Questo articolo muove le basi da alcuni argomenti molto interessanti per la storia dell’arte, ma ancora poco conosciuti al grande pubblico. La città di Pisa è giustamente identificata con Piazza dei Miracoli, una delle piazze più belle d’Italia, con la sua torre davvero quasi miracolosa, un vero e proprio vanto italiano. Tuttavia, quando spesso mi reco a visitare quella bellissima e non lontana città, noto con stupore che la massa dei turisti non si affaccia tanto quanto dovrebbe ad osservare le incredibili bellezze storiche e artistiche presenti fra le sue vie. Il centro di Pisa è ricco di straordinarie chiese, musei e siti di notevole interesse storico, che però devono essere scoperti, come un tesoro nascosto. Proprio per questo quella città per me ha una sua particolare poesia e bellezza. Cercherò di evidenziare soltanto una delle sue opere d’arte più interessanti, per due motivi: perché è una di quelle ancora ben poco note al grande pubblico, e per il motivo semplice che vorrei offrire qualcosa di più che qualche semplice constatazione, essendo un argomento, quello dei crocifissi pisani del XII secolo, che approfondisco da oltre dieci anni. Ci tengo a precisare che quello che leggerete è comunque la punta di un iceberg, un breve riassunto su un argomento più interessante di quanto sembri a prima vista, che implica fattori storici e teologici importanti, ed iconografie particolari, un tema sul quale ci sarebbero molte altre osservazioni da fare, e sul quale in futuro, ne sono certo, verrà scoperto molto altro.

Se ci si muove a sud della Piazza dei Miracoli (o a nord della stazione), merita certamente una visita il bel Museo Nazionale di San Matteo sui lungarni pisani, che possiede moltissime opere importanti tratte dalle chiese cittadine. Fra di esse vi sono alcuni Crocifissi “istoriati” (che presentano le storie di Cristo sui tabelloni laterali), una tipologia i cui più antichi esemplari risalgono quasi certamente al primissimo XII secolo, e che sono proprio contestualizzabili nel centro Italia, e Pisa ne detiene un gran numero. Anche a Firenze comunque abbiamo qualche bell’esempio molto antico di questa tipologia: dello stesso XII secolo sono infatti il Crocifisso n. 432 degli Uffizi e, non lontano da Pontassieve, il Crocifisso della splendida Abbazia di Rosano.

Queste croci dipinte trovarono nei secoli successivi grande diffusione in Italia e in tutta Europa: perciò, se i più antichi esemplari sono qui da noi, c’è da esserne orgogliosi. Non mi dilungherò sulle motivazioni alla base di queste croci, perché di esse la critica sta ancora dibattendo, e perché sono argomenti complessi per un articolo, e spesso, per i non direttamente interessati, di pesante lettura.

Un fattore importante da segnalare in questo articolo è il seguente, molto semplice ma fondamentale: gli unici crocifissi su tavola del XII secolo datati con certezza sono i due famosi dipinti di Maestro Guglielmo nel Duomo di Sarzana (del 1138) e di Alberto Sotio in quello di Spoleto (del 1187). Fino a non molti decenni fa sembrava chiaro il primato della croce sarzanese come croce dipinta più antica, ma la critica negli ultimi decenni ha ampiamente messo in discussione questo fatto, e con motivazioni stilistiche molto valide, che per alcuni esemplari hanno avuto anche delle conferme iconografiche e paleografiche. Sono infatti varie le croci dipinte che potrebbero anticipare la bella croce di Sarzana: l’esempio forse più studiato degli ultimi decenni riguarda la datazione, molto probabile, del Crocifisso dell’Abbazia di Santa Maria Assunta di Rosano al 1129-1134, avanzata da Miklós Boskovits nel 1993, e poi convalidata da altri storici dell’arte successivi.

