Noi ci separiamo per essere più intimamente uniti,
in pace divina col Tutto, con noi.
Noi moriamo per vivere
(F. Hölderlin, Iperione, 1797)
“Correrete sempre fino a che/ non troverete un posto/ in cui raccoglierete ciò che avete seminato/ con il cuore e al riparo da tutto/ senza l’aiuto di nessuno/ Io sto andando in quel posto1”. Le parole provengono da uno dei circa novanta componimenti (ora lunghi ora brevissimi, simili a schegge o a scritte spavalde sputate su pareti di calcina da un adolescente ansioso, con ancora addosso l’odore della pelle dell’amante) raccolti da Stefano Di Gangi in un “canzoniere”, contrappuntato da incantevoli scatti di Massimo Pensini, dal titolo Un sentiero tra le stelle. Esattamente dieci anni sono trascorsi da allora e una nuova, piccola antologia, ribattezzata dall’autore Una gola che cantava (il libro che state reggendo tra le mani, appena finito o in attesa di essere sfogliato), pare dialogare a distanza con quella prima, sperimentale pubblicazione: volendo “spettinare” giocosamente il senso di alcuni versi scritti al tempo l’autore spezzino, artista dalle molte risorse, ha saputo aspettare2, ha osato ancora sognare; il posto in cui si raccoglie ciò che si ha seminato il nostro pare averlo raggiunto così che un giorno, qualora concedesse alla Fine di appollaiarsi sopra il suo guanciale, potrà sorridere di un sorriso semplice e profondo, e tutto sarà più facile3.
Come è stato possibile conquistare un tale stato d’animo, spogliarsi di ogni angoscia, nascere, quindi, in una nuova veste? Per rispondere, nelle righe a seguire proverò mettere i due canzonieri, Un sentiero tra le stelle e Una gola che cantava, in costante relazione. Prima di tutto, il ragazzo che Di Gangi è stato stagioni addietro si è spesso guardato attorno e non ha mai smesso di farlo: ha compreso, e mestamente accettato, che il mondo intero sia, dopotutto, pura “rappresentazione”; non è diverso da un dramma che si svolge qualche volta sotto un segno benigno, dalle forme del bel Gioco Antico e Lontano (“Marionette alla corte del Maharaja,/ nel silenzio attonito tra fontane e stanze degli specchi…4”), altre volte nel segno di un venefico inganno, perpetrato ora da animi loschi, che insozzano ogni cosa che toccano, ora dai mille e uno “miraggi” vomitati da schermi a cristalli liquidi di varie dimensioni che ci assediano mattina e sera dietro a quali, però, non c’è nessuna creatura che possa ormai definirsi umana (“Dietro a schermi aridi e finti/ si mostravano i loro sentimenti dipinti” si legge, infatti, nel seminale Un sentiero tra le stelle mentre l’immagine di sé come ‘spettatore immobile’, aggiungerei ‘impotente’, illumina almeno due componimenti nella stessa raccolta ma ne riporterò uno soltanto: “Da spettatore ho visto/ giocare partite/ mai iniziate e mai finite5”). Se reciti bene inganni gli altri (“D’ora in poi/ amerò il Sole e la Luna,/ ma continuerò a ingannarvi/ per non deludervi”6), se reciti male inganni te stesso7; se non sai ingannare neppure te stesso, non ti resteranno che i fantasmi. E di spettri ballerini, mascherati, cincinschiati e variopinti, Un sentiero tra le stelle ne è colmo: osservando le fotografie di Pensini, chi venera la Decima Musa non potrà non pensare alla Venezia meravigliosamente falsa, alla languida scorribanda di candelabri, parrucche, abbagli ottici, ceroni e crinoline del secondo episodio de I racconti di Hoffmann (’51) di Powell & Pressburger nonché dell’epilogo, ambientato sempre nella Serenissima, di Acque di primavera (’89) di Jerzy Skolimowski8. Farebbero, poi, capolino i turbini di contrasti, le pazze sinfonie dell’inglese Ken Russell (1927-2011), con le sue regie operistiche e cinematografiche (si rivedano, ad esempio, Salome’s last dance e The fall of the house of Usher) dove momenti molto belli ed altri volutamente ridicoli e di cattivo gusto si avvicendano, non ultime le “follie” del francese Jean Rollin (Requiem pour un vampire), dello jugoslavo Dušan Makavejev (Sweet movie) o dell’ateniese Níkos Nikolaïdis (Singapore Sling)… carnevalate, dunque, che parrebbero non aver limite, anzi cedono perennemente… per un dato periodo anche il cuore del poeta Di Gangi ha assunto le livree multicolori di Arlecchino9, cessando di essere rosso: costume bergamasco, signore dell’oblio e della voluttà, egli è sia l’amico dell’umanità che è rimasta pura sia il demone più oscuro10.
