La guerra è il dazio della pace
Con i suoi circa 50 conflitti in atto nel mondo – primi fra tutti quelli in Ucraina e nel vicino mediooriente – il pianeta appare come una polveriera pronta a esplodere.
Nuove e vecchie follie lo percorrono tra sofferenze e morti in molte parti del mondo tanto che molti addetti ai lavori parlano già di una terza guerra mondiale a pezzi, fatta di momenti acuti e scontri a alta intensità accanto ad altri a più bassa intensità, ma non per questo meno sconvolgenti, poiché caratterizzati da assenza di regole, da azioni asimmetriche e da repentine reazioni su molte dimensioni: nel settore economico e degli scambi internazionali (si pensi alle sanzioni ed ai dazi); in quello finanziario (con l’uso strumentale dei tassi fissati dalle banche centrali nazionali); nella comunicazione (mass media e social con l’uso della propaganda e dei fact checker o ”verificatori di verità) ed infine nel settore scientifico-tecnologico (con la corsa agli armamenti).
Nella popolazione comune tutto ciò provoca insieme a nuove povertà, fame di verità e disorientamento, insieme alla lacerazione delle coscienze su come uscirne.
Tanto che si potrebbe dire, in prima approssimazione, che le guerre non solo sono naturali – non si fanno per orgoglio o ardimento ma per migliorare la propria posizione geopolitica, la competitività ed il benessere della propria Nazione – ma che la Pace è solo un intervallo tra le guerre, fatte con tutte le armi a disposizione (e minacciando l’uso di ordigni nucleari).
Il Pensiero di Papa Francesco
Il giornale “Frate Indovino” di giugno 2025 con il titolo “Francesco, i poveri, la pace” riprende il tema della Pace dal punto di vista del Papa che è salito al cielo a Pasqua 2025, ricordandolo come “il Papa venuto dagli ultimi confini della terra sia stato il pontefice della prossimità, della sorpresa, della povertà e soprattutto della Pace”. L’autore dell’articolo, il giornalista Michele Zanzucchi, prosegue caratterizzando la grandezza di questo Pontefice sotto questi aspetti:
– la prossimità “cari fratelli e care sorelle, buona sera” di inizio pontificato;
– la sorpresa “niente appartamenti pontifici, solo settanta metri nell’albergo del Vaticano”;
– la povertà “quella del poverello di Assisi, … non ha voluto la limousine, ma una semplice utilitaria;
– la Pace, perché non ha mai cessato di gridare che “dalla guerra si esce tutti perdenti”.
Ma se nella guerra siamo tutti perdenti, nella pace tutti vincenti, allora cosa fare per interrompere questa deriva verso la guerra?
I movimenti pacifisti
Peter Cropotkin, filosofo e biologo russo morto nel 1921 affermava che “… la competizione è la legge della giungla; la cooperazione è la legge della civiltà”. Quindi la guerra è egoismo armato, la Pace altruismo consapevole.
Ma è ingenuo o velleitario parlare di Pace e considerare i pacifisti persone illuminate; specie se gli stessi movimenti pacifisti, nati come antidoto alle guerre e che si palesano qua e là nel mondo, spesso vengono messi in una luce molto negativa anche da parte di personalità rispettabilissime. Il giornalista e scrittore Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, ad esempio, nel suo ultimo suo libro, “Grazie Occidente” pubblicato da Mondadori 2024, a pag. 203 si dice sconvolto dal fatto che in Italia esistono i tanti pacifisti e addebita questo fenomeno alla nostra costituzione che all’art. 11 ripudia la guerra come modo per risolvere i conflitti e al popolo italiano, la cui inclinazione pacifista, secondo Rampini, è dovuta alla propaganda estera. Con ciò fomentando così ancor più la confusione su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La fede e la guerra
Non c’è dubbio che la parola Pace richiami la parola Fede; per fare Pace bisogna aver Fede nel valore della Pace, cioè fiducia nella Pace; cioè crederci e crederci profondamente.