In questo incerto contesto di ricerche sulle croci dipinte più antiche, alcune delle quali di grande importanza storica, merita una menzione particolare la Croce dipinta della Chiesa di San Paolo all’Orto (fig. 1, chiesa oggi sede di una gipsoteca, ma esistente almeno fin dal 1086, ed elevata ad abbazia nel XII secolo), esposta in un’ampia sala del Museo Nazionale di San Matteo a Pisa, assieme ad altri bellissimi crocifissi pisani. Tale chiesa, che oggi è in pieno centro storico e circondata da case e parcheggi, all’epoca era denominata “all’Orto” perché era in una zona umida in un borgo poco fuori le mura antiche, dove si trovavano, appunto, le coltivazioni. La croce è molto frammentaria non solo perché è antichissima, ma anche a causa dell’umidità di quelle zone, che hanno causato le cadute di colore e disegno.

Fig. 1 – Chiesa di S. Paolo all’Orto – Pisa

Il Crocifisso è evidentemente molto frammentario: va detto che anche il turista non ignorante, o perfino una piccola parte degli studiosi, purtroppo, osservando croci come questa, potrebbe fare paragoni per esempio con le croci dipinte da Cimabue o Giotto nei secoli seguenti, ma per capire la bellezza e l’importanza delle cose dobbiamo sempre contestualizzarle nel periodo; dunque, possedere una sensibilità che non si ferma all’apparenza delle cose, e che non le vede tutte su uno stesso piano, perché ne riconosce le differenti aree geografiche e le differenti datazioni. Sembra ovvio, ma non lo è. Non sempre è semplice farlo, lo riconosco, e spesso è faticoso; ma se si affina un poco questo sguardo ci si accorge subito di trovarsi di fronte a dipinti sì frammentari, ma più belli di quanto sembrino a prima vista, ed è una sensazione magnifica. In questo caso, infatti, si riconoscerebbe subito che questo dipinto è “davvero stupendo” come scrisse giustamente lo storico dell’arte Angelo Tartuferi in uno studio del 2009.

La Croce proveniente dalla Chiesa di San Paolo all’Orto, per il suo stile arcaico, è molto probabilmente più antica di quella di Guglielmo e di quella di Rosano, secondo alcuni importanti storici dell’arte recenti, fra cui Boskovits nel 1993, che giustamente ne rilevava uno stile collegabile all’inizio del 1100. Infatti, nel corso degli ultimi decenni, è stata ipotizzata dalla critica una manifattura pisano-romana con influssi lucchesi (anch’io ho aggiunto alcuni confronti, in alcuni studi), avendo molte rispondenze stilistiche con pitture e miniature romane e del basso Lazio. Non le elencherò tutte, ma menziono per esempio gli affreschi della chiesa inferiore di San Clemente a Roma (1090 – 1100), l’affresco staccato con la Storia di Anania e Saffira oggi nei depositi della Pinacoteca Vaticana (proveniente da San Giovanni in Laterano, inizio del XII secolo), la Madonna della Chiesa del Santissimo Nome di Maria dei primi anni del XII secolo, e le parziali similitudini con la prima facies del Crocifisso di San Frediano a Pisa, quella scoperta nei restauri del 1968-1973 sotto un diverso dipinto, databile anch’essa quasi certamente 1100-1120 (un altro straordinario crocifisso pisano, estremamente complesso dal punto di vista iconografico). Perciò, potrebbe davvero essere la più antica croce dipinta istoriata esistente al giorno d’oggi, e una conferma, come vedremo, viene dall’iconografia: la ricostruzione iconologica e iconografica che segue è un riassunto parziale di un mio studio uscito anni fa su un’importante rivista scientifica. Mi auguro che sarà utile a coloro che un giorno vorranno apprezzare di persona questa bella opera d’arte di un tempo remoto.