Torniamo, però, a Una gola che cantava. «Qual è il mio posto?», si chiede Di Gangi fra le righe, dopo lacrime, paure, dubbi. Lui stesso prova a rispondersi in un verso11: “Sento che sto bene a casa,/ sono libero, senza catene”. Quanti avrebbero il coraggio, l’onestà di ammetterlo, di scriverlo? Nel culto moderno del Viaggio, spesso ci si illude che la distanza sia una maestra più sincera dell’immobilità (condizione ritenuta accidiosa e improduttiva), e perciò continuiamo a inseguire noi stessi nelle terre che ancora non conosciamo e delle quali neppure il nome sapremmo pronunciare, spostandoci senza tregua, credendo che soltanto varcando nuovi confini potremmo cogliere il significato ultimo delle cose. Ed ecco manifesta la verità del paradosso. Pensiamoci un po’. Viaggiando fuori città per settimane, mesi, anche anni a volte, abbiamo smania di tornare tra le mura che ci sono care: una volta rientrati, però, sottovoce, tremanti esprimiamo un identico dispiacere ovvero vorremmo tornare a casa. Pur trovandoci, di fatto, a casa! Ma allora cos’è la casa, di preciso? Se lo domandava, oltre quarant’anni fa, Tonino Guerra (1920-2012), dedicando un componimento12 ad Andrej Tarkovskij (1932-1986), cineasta e fraterno amico:
Io non so che cos’è una casa. Un cappotto? O è un ombrello se piove?
L’ho riempita di bottiglie, stracci, anatre di legno, tende, ventagli.
Sembra che non voglia uscire mai. Allora è una gabbia?
Che chiude tutti quelli che passano
anche un uccello come te, sporco di neve.
Ma la roba che ci siamo detti
è così leggera che non resta chiusa qui.
La Casa è quindi il rimpianto di qualcos’altro? Le lettrici e i lettori ai quali Stefano Di Gangi si rivolge sono coloro i quali hanno più volte sussurrato «Voglio tornare casa» pur trovandosi nella loro abitazione e, forse, prima di molti altri, hanno intuito che il sentimento della nostalgia non è scontentezza verso il Presente, vago rimpianto del Passato, bensì il dolore per la perdita dell’unità originaria: unità dell’Uomo con sé stesso, con l’altro uomo e dell’uomo, appunto, con il Divino. Pianto per l’Età dell’Oro come pure, e ciò suona contraddittorio, per il “futuro nascente”, usando la suggestiva definizione di Elio Vittorini; un bisogno che non si placa, lacerante desiderio di far ritorno alla “laguna” nella quale genitori e figli, amanti di ogni sesso, cultura o generazione, sperano di arrestare il proprio peregrinare. L’idea della perdita dell’originaria unità innerva moltissime delle strofe che leggiamo sia in Un sentiero tra le stelle che in Una gola che cantava: nella prima raccolta sciamavano, senza una direzione apparente, le Domande, nella seconda, l’ultima, sciamano, altrettanto freneticamente, plausibili Risposte.
Una gola che cantava monda, in sintesi, Un sentiero tra le stelle: lo ripensa, sovente lo “contesta” quasi che l’autore fosse un altro, qualcuno che Di Gangi era deciso a sopprimere, pur sentendo di amarlo, pur trovando immutata in quelle righe eccedenti, quasi mai controllate, la propria essenza… eppure se non avesse trovato il coraggio di “sopprimere” quella persona, appartenente a un passato sempre più gravoso, non avrebbe potuto nascere una seconda volta13; se non avesse zittito quell’estraneo il bambino non avrebbe potuto più parlare, non avrebbe potuto più trovare la strada di casa. Perché il Bambino? Ci arriveremo. Torniamo un istante sul motivo della perdita dell’unità originaria. “Sogno ancora di poter far ritorno14” si augura Di Gangi. Nei versi successivi la speranza assume addirittura, esplicitamente, le forme del Giardino dell’Eden, il primo giardino, giardino fra tutti i giardini dove, e cito l’autore, pare quasi “che il mondo moderno non sia passato di qui a distruggerlo15”. Ancora, in ben due componimenti de Un sentiero tra le stelle l’atto del baciare è sublimato nell’espressione “congiunzione di due lune”, immagine che rinvia, senza volerlo, niente meno che agli antichi racconti arabi, alla raccolta delle Mille e una Notte in una novella della quale prende forma la dilettevole sfida fra Maymuna e Dahnnash i quali addormentano con dei filtri una fanciulla e un fanciullo; giovani creature che, a detta loro, si assomigliano straordinariamente per bellezza. Chi dei due, strumenti ignari dei beffardi scommettitori, arderà per primo d’amore, al risveglio? Non ci sarà vincitore, Maymuna e Dahnnash perderanno e ne saranno lieti poiché, pur destandosi in momenti diversi, i fanciulli prescelti si ameranno subito, allo stesso modo, con la stessa intensità. Erano fatti proprio l’uno per l’altro, «due lune piene nello stesso cielo» aggiungono Maymuna e Dahnnash.