La pace infatti è una costante ricerca intellettuale attivata dal Cuore e da una Cultura ancorata all’attivazione di tre C (Conoscenza, Consapevolezza, Coscienziosità) (v. sotto).
Giorgio La Pira indimenticabile Sindaco di Firenze e propulsore del dialogo tra i popoli riesce ad organizzare il primo convegno per la Pace e la Civiltà Cristiana proprio nel capoluogo toscano. Il convegno si svolse in Palazzo Vecchio tra il 23 ed il 28 giugno 1952. Nel suo intervento inaugurale La Pira sottolineò con forza che la vera pietra d’angolo della Pace è il riconoscimento del legame con i valori di fondo di un sistema di civiltà, a sua volta ancorato alla spiritualità ed alla civiltà cristiana. Quest’ultima funge, per il relatore, da fonte di ispirazione e, come tale, è per sua natura capace di rendere credibile l’universalità e la centralità della persona umana, insieme alla solidarietà che essa richiama. Lo stesso La Pira sembra poi trarre ispirazione dal De Monarchia di Dante Alighieri dove si afferma che “la Pace universale è la migliore delle cose finalizzate alla nostra Felicità (1,4); e ciò perché è solo con essa che tutti i valori dell’uomo hanno un organico ed integrale sviluppo”.
Il mondo moderno per la stessa complessità e dinamicità delle sue strutture tecniche, economiche, sociali e politiche, è per sua vocazione orientato alla razionalità ed allo scientismo; ma la gente comune, seppur con grande difficoltà, “sente come importante il ripristino dei valori della spiritualità che un razionalismo accentuato ha posto in ombra. La Pira già allora ne era consapevole tanto che nel terzo convegno internazionale sulla Pace e la Civiltà Cristiana del 1954, indica nella Cultura il baricentro su cui costruire la Pace; quest’ultima per diventare tale “… non può e non deve affidarsi solo ad elementi visibili e materiali ma anche a quelli immateriali che costituiscono le vere radici della storia umana e che possono aprire l’animo alla speranza”.
L’importanza dell’ascolto attivo
Dare una chance alla Pace implica dunque il rafforzamento della Cultura fatta di ascolto attivo delle ragioni dell’altro (sia esso persona, organizzazione od un intero Paese), con misura, equilibrio ed un’etica delle responsabilità.
Si tratta di passare dall’io al noi, dal potere insito in ciò che si ha, al servire per ciò che si è, dando fiducia alle persone.
Certo bisogna essere consapevoli che la fiducia richiede ottimismo e questo è un concetto molto labile. Il pregiudizio però da cui occorre liberarsi è che la Pace non sia nella completa disponibilità dell’uomo. Le tecnologie di oggi unite alle scoperte scientifiche non sono uno strumento su cui gli uomini esercitano un controllo totale, ma sono un mondo nuovo che rende le nostre vite virtuali e sempre più distanziate socialmente ed umanamente. Questo vuol dire che noi siamo stati trasportati dal mondo reale a quello virtuale e dove gli effetti delle decisioni non vengono più percepite nel loro reale impatto sulle vite di tutti noi. La tecnologia infatti finisce per invadere tutti i nostri spazi di vita e tende a riorganizzare anche quelli sociali e delle relazioni interpersonali.
Con l’intelligenza artificiale poi, che è già oggi una realtà, l’esigenza di velocizzare le decisioni e le attività ci porta a delegare alle macchine la ricerca non solo delle informazioni ma la loro interpretazione su cosa sappiamo e cosa sappiamo fare. Gli algoritmi però non dicono chi siamo ma cosa desideriamo e a cosa serviamo: due categorie entrate già nella mentalità comune.
La Cultura e la pace
La cultura oggi rischia perciò di essere marginalizzata e messa da parte a favore del fare (per il fare) e dell’agire. Ecco perché le scuole che operano con i giovani fino ai 18 anni d’età dovrebbero avere l’obiettivo di formare persone con una Cultura ed una visione più olistica, mediante lo studio prevalente delle materie umanistiche, la filosofia, la storia e la letteratura. Ciò consentirebbe loro di padroneggiare adeguatamente non solo la Conoscenza ma anche sentimenti ed emozioni; e quindi che cos’è il dolore, la distruzione, la povertà e la mancanza di libertà che la guerra porta sempre con sé.