Le misure della croce sono circa cm. 295 x 210, grandi, ma anche tipiche dei Crocifissi su tavola più antichi, dovendo essere visti da lontano dai fedeli (essendo collocate dietro un altare, oppure sopra la recinzione del presbiterio). La rappresentazione principale è costituita dall’antica iconografia romano-bizantina di Cristo crocifisso vincitore sulla morte, il Christus triumphans, ben diverso dalla seguente tipologia del Cristo patiens, anch’essa molto antica, ma che nelle croci dipinte su tavola prese avvio soltanto all’inizio del XIII secolo (con delle caratteristiche avviate nel secolo precedente), col Cristo sofferente, piagato e dal volto reclinato che fu modello per quasi tutte le croci dipinte successive.

Questa di San Paolo all’Orto è ancora una croce triumphans, in tutto e per tutto: in essa il Salvatore, con gli occhi aperti, è ancora della tipologia “trionfante”, nel senso del suo trionfo sulla morte, ed infatti spesso nei tabelloni di queste croci più antiche del XII secolo sono presenti in maggior numero le storie relative alla Sua resurrezione accanto a quelle della Sua passione e vita terrena. E’ molto interessante sottolineare, però, che la Croce di San Paolo all’Orto presenta esclusivamente scene post-mortem di Cristo, ed è una spia molto importante della sua antichità: nello specifico troviamo in questo caso gli episodi di Cristo al Limbo a sinistra, e La cena coi pellegrini in Emmaus a destra, che poi descriveremo.

In altre parole, in questa Croce Cristo non è mai raffigurato come “uomo”, come tipicamente nelle croci dipinte patiens dall’inizio del secolo successivo in poi, dove è sofferente sulla croce per remissione dei nostri peccati, con piaghe evidenti sul corpo (quelle generate dalla lancia di Longino) e il sangue che esce dalle Sue ferite. Molte altre croci istoriate triumphans hanno infatti qualche riferimento alla Sua natura umana, perfino quella di Sarzana e le lucchesi più antiche, come quella celebre della Chiesa di San Michele in Foro (l’episodio del Seppellimento di Cristo); qui non sono presenti questi riferimenti, ed è dunque un indizio importante dell’antichità della croce di San Paolo all’Orto rispetto ad altre della stessa tipologia triumphans, in aggiunta alle sue chiare caratteristiche stilistiche che la inseriscono benissimo nei primi anni del XII secolo. Dunque, è una croce iconograficamente molto interessante, e anche storicamente, per capire la teologia della prima metà di quel secolo.

In questo particolare caso, l’interesse storico va di pari passo con la qualità stilistica. Per apprezzare a pieno questo Crocifisso menziono due particolari: il volto di Cristo (fig. 2), uno dei migliori esempi della bravura di questo pittore, dai grandi occhi intensi rivolti leggermente verso l’alto, il naso molto sottile e la barba resa con linee finissime di pennello; è di certo uno dei volti di Cristo fra i più belli in tutto il XII secolo.

Fig. 2

Il perizoma, di color bianco-grigiastro, è un altro apice del dipinto (rapportato al periodo), soprattutto per quanto riguarda il cingulum dorato annodato da un grande fiocco, perché la leggera flessione delle gambe ne determina il movimento con maggiore realismo rispetto ad altri esempi, anche successivi di molti decenni. Da notare che il busto non flette più di tanto, perché il Cristo è vivo (non c’è dunque un diretto collegamento con la flessione del busto visibile nei Crocifissi patiens del secolo dopo, ma in qualche modo ne anticipa in parte il movimento). Con queste osservazioni possiamo capire meglio che ci troviamo di fronte ad un artista davvero molto abile per quel periodo, per quanto utilizzi una ristretta varietà di cromie.

Nei tabelloni, a sinistra in alto, notiamo la Vergine Maria e San Giovanni Evangelista, i cui volti sono quasi del tutto distrutti a causa della caduta della pittura di tutto un settore che comprende anche il corpo centrale di Gesù e le Pie Donne sull’altro lato. San Giovanni alza la mano destra, e con l’altra mano sembra quasi trascinare Maria, anche qui con maggiore movimento rispetto ai coevi esempi toscani, eccetto alcuni, come quello del Maestro di Rosano a cui abbiamo accennato poco prima. A destra in alto vediamo, sempre molto frammentarie, due Pie Donne, con le mani alzate.

