Il poeta Davide Barbera compie, tra commozione e ironia, una ricognizione storica del rapporto indissolubile tra amore e poesia. Parte da Dio, “il primo poeta”, e si sofferma a riflettere su Dante Alighieri, Charles Baudelaire, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Cesare Pavese, Gianni Diecidue, fino ad arrivare, inevitabilmente a se stesso.
Il primo poeta
Penso che la prima poesia sia stata scritta da Dio, quando, ispirato dalla sua stessa meraviglia, plasmò la donna. Poi, fu il turno della femminilità: la Terra iniziò a girare, come una testa felice di avere il capogiro. In quel momento, sotto il firmamento, nacque l’amore, protagonista indiscusso della storia poetica.
Dante

Dante si innamora a nove anni. Vede Beatrice, e, come un adolescente contemporaneo, si crea problemi per il saluto: è imbarazzato, e ciò non lo aiuta con l’amata. Scrive Tanto gentile e tanto onesta pare, nobile erede di Chi è questa che vien di Guido Cavalcanti, e riesce, ancor prima de La Divina Commedia, a divenire immortale: Beatrice fa sospirare l’osservatore, che, dal canto suo, ritiene di essere in presenza di una creatura celeste, capace di mostrare il potere divino. L’amore, con il Sommo poeta, diventa adorazione, contemplazione e, dal mio punto di vista, pretesa di universalità, la stessa che Kant, ne La Critica del Giudizio attribuisce al giudizio di bello: la bellezza di Beatrice è e deve essere universale, perché voluta direttamente dal sovrano delle gerarchie angeliche. E, inoltre, date queste premesse, non può non essere portatrice di eterna salvezza con il suo saluto. La donna, con Alighieri, capite bene, raggiunge il suo apice valoriale. Tuttavia, l’atteggiamento del guelfo bianco è, dal mio punto di vista, sbagliato: lui cerca di dissimulare. Lei fraintende. Tutto svanisce e il saluto di Beatrice è perduto. In ogni caso, Dante fallisce quando opta per la poca chiarezza: tuttavia, il suo obiettivo non è Beatrice, ma la poesia ispirata dalla cortese fanciulla. Per questo motivo, il poeta di Firenze è un vincitore: non ama l’amata, ama la poesia che sorge dal pensiero di lei. Il vero amore, Dante, lo narra quando, nell’inferno della Divina Commedia, decide di parlare di Paolo e Francesca: lì, sorge la purezza del sentimento, inevitabilmente legato alla passione carnale. Questa meravigliosa coppia sacrifica il cielo per vivere un amore: e dove sta il vero bene se non nel sacrificio? Cosa sacrifica Dante per Beatrice? Nulla. A cosa rinuncia Paolo per Francesca e viceversa? A tutto! I due preferiscono le fiamme, pur di vivere l’amore. Qui, vi è l’essenza del vero sentimento.
Baudelaire

Lessi I fiori del male durante un’estate siciliana: l’oscurità dell’opera generava un perfetto ossimoro con il giallo del sole e dei limoni.
Aprii il libro. Andai veloce con le prime poesie. La mia attenzione si focalizzò soprattutto su tre capolavori: I gufi, L’albatro e Ad una mendicante dai capelli rossi. Proprio di quest’ultima poesia parlerò.
Il poeta non sceglie come soggetto una contessa o una marchesa… No, sceglie una ragazza che chiede l’elemosina. La vede per qualche attimo, e già appare innamorato (in ciò si può riscontrare, senza dubbio, una somiglianza con Le passanti di Antoine Pol) del fiore del male per eccellenza: uno “scarto” della società, che seleziona, con la vile legge del più forte e del più fortunato, i suoi discepoli preferiti, generando, di fatto, figli e figliastri. L’attrice della lirica è prole illeggitima dell’universo sociale, che, per sempre, la escluderà, nonostante abbia per nascita diritto di farne parte: purtuttavia, viene ghettizzata tra le mura del male da evitare. Ma Baudelaire ama questo male, perché proprio da esso si possono generare, come in questo caso, petali di una beltà superiore. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” dice Fabrizio De Andrè, e il vecchio Charles sembra condividere in pieno. La giovane mendicante non ha bisogno di gioielli, non ha bisogno di vesti ricamate con l’oro: ha bisogno, invece, solamente, del suo biancore e dei suoi capelli rossi per essere eterno emblema di meraviglia.
D’Annunzio

Con D’Annunzio l’amore è totale: è un prato verde che riveste ogni cosa. Immedesimarsi nei protagonisti de La pioggia nel pineto equivale ad amare, amare un corpo, amare la natura e amare entrambe le cose in tutt’uno abbracciato dall’acqua piovana, nell’ottica di un fantastico panteismo. Ermione, figlia di Elena e Menelao nella mitologia greca, è la passione personificata, e le sue ciglia nere avvolte dal pianto (ancora l’elemento pioggia) di piacere sono capaci di creare l’immagine dell’erotismo dannunziano, che si cela, come tutto l’universo erotico, nel dettaglio: il ginepro, la verdura bagnati, i corpi dei protagonisti bagnati, le ciglia di lei (Ermione/Eleonora Duse) bagnate. La poesia che mira alla sfumatura, qui, in questi versi, ha una cura straordinaria: perciò Gabriele è D’Annunzio. L’amore si percepisce, ti coinvolge, ti scuote fino a sconvolgerti, fino a farti sperare di essere in quella scena, anche sotto le mentite spoglie dell’acqua celeste.
Ma il vate non è solo poeta di passione in potenza e in atto; è, infatti, anche scrittore di dolcezza crepuscolare, che anticipa il crepuscolarismo stesso. Nel Poema paradisiaco contempla il giardino che intravede dall’esterno di una tenuta: vede statue inarrivabili e, per esse, scrive versi. Nella contemplazione, secondo Bobin, sta la vera essenza del vivere poeticamente il mondo, e D’Annunzio, anticipandolo, fa suo questo aforisma nella prospettiva del vero esteta.
Gozzano

