Abstract

Il saggio affronta la questione della pace nella riflessione di Hannah Arendt, con un accenno alla sua vicenda bibliografica e una breve analisi dei contenuti di Vita activa, delle lezioni su Kant e del saggio Sulla violenza. Se ne ricava una rilettura innovativa dei paradigmi filosofici tradizionali: nell’età contemporanea, il regno della violenza non è più uno scenario possibile, in quanto il rischio di una distruzione totale del pianeta è diventato concreto e allarmante. D’altra parte, i dettami della ragione sul rifiuto della guerra si uniscono alla natura socievole dell’uomo. L’individuo pensato come lupus votato al conflitto cede il posto all’animale politico, che supera l’egoismo individuale nello spazio del dialogo e dell’azione collettiva. L’appello di Hannah Arendt alla pace si svela pertanto come un richiamo alla genuina natura umana.


1. Uomini o lupi?

Il concetto di pace chiama in causa, fin dalla sua definizione, un insieme di riflessioni e problematiche che abbracciano filosofia, etica e politica. In primo luogo, il significato di pace sembra essere irrimediabilmente legato al suo opposto: la pax è la risoluzione del conflitto, l’assenza di guerra. Questa relazione antitetica fa sì che i due termini non possano convivere. Se uno di essi è presente, l’altro inevitabilmente scompare: non ci può essere pace nella lotta.

Non vi è dubbio su quale condizione sia la più auspicabile; perfino il cinismo hobbesiano ammette che la ragione desidera naturalmente l’appianamento dei conflitti, quantomeno per uscire da una condizione in cui la propria vita viene sottoposta a minaccia costante. Se è certo che la pace costituisce un valore universalmente ricercato dall’umanità, e che la quieta convivenza è preferibile allo stato di guerra, bisogna tuttavia chiedersi come sia possibile realizzare concretamente tale accordo. L’esercizio del potere sembra infatti richiamare necessariamente l’uso della forza e, nonostante il ripudio della guerra rientri tra i fondamenti delle legislazioni, questa continua ad essere utilizzata come strumento di risoluzione nei rapporti internazionali. È quindi davvero immaginabile la pace come condizione stabile e universale? O dovremmo accettare la violenza e la forza come connaturati all’uomo e ai rapporti che questo intrattiene con i suoi simili? È possibile – per dirla con Hobbes – per l’uomo affrancarsi dall’essere lupus?

Per addentrarci più a fondo nella questione ci richiameremo all’opera di Hannah Arendt, pilastro della riflessione politica del Novecento, pensatrice indocile che ha saputo indagare con lucidità i travagli dell’epoca in cui è stata “gettata”. Tedesca e proveniente da una famiglia ebraica, Arendt ha vissuto in prima persona gli orrori del nazismo e sperimentato la dolorosa condizione di apolide: costretta dapprima alla fuga in Francia, dovette subire la detenzione in un campo di internamento prima di approdare infine negli Stati Uniti, che diventeranno per lei una seconda patria. Le sue analisi del potere, del totalitarismo e della condizione umana, portate avanti in opere quali Le origini del totalitarismo (il testo che la consacrò al grande pubblico) e La banalità del male, sono frutto di uno sforzo di comprensione, dell’applicazione del pensiero critico a un presente inquieto e conflittuale. 

Nella nostra indagine sul concetto di pace seguiremo in particolare alcuni spunti forniti dall’autrice nella sua analisi de Per la pace perpetua di Kant, inoltrandoci successivamente nella riflessione sulla forza portata avanti nel saggio Sulla violenza.

2. Non filosofa, ma teorica della politica

Per comprendere appieno le parole di Arendt, dobbiamo prima di tutto sottolineare il ruolo centrale dell’agire all’interno della sua opera. Pur avendo avuto una formazione prettamente filosofica, sotto i maestri Martin Heidegger e Karl Jaspers, Arendt preferiva definirsi “teorica della politica” più che filosofa: la filosofia rischiava infatti, ai suoi occhi, di risolversi in pura teoria alienata dalla realtà e dalla prassi, dimentica di quell’agire che è il vero fulcro dell’umano.

L’azione e la sua importanza per la comunità politica sono oggetto di un nuovo approccio filosofico in Vita Activa, in cui l’esperienza della polis greca viene posta come antitetica rispetto alla contemporaneità. L’agire nella modernità appare svuotato di ogni senso politico, ridotto e sottomesso ai concetti di produttività, utilità, profitto. La vita attiva (bios politikos dei Greci) ha così perduto il suo significato originario, mentre l’attività contemplativa, slegata dal suo riferimento al mondo, si è risolta in un semplice esercizio teorico.