Di Amore, fatalmente, si canta nelle due raccolte di Stefano Di Gangi. “Non esiste altro che ciò che il mondo chiama/ superficialmente amore16” si legge in Un sentiero tra le stelle, come se l’artista ligure all’infinito, fino allo stremo delle forze, in un rantolo ripetesse: «Non l’avete ancora capito? Avevo fame d’amore, più di ogni pane e di ogni carne. Di quell’amore che porta ancora addosso l’odore acre della notte prima, che sa di sperma rimasto a imputridire nell’ordito dei tessuti, di vocaboli che girano su sé stessi, ipnotici, capaci solo di sovrapporsi con egoismo alle dolorose confessioni degli altri, amici o conoscenti. Fame d’un amore che ci si illude di aver scorto in volti fugaci, così immediatamente dimenticabili da non lasciar traccia, e proprio per questo ancor più necessario17».
Quella specie d’Amore che, giunto a una certa età della vita, Di Gangi fermamente pretende di trovare altrove, magari al di sopra dei crani vuoti e dei sensi che in fretta si afflosciano. Sorta di personalissima preghiera, nella quale carne e spirito non si fronteggiano ma discorrono all’unisono, articolata e distribuita in più componimenti: “Se non fosse per l’amore, che cosa avrebbe senso sotto questo cielo immenso…18”; “Amore mio eri e amore mio ritornerai,/ nel tuo immenso amore19”; “Arrendersi a Te? […] Rinasco dal fango e vengo verso Te,/ alla montagna che scalerò per raggiungere/ una nuova vetta d’Amore immenso./ Io e Te20”. Senza che se ne rendesse conto, Di Gangi ha “accarezzato” quattro radiose gemme della letteratura spirituale, rispettivamente il capitolo ottavo dei Fioretti di San Francesco, memore a sua volta della Prima Lettera di Paolo ai Corinzi (“O frate Leone […] benché il frate minore parli con lingua d’angelo, e sappia i corsi delle stelle […] iscrivi, che non è in ciò perfetta letizia”21), il Vangelo di Giovanni (“Rimanete nel mio amore”; Gv 15, 9), il libro del profeta Geremia (“Signore, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. Hai fatto ricorso alla forza e hai ottenuto quel che volevi”; Ger 20, 7) e i Salmi di Re Davide (“Chi salirà il monte del Signore?”; Salmo 24, 3).
Spontaneità e volontà, naturale e soprannaturale, istinto e soffio mistico: da troppe lune hanno lottato nel corpo di Stefano Di Gangi, senza potersi mai accordare. È giunto il momento in cui i suoi piedi comincino ad essere arrestati dal suolo che toccano mentre il pensiero si solleva, senza pericolo o timidezza. C’è un passaggio nel documentario D’amore si vive (‘84) di Silvano Agosti in cui Lola, un “femminiello”, nutre un pulcino di piccione, imboccandolo con le sue stesse labbra. Riflettendo sul matrimonio, l’amore come decisione e conquista, le poesie scritte in gioventù, accenna pure al suo particolare rapporto con il Sacro e, alla sollecitazione del regista «Descrivimi come vedi la figura di Dio», Lola così risponde: «Enorme… che ci copre tutti… che non ci lascia mai… che è qui, che è lì, che è su, che è giù… Non mi sono mai posta il problema di vederlo bene perché quando una cosa sai che c’è non devi nemmeno andarla a snidare… C’è, lo sento… Mi sento protetta da Lui, nonostante che qualcuno possa sorridere all’idea che Dio possa proteggermi, per il mio modo di vivere. Ma gli uomini sbagliano sempre. O quasi. Adesso dirò una bestemmia enorme per la gente: a volte nei miei amplessi ho desiderato anche Dio, perché fa parte di me e io faccio parte di Lui. Regalo, talvolta, il mio orgasmo a Dio». In quest’ultima confidenza, sconvolgente e bellissima, si può riassumere il principio fondamentale che accomuna i due canzonieri del sensibile autore spezzino. Molte facce effimere (“Confuso da te, Ciad… Confuso da te, Xavier… Confuso da te, Alexandro… Deluso da te, Claudio…22”), che svaniscono, una sola Voce che rimane; la stessa Voce verso la cui fonte non ci si stanca mai di dirigere.