Al di sotto di queste figure e ai fianchi del perizoma, due interessantissimi riquadri, frammentari ai margini, rappresentano a sinistra la Discesa al Limbo e a destra la Cena in Emmaus. La scena della Discesa al Limbo è quella in cui Cristo trae in salvo Adamo, prostrato in ginocchio, liberando poi tutti i patriarchi e l’umanità dal peccato originale. Da molto vicino si noterà che coi piedi schiaccia un diavolo, poco visibile. Tale scena, derivante dal Vangelo apocrifo di Nicodemo, è presente in molti dei più antichi Crocifissi su tavola, e fu sostituita a partire dalla fine del XII secolo da un simbolo, il teschio di Adamo ai piedi della Croce, sopra il quale scorre il sangue purificatore di Gesù.

La seconda scena è una delle più antiche raffiguranti la cena in Emmaus di Gesù con due discepoli, tre giorni dopo la resurrezione e prima dell’apparizione agli apostoli, in cui vediamo Gesù benedirli mentre sono seduti ad un tavolo, poco prima di sparire (è una scena abbastanza frequente nei crocifissi istoriati del XII secolo, mentre dopo è stata utilizzata sempre meno). Essa è molto significativa per la tipologia triumphans, ed in generale è a mio avviso un episodio straordinario dei Vangeli, perché invita ad avere fede nella resurrezione e a saper riconoscere Cristo. Infatti, tali discepoli erano affranti perché, seguendo le regole di questo mondo, pensavano che fosse morto, e per questo, pur avendo Lui stesso davanti, paradossalmente non riuscivano a riconoscerlo. Tuttavia, notarono qualcosa di buono in lui, e lo invitarono a seguirlo nella locanda di Emmaus. Non appena lo riconobbero, allorquando spezzò il pane per offrirlo a loro con una benedizione, Lui sparì dalla loro vista (Lc, XXIV, 28-31).

Sulle terminazioni dell’asse orizzontale della Croce si trovavano in origine quasi certamente quattro figure simboliche, due per parte, estremamente frammentarie, che se viste molto da vicino per me raffigurano angeli come scrisse tantissimi anni fa Evelyn Sandberg Vavalà, e non i simboli del Tetramorfo (come ritiene la maggior parte della critica), questi ultimi tipici delle croci lucchesi.

Sulla frammentaria cimasa sono presenti il busto del Redentore benedicente e due angeli adoranti frammentari. Il Pantocrator, inserito in parte nella clipse, è il Cristo giudice alla fine dei tempi. Poco sotto, al posto del frequente titulus, si trova una misteriosa struttura triangolare, del tutto unica; nei miei studi ho provato a definire che cosa sia, proponendo varie ipotesi: sembra un minuscolo baldacchino, ma l’ipotesi più probabile è che rappresenti simbolicamente la cupola del tempietto dell’Anastasis, la tomba di Gesù e il luogo della resurrezione, posta all’interno della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, identica, per esempio, a quella visibile in una miniatura di un codice realizzato ad Acri nel XIII secolo, raffigurante Goffredo di Buglione in preghiera davanti al Santo Sepolcro. La striscia gemmata sottostante potrebbe raffigurare invece la decorazione della cornice sotto la cupola del Santo Sepolcro, come si potrebbe intuire da alcuni reliquiari. Il numero dei rombi, sette, in questa fascia decorativa, in tal caso farebbe molto probabilmente riferimento alla visione dei sette Spiriti di Dio che stanno davanti al Suo trono, nell’Apocalisse di Giovanni (Ap, IV, 5). Infatti, sopra a questa immagine sta il Cristo giudice.