Scopro Guido Gozzano grazie a Silvio Raffo, che, in uno dei suoi video, espone la poetica dell’artista torinese. Subito dopo, ordino, con la passione di una scoperta, la raccolta più importante: I colloqui, dove capisco il molteplice – per dirla alla Fernando Pessoa – modo di tratteggiare l’amore del poeta. Tutti conosciamo La signorina Felicita: ovvero la felicità e tutti la troviamo interessante, ma, al contempo, improponibile per il “politicamente corretto”. Io, per quanto possa essere pessimo nel mio pensiero, la trovo sublime. Gli occhi di Felicita non sono celesti come il cielo, come il mare o come l’Adda, sono celesti come le stoviglie, perché, contesualtilizzando nel tempo in cui venne scritta la lirica, la donna era sinonimo di casa, e casa era sinonimo di famiglia, e famiglia era sinonimo d’amore. Anche oggi, a parer mio, lo stesso concetto sarebbe perfezione di pensiero: tuttavia, si potrebbe applicare l’ideale anche a una figura maschile.
Ma Gozzano è molteplice, dicevamo, e quindi, come tale, è anche il poeta di Paolo e Virginia: dunque, è il lirico di un dramma o, meglio, di una tragedia dipinta in poesia: Paolo – identificabile con lo stesso Guido – si innamora da fanciullo di Virginia: stanno spesso insieme, e il sentimento appare, anche agli occhi del lettore, inevitabile. Ad un certo punto, lei si allontana da lui, complice un viaggio. Ma Virginia vuole tornare e sta tornando. Tuttavia, una tempesta, generata da Poseidone, travolge l’imbarcazione. Paolo, eterno sognatore del ritorno della donna amata, si sente massacrato nello spirito e nella stessa voglia di vivere. Guido, tramite Paolo, dirà che il suo cuore è morto insieme a Virginia, testimoniando un amore che sposa l’eternità.
Pavese

Ero a Lecco e, seppur ammaliato dai luoghi manzoniani, scelsi di comprare una raccolta di Cesare Pavese: Il desiderio mi brucia. Lessi sussurrando al lago Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e l’acqua ascoltava quieta. Ma, subito dopo, mi sentii catapultato, attraverso Nell’oscuro studio fotografico in un ambiente tetro, a tinte rossastre, che affascinano, da tempo immemore, la mia immaginazione: perfino il lago, in quel frangente, divenne bordeaux. In questa lirica, Pavese racconta l’amore non ricambiato. Nei poeti medievali, il sentimento doveva non essere reciproco, perché la donna da cantare, di condizione sociale più elevata e, inoltre, giudicata come marchio della perfezione angelica, era, a dir poco, inarrivabile. Qui, invece, non c’è disparità sociale: siamo nel Novecento. C’è solo una freddezza totale da una parte, e un fuoco acceso dall’altra. Pavese, nelle tenebre dello studio, stampa una foto di lei, la bacia! Ma percepisce il gelo. L’atmosfera che si crea mi ricorda Lovecraft o Poe o entrambi. Non bacerà mai più, secondo me, quella foto, ma la terrà, per sempre, in un cassetto.
Diecidue

Penso che la cultura provinciale abbia lo stesso valore di quella nazionale/internazionale: Gianni Diecidue, grande intellettuale castelvetranese, che ho scoperto grazie alla Pro Loco di Selinunte, impersonifica il sopracitato concetto: stiamo parlando di un professore, di un drammaturgo, di un novelliere e, sopra ogni cosa, di un poeta. Per Gianni l’amore ha due nomi: Isabella e Madeleine.
La prima, moglie del poeta, è l’amore a 360 gradi: la famiglia, la passione, l’amicizia e la letizia che si cela in tutto ciò: un amore, questo, da ricordare e celebrare, con sentimento perenne, anche dopo la morte della stessa Isabella, come fecero, al loro tempo, Dante e Petrarca con Beatrice e Laura.
La seconda, Madeleine, è l’amore immaginario, della fantasia: quello legato alla mera passione, che, strada facendo, si rende conto di essere convergente con una sola donna, presso cui dimora la passione stessa mista a tutte le altre sfere sentimentali: questa donna per Gianni fu ed è la più bella… Il suo nome?
Isabella.
Conclusioni poetiche
Lascio il lettore attingendo dal mio cuore…
La rosa bianca
Prima di regalarti
una rosa bianca
conterò i petali,
così che facendo volare
l’ultimo, sussurrai nella nebbia:
“M’ama!”
Bibliografia
Erich Auerbach, Studi su Dante, trad. it. Maria Luisa De Pieri Bonino e Dante Della Terza, prefazione di Dante Della Terza ; Milano, Feltrinelli, 2005.
Charles Baudelaire, I fiori del male, versione integrale e traduzione curata da Nicola Tosi, Varese, Crescere, 2019.
Christian Bobin, Abitare poeticamente il mondo, trad. it. Norina Sottocornola, introduzione di Sara Costanzo, postfazione di Maddalena Cavalleri, Otranto, AnimaMundi, 2020.
Gabriele D’Annunzio, Alcyone, a cura di Federico Roncoroni, Milano, Mondadori, 2020.
Gianni Diecidue, Poemi, Castelvetrano, Angelo Mazzotta Editore, 2023.
Guido Gozzano, I colloqui e altre poesie, a cura di Alessandro Fo, Latiano, Interno Poesia, 2020.
Cesare Pavese, Il desiderio mi brucia [poesie d’amore], Milano, Garzanti, 2020.