Nella polis antica, al contrario, la capacità di azione umana portava alla libera espressione in uno spazio comune e all’autentica relazione con gli altri. Lungi dal considerare i cittadini come individui isolati, Arendt crede fermamente che solo nell’agire nel contesto di una pluralità gli uomini rivelino se stessi: l’identità si costruisce nel confronto con l’altro. L’azione, propria dell’uomo come animale politico, consente a quest’ultimo di riunirsi con i propri simili e di perseguire obiettivi irraggiungibili al singolo: la capacità di agire è felicemente connessa alla possibilità di dare inizio a qualcosa di nuovo, nello spazio pubblico della discussione politica.

La convivenza e la relazione tra gli uomini costituiscono quindi elementi primari e inaggirabili: nasciamo immersi in un mondo che è pluralità. Tale coesistenza umana non è pensabile in uno stato di guerra, e la pace sarà l’esito concreto della libera azione politica.

3. Sull’estetica bellica in Kant

In un ciclo di lezioni su Kant tenute nell’autunno del 1970 e dedicate al tema del giudizio politico, Arendt prende in esame Per la pace perpetua, progetto kantiano che auspica la fine della conflittualità tra i popoli. 

Il titolo originale dell’opera – nota la pensatrice – suona ironico, ripreso da un’insegna che si riferisce a un cimitero, l’unico luogo in cui una pace perenne appare possibile. Questa non è l’unica antinomia presente nel testo: sebbene la ragione condanni il conflitto ed elevi a dovere immediato la pace nata dalla concordia tra popoli, la guerra conserva infatti un suo lato sublime ed estetico. Essa sembra essere la portatrice del progresso tanto auspicato dall’Illuminismo: non solo del progresso tecnologico, ma anche – paradossalmente – del cammino verso la pace, che viene auspicata proprio come conseguenza di uno spaventoso ultimo conflitto.

L’estratto di Kant serve ad Arendt per mostrare come un tale giudizio sulla guerra rappresenti il punto di vista dello spettatore, di colui che – lontano dagli eventi – si pone su un piano contemplativo rispetto a coloro che sono direttamente coinvolti nell’azione.

Andando oltre la distinzione tra pratico e teoretico, ovvero al tentativo di ricomporre tale frattura, la citazione kantiana introduce un’ulteriore problematizzazione al nostro tema: posto il veto della ragione nella sua ferma condanna alla guerra, resta infatti da capire se la connessione tra guerra e progresso sia da considerarsi virtuosa e, pertanto, se l’episodio bellico come motore di sviluppo possa costituire una valida obiezione alla ricerca incondizionata di pace.

4. «Ogni contrazione del potere è un aperto invito alla violenza»

In un saggio pubblicato negli anni ’70, intitolato emblematicamente Sulla violenza, Arendt ci porta nel cuore della discussione sul potere, chiedendosi se l’uso della forza sia da considerarsi l’unica via di risoluzione alle controversie internazionali.

Il contesto dell’opera è offerto dalla guerra fredda e dalla corsa agli armamenti nucleari, dove il fascino estetico kantiano lascia spazio a un potenziale distruttivo che rende ingiustificabile qualsiasi impiego dei mezzi bellici. I vecchi modelli del rapporto tra politica, forza, potere sono da ripensare alla luce dello sviluppo tecnologico, che, nel Novecento, ha aperto uno scenario di violenza fondato sulla deterrenza e sull’imprevedibilità. Il progresso scientifico non è più interpretabile come illuministico progresso dell’umanità, ma si è anzi slegato da quest’ultimo fino a minacciare una possibile distruzione dell’uomo, in uno sviluppo solo in parte controllabile. 

Di fronte a tali presupposti, risulta più che mai urgente comprendere se la possibile eliminazione della violenza nei rapporti tra le nazioni implichi una fine del potere stesso, o se invece quest’ultimo concetto possa essere separato dall’uso della forza.

