L’importanza della figura dell’interprete che opera in zone di conflitto quale risorsa vitale d’intelligence e di supporto linguistico, culturale ed umanitario in tempo di guerra viene spesso trascurata. Tale ruolo professionale è apparso come conseguenza dei numerosi scontri e conquiste che hanno segnato la storia della nostra civiltà e ha continuato a svilupparsi e a mutare all’insorgere di sempre nuove ostilità.

Da intermediario a mediatore politico, da agente culturale ad un più spersonalizzante “embodied agent”, fixer o semplicemente “terp”, abbreviazione gergale del corrispondente sostantivo inglese; questi sono alcuni tra gli appellativi più comuni attributi nel tempo alla figura dell’interprete di guerra. Tuttavia, la grande varietà di denominazioni esistenti non rispecchia un’analisi altrettanto fertile di tale figura professionale.

Alla luce dei recenti avvenimenti mondiali, sullo sfondo degli scontri che stanno avendo luogo sul suolo ucraino come conseguenza dell’offensiva militare avviata dalle forze armate della Federazione Russa, la comunità mondiale di traduttori e interpreti si è unita per fornire il suo preziosissimo supporto. FIT Europe, Translators without Borders, Respond: Crisis Translation, Translating for Humanity, LSP My Language Hub, Russisti per la Pace e IN.TRA, così come svariate altre comunità ed organizzazioni di professionisti già esistenti o appositamente istituite, stanno fornendo il loro contributo in un conflitto che attualmente conta circa 46.000 decessi e 11 milioni di profughi. Numerose realtà di traduttori, interpreti ed esperti di localizzazione stanno prestando i loro servizi a organizzazioni non-profit, gruppi per la tutela dei diritti umani, avvocati specializzati in diritto d’asilo e a migranti in prima persona, per gestire una grande varietà di documenti, permettere assistenza medica, legale, supporto psicologico e per agevolare lo spostamento, la sistemazione e l’integrazione di rifugiati Ucraini[1].

L’interpretariato in zone di guerra vede il suo periodo di maggior sviluppo durante il ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo, acquisendo rilevanza ancor più significativa in un mondo globalizzato che si trova a fronteggiare le sfide poste da un crescente numero di azioni terroristiche e dall’instaurarsi di equilibri internazionali sempre più complessi[2]. Tuttavia la comparsa di tali “attori invisibili” della storia risale a tempi molto più antichi.

Fin dagli albori della civiltà umana, a partire dalle prime migrazioni di popolazioni preistoriche provenienti dal continente africano, soldati e marinai ricoprivano la funzione di mediatori linguistici tra chi cercava nuovi territori da occupare e i loro rivali, agevolando la fruizione di informazioni sulle tattiche avversarie e le insidie del territorio nemico. Un caso simile è quello della più moderna Malintzin, donna azteca che fu amante e interprete personale del conquistatore Hernán Cortés e il cui ruolo permise l’instaurazione di alleanze tra i conquistadores e le popolazioni indigene, con la conseguente conquista dell’Impero Azteco da parte delle forze spagnole. Caso meno virtuoso è quello del missionario britannico che tradusse il Trattato di Waitangi, stipulato tra il Governo Britannico e i capi Māori della Nuova Zelanda nel 1840. La versione inglese e quella Māori descrivevano diversamente il diritto dei polinesiani di autogovernarsi e così essi sottoscrissero il trattato che di fatto annetté l’isola all’Impero Britannico[3].

Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale inizia a prendere forma l’attività professionale degli esperti di lingua, i quali operavano in qualità di traduttori e decifratori di codici e a cui venne affidato il coordinamento delle eserciti internazionali, i cui i soldati parlavano molte lingue diverse. Il loro operato permise di riportare in auge lingue pressoché in disuso, utilizzate per la creazione di linguaggi in codice: i membri della piccola tribù Choctaw, i cosiddetti Code Talkers, reclutati dall’esercito americano nel 1917 come operatori radiofonici, utilizzarono la loro lingua per la diffusione di messaggi “criptati”[4]. Segue l’operato Ultra Secret del team di Bletchley Park per la decifrazione del rinomato Codice Enigma e della Cifratrice Lorenz, ideati dalle forze armate tedesche durante il periodo nazista. Nel 1945, durante la Guerra del Pacifico tra Alleati e Giappone, venne istituita l’ATIS, Sezione di Traduttori e Interpreti delle Forze Alleate che collaborò con i soldati in prima linea durante l’invasione di alcune isole occupate, affiancò i prigionieri durante gli interrogatori e riuscì persino a tradurre l’Operazione Z, nome in codice di una delle più famose iniziative belliche del secolo scorso, l’attacco giapponese alla base navale americana di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.

