“La verità al fine non si cela; non val simulazione. Simulazion è frustrata avanti a tanto giudice.”

Ogni torto si dirizza – di Asya Celandroni

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