Innumerevoli altri, gli spunti. Come su accennato, Una gola che cantava parla anche a quelli che, impazienti, attendono il ridestarsi del Bambino che sono stati una volta, il “birichino” che chiamava le cose con il nome che spetta loro, vedendole sotto una luce preclusa ai grandi i quali vorrebbero solo chiudergli la bocca o, peggio, stuprarlo (“Si schiude l’uscio, lo sento, nasconditi bambino!”23); nelle pagine risuonano echi inconsci del folklore islandese, dei miti cantati dai poeti greci e latini; il mito di Arione lesbio, ad esempio, che venne tratto in salvo da un cetaceo (“Un branco di delfini insegue una donna per possederla contro la sua volontà”24), in particolar modo la rilettura che ne fece Níkos Athanassiádis (1904-1990) nel romanzo La fanciulla nuda25… inoltre non dobbiamo scordare Giuseppe Patroni Griffi (1921-2005) delle cui opere, intanto che ci immergiamo nelle strofe e nelle atmosfere plasmate dal Di Gangi, riconosciamo subito le voglie di felicità (l’illusione, soprattutto, di averla afferrata stretta per vederla, immancabilmente, scivolar via fra le dita), i paesaggi rivieraschi, la nudità dell’amante imperlata di gocce, la ricerca della Bellezza e dell’Armonia laddove tutto sembra, all’opposto, disarmonico, melmoso, buio26; ricerca dietro la quale si nasconde un’ostinata, inesplicabile attrazione verso la fine, lo sfiorire, lo spegnersi dei fenomeni di questa terra…
Vorrei, infine, condividere un ultimo stimolo che mi è arrivato da due componimenti (“Accettare le trasformazioni del corpo/ diventa a volte fastidioso, a volte divertente/ perché puoi sentirti airone…27”; “Mi sono perso in me,/ […] Mi sono perso in un airone,/ mi sono perso in Te…28”) de Una gola che cantava, impreziositi dalla presenza di un noto, maestoso uccello d’acqua. Il semplice affacciarsi di un volatile nel testo, dovete sapere, basta a increspare l’attenzione, liberando un’immediata fioritura di simboli. Lo sa bene Gabriella Chioma. Classe 1933, scrittrice, studiosa di filosofia classica e orientale, capitana di lungo corso nel “mare” dei rapporti fra scienze tradizionali e immaginativa fantastica nordeuropea dell’Ottocento, fa prendere avvio il suo poemetto Il templare con i seguenti, raffinati versi29:
Su vampeggianti torri delle nuvole
l’airone si levò traslucido
nel cielo fogliuto del tramonto
prodigio teso dell’arco
che scoccò la freccia a segnare il destino
Spiega Chioma che l’Airone (come l’alcione, benché di famiglie scientificamente differenti) rappresenta, sul piano esoterico, “il significato di ciò che in Alchimia è indicato come Albedo; vale a dire ‘lo stato di grazia’, il momento di mistica recettività, che prelude alla realizzazione della Grande Opera. Comunque, tutti gli uccelli in genere hanno un significato di rinascita e sono al contempo simbolo dell’anima, essendo intermediari fra la terra e il cielo e quindi in analogia con gli stessi Angeli30”.
Nell’epifania improvvisa – la “visita” di qualcosa che mai gli occhi di Stefano Di Gangi avevano contemplato, un uccello tanto raro quanto i segni del Paradiso – la raccolta poetica rivela la propria, più intima verità. Si ravvisa nell’Airone l’impossibile incarnazione di un desiderio assoluto: il poeta vorrebbe possederlo, trattenerlo, toccarne l’enigma, eppure non si muove, paralizzato da un nero fango che solo un istante dopo si fa più leggero. Un monito si schiude: siamo Aironi, esseri da tempo impantanati in una gora che ci trascina verso il fondo, dimentichi della facoltà di volare. Il privilegio concesso all’autore non è tanto l’incontro con un essere prodigioso, la metamorfosi in esso, piuttosto la riscoperta del “nuovo sé” per mezzo di quell’apparizione lacustre. Alle lettrici e ai lettori non resta che auspicare di condividere un simile destino: scrollare via dalle ali la sabbia di sfiancanti quanto inutili marce, le brame di dominio, la lingua fatua del quotidiano, il mondo nella sua interezza che presto o tardi, magari recitando e dimenandosi ignaro, terminerà il suo ciclo. Rialzarci, allora, per compiere il volo che da troppo ci attende.