In questo senso il potenziamento della Cultura apre la mente alla consapevolezza degli effetti negativi e perversi che ogni guerra si porta dietro; induce atteggiamenti positivi circa i sentimenti di amore e misericordia e le pratiche di inclusione dei diversi, in modo da interiorizzare l’etica della responsabilità e quindi attivare la Coscienziosità personale.
Questo percorso di crescita spirituale, a nostro avviso, rende rivoluzionaria la Cultura proprio perché consente a tutti noi appunto di passare da “ragionamenti razionali” proprio del pensiero calcolante basato sulle convenienze a breve termine, ad un approccio radicalmente diverso, basato sul potere positivo della parola Pace e sul riconoscimento delle molteplici e sempre diverse espressioni della Cultura nelle varie Nazioni e popoli. Con ciò superando il riferimento al pensiero qualunquista del personaggio di Cetto La Qualunque protagonista del film del 2011 “Qualunquemente” quando esortava i suoi compaesani a pazientare e non scandalizzarsi dell’incoerenza tra il dire Pace mentre si attivavano azioni conflittuali, tanto …“è capitato, capita, e ricapiterà”.
Dare forza alla Cultura della Pace è certamente un’azione di lungo periodo, ma anche una leva efficace per coinvolgere le persone in questa direzione, rafforzandone la riflessione consapevole e la condivisione di valori universali, superando gli schemi razionali, le visioni di breve periodo e l’idea che sempre c’è un vincente ed un perdente, senza pensare altrimenti. Perseguire la pace è dunque anche e prioritariamente un’azione culturale che nasce dal basso alla ricerca di ciò che unisce – più che ciò che divide – rivolgendosi all’uomo nascosto, al suo potenziale di vita e alla ricerca del reciproco benessere – non solo materiale ma spirituale – perché in quella dimensione c’è pressante l’esigenza di armonia e di un mondo pacificato. Ben recita un antico proverbio mongolo: “se ascolto dimentico; se vedo ricordo; se faccio capisco”.
I giovani ed Il valore universale della pace
Anche in Italia, come in molte altre parti del mondo la vita sociale e di relazione di tanti giovani è sempre più spesso minacciata non solo dalla mancanza di lavoro e di prospettive ma anche da episodi quasi quotidiani di violenza gratuita, bullismo, sopraffazione e piccole angherie che generano sconcerto, vulnerabilità, insicurezza e frustrazione in chi li subisce e che sono spesso ignorati o sottovalutati sia dalla Società che nella Scuola ed in Famiglia.
Si tratta di una guerra talvolta palese ma più spesso combattuta silenziosamente nella mente e nel cuore degli stessi giovani che la subiscono e che li porta o all’isolamento ed alla perdita dell’autostima o, paradossalmente, a risposte altrettanto violente e aggressive verso gli altri o verso sé stessi.
Eppure, scavando più a fondo, si nota che il senso di umanità e il desiderio di Pace, seppur silenzioso, non è scomparso dai loro cuori. Va solo fatto emergere per innescare una rinnovata testimonianza di solidarietà verso le vittime di tali violenze e a difesa dei valori universali della Pace, della dignità, del rispetto della persona umana. Opporre ai conflitti ed all’aggressività la forza tranquilla del valore della Pace, in nome di un’etica della Responsabilità è come lanciare un aquilone: richiede perseveranza, coraggio, coerenza e forza interiore ma ripaga cento volte le fatiche e le sconfitte poiché dà senso alla vita e fortifica il carattere.
Dunque si può dire che: La guerra si fa. La pace si insegna e poi si pratica anche nei piccoli gesti quotidiani, usando mente e cuore, a prescindere dai rischi e dai risultati immediati.
D’altronde, siamo fermamente convinti che se si vuole ottenere qualcosa che non si è mai avuto, dobbiamo fare qualcosa che non si è mai fatto!
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Credits: Linnaea Mallette