Il Processo di Norimberga (Novembre 1945 – Ottobre 1946) sancì una svolta epocale nell’ambito dell’interpretazione: in occasione dei due cicli di processi a cui vennero sottoposti gli alti dirigenti del Terzo Reich, responsabili delle atrocità dell’Olocausto, fu impiegata per la prima volta nella storia l’interpretazione simultanea. Ciò permise, seppure tramite l’ancor rudimentale Speech Translator di IBM, di tradurre simultaneamente le udienze in inglese, francese, tedesco e russo, lasciandosi alle spalle l’insostenibile prolungamento delle tempistiche della tecnica di consecutiva fino ad allora impiegata.

Durante la Guerra Fredda, la competizione tecnologica tra USA e URSS, parallelamente alla corsa agli armamenti nucleari alla corsa allo spazio, si concretizzò anche in una corsa alla formazione di figure altamente specializzate nel campo linguistico. Proprio per tale scopo, nel 1958 gli Stati Uniti promossero il National Defense Education Act, motivato dalle crescenti controversie circa l’affidabilità di figure in grado di comunicare in lingua straniera ed aventi legami con Nazioni nemiche.

Nel contesto dei più recenti conflitti in Iraq e Afghanistan, nuove tecniche di guerriglia hanno reso meno nitida la precedentemente netta distinzione tra fazioni, rendendo dunque difficoltoso identificare gli insorti tra i membri delle popolazioni locali. In questo contesto gli interpreti sono stati incaricati non solamente di intercettare e tradurre informazioni, ma anche di fungere da ponte tra le unità dell’esercito straniero e la popolazione locale.

In quest’ottica, sorge spontaneo chiedersi chi siano esattamente gli interpreti di guerra oggi? Che cosa li distingue dagli interpreti di conferenza? Quali caratteristiche e comportamenti devono rispettare? Quali figure o atti legali li proteggono durante e dopo le operazioni militari?

Per rispondere a tali quesiti, l’interpretariato e il ruolo degli interpreti in senso moderno sono tuttora oggetto di numerose ricerche linguistiche, psicologiche, pragmatiche, sociologiche e culturali. Ricercare la perfezione in tale ambito è concettualmente errato, data l’esistenza di numerosi fattori interni ed esterni che possono pregiudicarne il risultato. Inoltre, pur trattandosi di un processo comunicativo, caratterizzato dalle medesime barriere che caratterizzano altri processi simili, presenta la peculiarità dell’intermediario tra Parlante e Ricevente – l’interprete appunto – che può generare problemi di comprensione reciproca. Proprio per questa sua natura, gli studi sull’interpretazione si sono focalizzati sull’analisi dei processi trasformativi di tipo linguistico, comunicativo e culturale implicati. In genere, durante l’interpretazione si ha a che fare con numerosi processi cognitivi che combinano linguaggio, cultura e strutturazione del discorso. Il risultato finale, lontano dall’essere una riproduzione fedele del discorso originale, è un riflesso della cultura di chi ascolta, rimbalzato dall’interprete, anch’esso soggetto a numerose influenze.

Nell’interpretariato in zone di guerra, queste influenze si chiamano rumore (Shannon-Weaver, 1949). Il rumore è dato dall’impossibilità dell’interprete di trasmettere un messaggio inalterato e dalla responsabilità attribuitagli da una scala di valori sociali totalmente rivisitata rispetto ai periodi di pace.

L’interpretariato diventa quindi uno sforzo diplomatico conseguente all’immediata associazione alle figure politiche o militari di cui l’interprete si fa voce, aggravato dalle forti tensioni che fanno da sfondo all’intero processo. Per questo motivo, un interprete di guerra deve rispettare alti standard in materia di competenze linguistiche, origini etniche, sesso, status sociale, reputazione, formazione, logica, pensiero critico, reattività, adattabilità, affidabilità e lealtà[5].