Note
1 Stefano Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, Roma-La Spezia, Cut-Up, 2015, p. 64.
2 “[…] Non oso più sognare, preferisco aspettare per poi al limite morire insoddisfatto”. S. Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, cit., p. 24.
3 Tanti sono i richiami che si affollavano nella mia mente, stendendo questo breve scritto: di volta in volta, per completezza e correttezza, li segnalerò. Qui, ad esempio, c’è una reminiscenza del romagnolo Giovannino Guareschi («[…] Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere»).
4 Stefano Di Gangi, Barbara Beatrice Becchetti, Una gola che cantava, Roma-La Spezia, Cut-Up, 2025, p. 82.
5 S. Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, cit., pp. 77, 79, 81.
6 S. Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, cit., p. 38.
7 In questo passaggio, dove si insinua che bene o male tutto sia in fondo rappresentazione, la mia mente è andata al capolavoro di Zhāng Yìmóu, Lanterne rosse (’91), e alla celebre sequenza del confronto, alle prime luci dell’alba, fra la Terza (Hé Sàifēi) e la Quarta Signora (Gǒng Lì) riguardo alla fragilità della parola data e delle cose umane in genere.
8 Per via di scene di festeggiamenti, ugualmente “caleidoscopiche” e un poco sinistre, vale la pena menzionare e consigliare altre due pellicole, entrambe britanniche e uscite in sala nel 1948: Corridor of Mirrors di Terence Young, Saraband for Dead Lovers di Basil Dearden.
9 S. Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, cit., p. 95.
10 Sulle origini diaboliche di Arlecchino (alias Hellequin, Hölle König o Erlkönig con il suo esercito di morti), consiglio le seguenti letture: Umberto Malafronte, Car-Naval. Le radici metastoriche di una festa di popolo, Milano, Barbarossa, 1990; Emanuela Chiavarelli, Luigi Pellini, Arlecchino. Dio, Demone e Re, Roma, Aseq, 2016.
11 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 22.
12 È Guerra medesimo a recitarlo, a voce alta, nel documentario Tempo di viaggio (‘83).
13 «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» – «Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto…» (Gv 3, 4-7). Le suggestioni giovannee nei versi e nel percorso esistenziale del poeta si intensificheranno più avanti (cfr. nota 19).
14 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 60.
15 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 34.
16 S. Di Gangi, Un sentiero tra le stelle, cit., p. 23.
17 Per la battuta (inventata, si capisce) mi sono ispirato al monologo conclusivo del Rancoroso Poeta (Marco Cavicchioli), alter ego di Pasolini, nel film Nerolio – Sputerò su mio padre (’96) di Aurelio Grimaldi: «…e ogni sera, ogni notte a inseguire il tuo destino… a cercare di notte, per le strade, un nuovo mondo d’amore. Non avevo paura di voi, perché l’artista è carne, sesso, strade… e sangue. Eravate voi, e solo voi, il mio mondo d’amore… Ma lo capite? Riuscirete a capirlo che non è solo di sesso che avevo bisogno ma di calore, vita, sorrisi? Siamo tutti affamati di amore e gli artisti sono i più affamati. Di tutto. Ma lo capirete che l’amavo, lo amo, ti amavo, ti amo?».
18 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 106.
19 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 74.
20 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 68.
21 Giuseppino De Roma, (a cura di), I fioretti di san Francesco d’Assisi, Milano-Torino, Paoline, 2004, p. 41.
22 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 38.
23 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 14.
24 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 40.
25 Níkos Athanassiádis, Une jeune fille nue, Parigi, Albin Michel, 1989.
26 Determinanti, a tal proposito, gli scatti di Andrea Luporini e Renzo Amedeo Becchetti che punteggiano l’impaginato. Forme umbratili, incerte che possono rammentare certe tele di Morandi, di Balthus nonché, ha dichiarato Luporini stesso, il realismo documentario (“catalogazione poetica di manufatti” la definì l’architetto Giovanni Ponti) delle fotografie dei coniugi brandeburghesi Bernd e Hilla Becher.
27 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 30.
28 S. Di Gangi, B. B. Becchetti, Una gola che cantava, cit., p. 96.
29 Gabriella Chioma, Il templare, Treviso, Edizioni del Tridente, 2007, p. 15.
30 G. Chioma, Il templare, cit., nota 2, p. 35.
