L’autrice compie una ricerca autobiografica, tra ricordi personali e letteratura, sulle origini del proprio amore per il volontariato e la solidarietà, che definisce. l’asse sui cui poggia il proprio baricentro personale. Inoltre, spiega perché si debba insegnare ai giovani il valore del dialogo: l’aiuto reciproco e la costruzione di una società più giusta e solidale portano benefici all’intera collettività, e quindi anche al singolo individuo.


“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.
(Antoine de Saint-Exupery, Il Piccolo Principe,
Milano, Tascabili Bompiani, 1949/2013, p. 98)

La prima copia del Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery è apparsa in casa mia negli anni delle scuole medie.
Attraversavo allora la fragilissima terra di mezzo che si estende tra l’infanzia e la pubertà, l’adolescenza, quella fase della crescita in cui il mondo conosciuto comincia a diventare stretto e quello ancora da scoprire incute timore e curiosità.
Le coetanee si contendevano reggiseni e fidanzati più o meno immaginari, io, invece, desideravo una nonna.
La mia invecchiava sulle colline dell’Irpinia, mentre io crescevo in una città industriale del varesotto.
Sono andata in esilio, come ho sempre definito il mio trasferimento al Nord, a tre anni, parlavo solo il dialetto campano e l’arrivo alla scuola materna fu piuttosto travagliato proprio per questo limite linguistico.
Visto che i compagni non mi capivano e si accanivano su me e mio fratello – più piccolo di un anno – cominciai ad usare le mani per farmi intendere.
Fu nel salone dell’asilo che sviluppai la mia sete di giustizia e la mia propensione a proteggere i più deboli dalle angherie della massa, dagli abusi del sistema.
Fu nell’atrio della scuola materna che cominciai a desiderare una nonna.
Così, in seconda media, andai a cercarmela nelle stanze di un ospizio.
Ogni domenica pomeriggio, dopo il pranzo con la pasta fatta in casa e la carne che si poteva mangiare una sola volta alla settimana, uscivo per andare in oratorio, ma prima – senza dirlo a nessuno – passavo dall’ospizio comunale.
Ricordo ancora oggi, a distanza di 40 anni, l’odore acre che mi investiva quando si aprivano le porte dell’ascensore al secondo piano, nella sezione femminile.
Quei corridoi grigi, quelle stanze asettiche con tre letti per lato e un finestrone sul fondo, quelle voci sommesse miste ai lamenti delle donne che si spegnevano nella demenza e nella solitudine, mi accompagneranno per sempre, eppure non ho mai provato dolore o tristezza durante quelle visite.
La malinconia e la lentezza della vecchiaia mi riempivano di così tanta serenità che, paradossalmente, mi facevano stare bene.
Passavo da un camerone all’altro salutando le vecchiette senza denti, con il bavaglio umido di saliva, i piedi che strisciavano sul pavimento e le schiene curve, i capelli arruffati e gli occhi vitrei. Erano donne rimaste sole nonostante avessero accudito schiere di figli e nipoti, altre che nel vuoto avevano vissuto per tutta la vita. Ciascuna era un libro di storie e memorie confuse dalla nebbia della senilità. Tutte appartenevano all’epoca della guerra, dei soldati, della miseria quella vera, che ti scava nella pancia e ti circonda di mostri, che nulla aveva a che fare con la modestia della mia condizione di piccola migrante “in patriam”.

Fu il desiderio di una nonna a farmi scoprire l’amore per la solidarietà e farmi sentire responsabile per quelle donne che, inconsapevolmente, avevo addomesticato e abituato ad aspettarmi ogni domenica pomeriggio.

Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica (Antoine de Saint-Exupery, Il Piccolo Principe, Milano, Bompiani, 2013, p. 93).

Le mie volpi erano le nonne dell’ospizio.
Come la volpe del Piccolo Principe si allenava all’attesa del bambino dai capelli color del grano, anche le ospiti della casa di riposo avevano imparato a riconoscere i miei passi e la mia voce di ragazzina che portava la luce e l’esuberanza della giovinezza nei corridoi del loro ultimo viaggio.
Lo scambio potente di emozioni, di riconoscenza e di amore che si accendeva nei nostri incontri diventava nel tempo la consapevolezza di ritrovarsi nella vitalità presente del “hic et nunc”, alimentando il dolce senso di reciprocità che scaturisce SOLO dall’INCONTRO di generazioni e di creature.
Non ho mai provato pietà per quelle donne, piuttosto una sterminata tenerezza, la stessa che ho ritrovato nel corso della mia esistenza prendendomi cura dei bambini e degli adolescenti più vulnerabili.
Ogni età ha le sue caratteristiche e le sue esperienze, ma sono convinta – e mi batto ogni giorno perché si diffonda questo pensiero – che ogni età abbia bisogno di unione, di condivisione, di commozione.
In università ho compreso meglio questo concetto durante una lezione di letteratura inglese nell’analisi e traduzione di uno storico passo di John Donne:

Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
la Terra ne sarebbe diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.


(John Donne, Meditazione XVII, in Devozioni per occasioni d’emergenza, Roma, Editori Riuniti, 1994, pp. 112-113).

Il mio desiderio di giustizia, il mio ardore per la fratellanza e l’uguaglianza non erano solo frutto di uno spirito rivoluzionario e romantico, ma trovavano il loro fondamento nei versi del poeta inglese: niente e nessuno può dirsi solo, niente e nessuno può fare a meno della comunione intesa come partecipazione attiva al proprio presente e al presente dell’Umanità, di cui facciamo parte.
Conservo gelosamente le carezze di quelle nonne dalla pelle di seta, ritrovo nei sogni e nelle mie pagine la gentilezza di quelle guance scavate e di quelle fragili ciocche bianche che mi sfioravano ad ogni bacio.

L’amore per la solidarietà è l’asse sui cui poggia il mio baricentro e sono certa che ogni essere umano potrebbe vivere meglio se non avesse paura di riflettersi nello sguardo dell’altro.
Ecco perché bisogna insegnare ai più piccoli, ai più giovani, il valore del dialogo: l’aiuto reciproco e la costruzione di una società più giusta e solidale portano benefici all’intera collettività, e quindi anche al singolo individuo.
Non aiutiamo gli altri per un senso del dovere: lo facciamo per stare bene, NOI.

L’amore nel volontariato – di Titti Di Vito

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Un pensiero riguardo “L’amore nel volontariato – di Titti Di Vito”

  1. Conosco abbastanza bene la nostra cara Titti Di Vito ed ho avuto più volte l’occasione di apprezzare le tantissime doti umane…ma non conoscevo questa parte della sua vita di adolescente…un motivo in più per continuare a seguire il suo nobile esempio con la gioia della meraviglia e della continua scoperta…soprattutto per il bene delle generazioni future.

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