Per indagare la natura del potere, Arendt propone di recuperare il vocabolario greco-romano, che ci riserva una via alternativa al rapporto comando-obbedienza. Seguendo tale suggestione, possiamo distinguere il potere come capacità di agire di concerto propria di un gruppo, dalla potenza intesa come proprietà inerente al singolo. L’autorità, che può come tale riferirsi a una personalità o a cariche politiche e gerarchiche, è una forma di riconoscimento che abbisogna del rispetto da parte di coloro cui si chiede di obbedire, senza alcuna coercizione o forma di persuasione. La violenza, infine, assume un’accezione strumentale, ha a che fare con mezzi che permettono di amplificare la forza umana, si configura come strumento di distruzione rivolto a fini specifici.

Per Arendt questi termini specifici si trovano raramente nella loro forma pura e tendono invece a confondersi nella concretezza. Ciononostante, l’analisi evidenzia in modo chiaro come potere e violenza non si implicano vicendevolmente, ma sono piuttosto da considerarsi contrari. Scrive Arendt: «Il potere e la violenza sono opposti; dove l’una governa in modo assoluto, l’altra è assente. La violenza compare dove il potere è scosso, ma lasciata a se stessa finisce per far scomparire il potere» (p. 61).

Il potere non nasce dalla violenza, che è anzi incapace di crearlo, ma dal consenso del gruppo e dalla sua legittimazione: la violenza fa la sua comparsa proprio quando l’agire di concerto e la libertà politica vengono meno. La violenza, per sua natura strumentale, deve per forza rivolgersi a un fine che la giustifichi, ed espone al rischio di conseguenze imprevedibili e nefaste; entrare nel regno della violenza e confonderla con il potere equivale a sovvertire l’ordine dei mezzi e dei fini. La tentazione di sostituire il potere con la violenza e l’esaltazione di quest’ultima nascono da un assopimento della facoltà di agire, dalla perdita della capacità di avviare un nuovo cominciamento.

5. Conclusioni

L’insegnamento arendtiano propone quindi, come antidoto alla guerra e all’uso indiscriminato della forza, un recupero del senso autentico della politica e della comunità umana. Una convivenza pacifica non solo è pensabile, ma concretamente possibile, dal momento in cui il potere non necessita di mezzi violenti per mantenersi, ma si fonda sulla legittimazione della pluralità. Se i totalitarismi hanno potuto realizzare un governo basato su terrore e sopraffazione, questo non è avvenuto sotto l’egida del potere, ma, al contrario, nella sua assenza.

Il regno della violenza coadiuvato dal progresso tecnico non costituisce quindi l’unico scenario possibile, e i dettami della ragione sul rifiuto della guerra si uniscono alla natura socievole dell’uomo. L’individuo pensato come lupus votato al conflitto cede il posto all’animale politico, che supera l’egoismo individuale nello spazio del dialogo e dell’azione collettiva.

L’appello di Hannah Arendt alla pace si svela pertanto come un richiamo alla genuina natura umana.


Bibliografia essenziale

Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. Piero Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2002.

Hannah Arendt, Sulla violenza, trad. it. Savino D’Amico, Parma, Guanda, 2008.

Hannah Arendt, Teoria del giudizio politico: lezioni sulla filosofia politica di Kant, con un saggio interpretativo di Ronald Beiner, trad. it. Pier Paolo Portinaro, Carola Cicogna, Maurizio Vento condotta sull’edizione americana di Ronald Beiner, Genova, Il Melangolo, 2005.

Hannah Arendt, Vita activa: la condizione umana, trad. it. Sergio Finzi, introduzione di Alessandro Dal Lago, Milano, Bompiani, 2009.

Ripensare la pace con Hannah Arendt – di Federica Schiavon

Navigazione articoli


3 pensieri riguardo “Ripensare la pace con Hannah Arendt – di Federica Schiavon”

  1. Difficile è la pace se si fa guerra a Dio: divorzio, aborto, nozze omo, teoria del gender, eutanasia, sessualizzazione dei bambini, divieto di pregare presso gli abortifici.
    Se la preghiera fa paura, significa che Dio c’è, ci sarà pure il giudizio e la destinazione eterna: paradiso o inferno.

  2. l’errore e la violenza sono parte dell’ umanita’. Non e’pessimismo ma realismo. Il male si attacca all’ uomo che non accetta i suoi limiti. Ma la giustizia divina, a differenza dell’umana puo’ fare dell’errore l’inizio di un cambiamento. Dio ci ha creati liberi. Non incasellati in moralismo. questo ci sprona alla lotta non tanto contro i nemici esterni, piuttosto verso quelli dentro di noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *