Le lunghe giornate casalinghe di questo strano periodo mi hanno indotto alcune riflessioni sui miei amati studi classici, riprendendo testi sui quali avevo meditato già a lungo anni fa, ma che in questa contingenza mi sono sembrati nuovamente attuali e interessanti. Un autore che mi ha coinvolto ulteriormente, come la prima volta che lo lessi, è stato Iurij Lotman, uno studioso russo, iniziatore della semiotica poetica, ammiratore ed estimatore in particolare di Dante.

Le sue ricerche si accentrano su numerosi personaggi della “Divina Commedia”, riguardo ai quali l’autore dà interpretazioni originali e nuove che hanno aperto la strada a diversi percorsi interpretativi.

Uno dei personaggi più complessi, ma anche più intriganti che Lotman ci propone, è Ulisse, che Dante incontra nel canto XXVI dell’Inferno: siamo nell’ ottavo cerchio delle Malebolge, negli abissi infernali più profondi, un luogo nel quale vengono puniti i consiglieri fraudolenti che scontano la loro pena all’interno di lunghe fiamme di fuoco.

Secondo lo studioso russo qui il poeta fiorentino incontra il suo “doppio”, Ulisse appunto, partendo dal parallelismo secondo il quale, come l’eroe greco ha affrontato il suo viaggio per arrivare a “virtute e canoscenza”, così Dante si è inoltrato nel suo cammino, attraverso l’Inferno e il Purgatorio, per raggiungere il Paradiso, lasciando alle sue spalle la sua vita di “errori”, simboleggiati da quella

 “…selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura”.

L’”errare” di Ulisse e gli “errori” di Dante: da questa prima simmetria si sviluppa poi la dualità degli aspetti delle loro finalità, da cui scaturisce quella definizione di “doppio”, che però deve essere considerato senz’altro al negativo, poiché, mentre Ulisse nel suo ultimo viaggio si dirige verso il mistero al di là delle colonne d’Ercole, oltre le quali ci sarà la morte insieme a tutti i compagni d’avventura, Dante compie il suo cammino verso la luce e la salvezza, spinto non solo dalla “curiositas”, che ha certamente in comune con Ulisse, ma anche dalla fede che lo accompagna nel suo meraviglioso viaggio ultraterreno.

Si capisce subito che il poeta fiorentino ha una grande ammirazione per il personaggio greco, che nelle fiamme sconta il suo peccato insieme al suo compagno di sventura Diomede, a tal punto che chiede con grande coinvolgimento, quasi con impazienza, di poter parlare con lui; tuttavia, Virgilio, la sua guida, lo frena, evidentemente conosce bene il carattere di Ulisse, astuto e per di più orgoglioso, proponendo di parlare lui stesso, poiché il greco non capirebbe la lingua di Dante: una maniera garbata nonché premurosa, per evitare un incontro, e forse uno scontro, tra due personaggi dal carattere egualmente forte.

 “Lo maggior corno della fiamma antica

  Cominciò a crollarsi mormorando

  Pur come quella che vento affatica…

La voce che esce quasi a fatica dalla fiamma che avvolge Ulisse e che brucia ormai da molti secoli, non ha perso il tono di superbia per la quale i greci erano rinomati: si percepisce l’orgoglio di colui che in tante azioni pericolose è riuscito a farla franca con la sua intelligenza e la sua malizia, tuttavia si comprende anche la nostalgia non solo delle sue avventure, ma anche dei suoi affetti come il vecchio padre, la moglie, il figlio. Sentimenti intensi e dolorosamente evocativi di tanti ricordi, ma che non sono sufficienti a farlo fermare nella sua Itaca dopo dieci anni di guerra e dieci di viaggio di ritorno. Nel suo spirito ribelle e avido di conoscenza, l’ansia dell’ignoto, nonostante l’età avanzata, lo spinge ancora a viaggiare per vedere, osservare, sperimentare, misurarsi con sé stesso attraverso esperienze sempre nuove mai provate…

E qui si avverte chiaramente che Dante, anche inconsapevolmente, ammiri molto questo personaggio, capace di terribili inganni, ma al tempo stesso ideatore  di soluzioni geniali con le quali più volte ha salvato il suo popolo: non dimentichiamo che il poeta è stato attivo nella politica del tempo in Firenze e sa bene quanto il “gioco” talvolta debba farsi duro, al fine di raggiungere un bene superiore, sempre però partendo da una base di chiarezza e di onestà, cui i suoi avversari politici in Firenze invece non si attennero, condannandolo all’esilio.

Dante dunque, a mio parere, riversa in parte su Ulisse la sua esperienza personale, esperienza di uomo politico, di poeta, di cittadino, di uomo comune con i suoi affetti che ha dovuto lasciare improvvisamente, pur tuttavia i due personaggi non sono certo omologhi o corrispondenti: l’Alighieri crede fermamente nel trascendente, il suo è un viaggio animato dalla fede in Dio, un viaggio dell’anima verso la luce cui è destinato, il viaggio di Ulisse è sì un viaggio per “seguir virtute e canoscenza” ma tali valori hanno bisogno di essere illuminati dal sostegno della Rivelazione, senza la quale la sola forza fisica e spirituale dell’uomo non è in grado di portare a compimento le sue finalità.

Un viaggio vittorioso perciò quello di Dante che nell’empireo potrà provare l’estasi nella contemplazione del mistero della Trinità, contrapposto a un viaggio “folle”, il “folle volo”, quello di Ulisse che finisce, a causa della tempesta che travolge la sua nave in vista della montagna del Purgatorio, con la morte in fondo al mare insieme ai suoi compagni d’avventura:

infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso.

Dante e il suo “doppio” – di Maria Grazia Vescuso Rosella

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