Nonostante ciò, la realtà dei fatti ha frequentemente rilevato l’assenza di professionisti propriamente formati, così come il ridotto o quasi inesistente budget stanziato per l’insorgenza di inevitabili necessità di mediazione linguistico-culturale tra i membri dei corpi armati e tra questi e le popolazioni autoctone. La soluzione più comune è l’impiego di soldati multilingue, motivato dalle loro conoscenze di tecniche belliche, seguita dall’arruolamento di civili con semplici conoscenze linguistiche in una seconda lingua. Tale prassi comporta elevati rischi sia per l’incolumità degli individui stessi, visti dagli insorti come traditori e, quindi, come bersagli militari, sia per il rispetto della deontologia professionale, data la poco accurata trasmissione delle informazioni[6].

Sebbene la ricerca abbia denunciato le molteplici problematiche causate dall’operato di questi linguisti di fortuna[7], essi continuano a essere la principale risorsa impiegata dalle truppe nei tre momenti principali di ogni tipologia di conflitto in cui sussiste l’esigenza di un interprete: fase preparatoria, scontro bellico e fine delle ostilità. In ciascuno di questi momenti l’interprete, pur essendo un partecipante fondamentale nell’atto comunicativo, dovrebbe consapevolmente impegnarsi a garantire la sola trasmissione delle informazioni, senza modificarne il significato. Molto spesso, però, la poca preparazione risulta nel fenomeno della traduzione personale, ossia l’identificazione inconsapevole dell’interprete con una delle parti con cui si trova ad interagire.

Numerose pubblicazioni circa il ruolo dell’interprete di guerra si sono focalizzate sulle difficili condizioni in cui opera, analizzando le conseguenze linguistiche di un elevato livello di stress e fornendo suggerimenti e modelli di comportamento da seguire. Nonostante ciò, non sussiste un’adeguata preparazione alla professione per tali soggetti, che si ritrovano spesso a operare in contesti poco definiti.

Ad oggi molte questioni etiche e legali restano aperte sul ruolo dell’interprete di guerra. Sebbene si trovi a prestare servizio per il governo di una delle fazioni combattenti, non può essere considerato un soldato poiché non riceve alcuna preparazione militare, non indossa uniformi e non maneggia armi. Inoltre non gode degli stessi benefici concessi ai militari, non riceve le stesse tutele garantite al personale specializzato o ausiliario quali medici, infermieri, volontari e giornalisti, protetti dalla Convenzione di Ginevra (1949) e dai Protocolli Aggiuntivi (1977).

Spesso reclutati a livello locale per questioni di fondi ridotti, spinti da ideali patriottici, nella speranza di poter fare la differenza, o dal desiderio di ottenere cittadinanza in Paesi dalle migliori condizioni socio-economiche, molti di questi interpreti improvvisati perdono la vita in battaglia o si trovano ad affrontare l’emarginazione sociale al ritirarsi dell’invasore.

Sebbene esistano regole precise per la nomina di tali figure, nessuna stabilisce come si possa proteggerle o prepararle. Allo stesso modo, numerose pubblicazioni trattano ogni tipo di interpretariato (di conferenza, di trattativa, medico, legale, tecnico…), ma pochissime descrivono l’interprete di guerra. Alla luce dei recenti eventi mondiali, resta la speranza che siano gli interpreti che si sono trovati sul campo in prima persona, a sviluppare adeguati programmi formativi e professionali in grado di rendere giustizia a questi indispensabili ponti tra culture spesso molto diverse.

[1]    a href=”https://blog.zingword.com/translators-are-supporting-ukraine-4de3d86e1bbc

[2]    https://www.k-international.com/blog/translators-at-war/

[3]    Ibidem

[4]    Ibidem

[5]    Neacșu, Ana-Maria (2014), pp.18-20, Interpreters in war zones: from linguistic mediators to cultural agents, University of Bucharest

[6]    Idem, Ivi, pp.15-17; 38-44

[7]    Baigorri-Jalón, Jesús (2010), p. 19, Wars, Languages and the role(s) of interpreters, University of Salamanca

Interpreti in zone di guerra – di Vittoria Ghirardi

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