Vi sono altre due interessanti particolarità su questa croce: la decorazione a rametti, foglie e girali vegetali presente sulla croce, una probabile rappresentazione del Lignum Vitae di Cristo, e ancor più interessanti sono i chiodi sulle mani (sui piedi sono invisibili) che non sembrano generare piaghe e fuoriuscita di gocce di sangue, come invece si vede quasi sempre nelle altre croci di questo genere; un particolare che non sembra causato da consunzione del colore e che è perfetto per un Crocifisso come questo, dimostrando ancora una volta la volontà, nelle intenzioni dell’autore della croce, di indicare la natura ultraterrena di Cristo.

Ripropongo, in altre parole, le conclusioni a cui sono giunto negli anni scorsi nei miei studi su questo dipinto: a mio avviso il Crocifisso di San Paolo all’Orto è un’immagine simbolica che va letta dal basso in alto, ovvero seguendo gli intensi occhi di Gesù, rivolti verso il cielo. Chiaramente, la prima cosa che si osserva è il Cristo crocifisso, inserito in una croce con decorazione a rametti, foglie e girali vegetali (rappresentazione del Lignum Vitae) e senza ferite aperte. Poi ci si concentra nella lettura dal basso in alto: partendo dalle immagini degli episodi della Resurrezione (estremamente significativi) posti in basso, ci accorgiamo che Cristo è attorniato da angeli ai lati delle mani, e che sopra il Suo volto si trova il tetto del Santo Sepolcro con fascia di sette gioielli; al centro di queste due linee che partono in orizzontale e in verticale dagli angeli e dal Santo Sepolcro, troviamo il bellissimo volto di Gesù che guarda in alto, ovvero verso la cimasa, dove osserviamo il Cristo giudice dell’Apocalisse, ancora una volta attorniato da angeli. Questo dipinto, di iconografia estremamente particolare e simbolica, racconta dunque la storia della resurrezione di Cristo e del Suo ritorno alla fine dei tempi, riassumendo, “intuitivamente” per i fedeli del tempo, un tema centrale nella dottrina cristiana.

La croce di San Paolo all’Orto, in conclusione, per quanto non integra, è a mio avviso straordinaria, e invito tutti ad andare a vederla. Lo è perché ha un’iconografia intermedia rispetto alle croci pisane e lucchesi, che potrebbe caratterizzarla come un’anticipazione di entrambe e che propone un’immagine altamente simbolica incentrata sulla natura ultraterrena di Cristo; lo è, infine, perché ha uno stile arcaico e giustamente databile nel primo ventennio del XII secolo, ma anche con un grande movimento rispetto ad altri esempi coevi che anticipa le evoluzioni di un secolo dopo. Dunque, è di un grande pittore, e se si uniscono le sue caratteristiche iconografiche arcaiche e i fattori stilistici, quella che vediamo in questo studio potrebbe essere davvero la più antica croce dipinta istoriata su tavola rimasta fino ai giorni nostri.

Una constatazione conclusiva che è poi il motivo principale per cui ho scritto questo articolo. Questa croce dipinta per me ha un interesse particolare, non fosse altro perché è stato un punto di partenza per le mie ricerche universitarie su questi crocifissi (assieme a quella della Chiesa di San Frediano), ma non è l’unica di tale livello: nel centro Italia ve ne sono altre bellissime, alcune più conosciute, altre meno, ed una al Victoria and Albert Museum di Londra, di origine probabilmente romana. Esse fanno parte della lista quasi interminabile dei nostri tesori meno noti al grande pubblico. Mi auguro che articoli come questo stimolino l’interesse verso queste opere molto importanti del nostro passato, e un turismo non distratto dalle mode.

Una delle più antiche croci dipinte su tavola esistenti: il Crocifisso della Chiesa di San Paolo all’Orto di Pisa – di Fabrizio Bianchi

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