Nel 1932, mentre l’Europa era scossa dalla crisi economica, dall’ascesa dei nazionalismi e dall’incertezza politica, la Società delle Nazioni, delegando il suo Istituto internazionale di cooperazione intellettuale di Parigi, chiese ad Albert Einstein di invitare una persona di suo gradimento a un confronto aperto e sincero su una questione ritenuta importante per la civiltà. Einstein coinvolse Sigmund Freud chiedendogli se esistesse “un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra”.

Freud e Einstein si erano incontrati una sola volta, nei primi giorni di gennaio del 1927, a casa di Ernest Freud, quarto dei sei figli del grande psicoanalista. Ernest era un famoso architetto a Berlino, influenzato dal movimento Bauhaus e da architetti come Le Corbusier, e il suo salotto era frequentato da personalità illustri. Sigmund Freud aveva commentato scherzosamente con il collega Sándor Ferenczi l’incontro con il teorico della relatività, sostenendo che Einstein fosse “allegro, sicuro di sé, amabile e che capisce di psicologia quanto io capisco di fisica, per cui la nostra conversazione è stata molto piacevole”.

1. Perché la guerra?

L’avvio del carteggio Perché la guerra? fu favorito nel 1931 dal Comitato permanente delle lettere e delle arti della Società delle Nazioni, che invitò l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale a promuovere uno scambio epistolare su questioni di interesse generale tra le figure più rappresentative della cultura del tempo. Einstein fu tra i primi a essere contattato e scelse Sigmund Freud come proprio interlocutore. Nel giugno del 1932, Leon Steining, segretario dell’Istituto, invitò Freud a collaborare per dare il suo contributo. Freud accettò, specificando che avrebbe adottato il punto di vista psicoanalitico per replicare alle osservazioni di Einstein. Il carteggio fu tradotto in tre lingue e pubblicato nel 1933, ma ne fu vietata la diffusione in Germania. I rapporti tra Einstein e Freud, dopo questo dialogo epistolare, si rafforzarono, soprattutto perché, da lì a poco, sarebbero stati accomunati dal medesimo destino: quello di essere esuli ebrei perseguitati dal nazismo. Einstein si trasferirà negli Stati Uniti e Freud a Londra. Fino al 1939, anno della morte di Freud, i due grandi uomini ebbero un amichevole scambio epistolare.

Le loro lettere rappresentano uno dei più acuti tentativi di capire perché l’umanità, pur capace di progresso e cooperazione, continui a distruggersi. Un carteggio unico e prezioso che mette a nudo l’animo umano e ce ne consegna una chiave di lettura incomparabile, una delle più straordinarie del Novecento. Non è soltanto un documento storico, ma un tentativo profondo di comprendere l’origine della violenza collettiva e di immaginare un percorso credibile verso la pace.

2. La lettera di Einstein a Freud

Caputh (Potsdam) 30 luglio 1932.

“Caro signor Freud…”. Comincia così la lettera indirizzata a Freud. Einstein, noto per la sua posizione cosmopolita e pacifista, si rivolge al fondatore della psicoanalisi e interprete dei conflitti interiori dell’essere umano con una domanda che ritiene “la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà”: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”.

Einstein si dichiara convinto che la cooperazione internazionale sia l’unica via per garantire un futuro all’umanità. Eppure, osserva con sgomento che popoli altamente istruiti, sviluppati sul piano scientifico e tecnico cadono spesso in preda di ideologie aggressive e scelte autodistruttive.

Einstein intuisce che le cause della guerra non possono essere spiegate solo con fattori economici o politici e che è necessario interrogare anche la psiche umana. Proprio per questo motivo si rivolge a Sigmund Freud.

Einstein si considera immune da sentimenti nazionalistici e si limita ad affrontare gli aspetti strutturali del problema. Secondo lui, sarebbe necessario che gli Stati creassero un’autorità legislativa e giudiziaria internazionale con il compito di risolvere tutti conflitti. I singoli Stati dovrebbero rinunciare a una quota di sovranità e rispettare i decreti legislativi comuni. Propone pertanto una collaborazione internazionale per garantire la pace.

Analizzando la realtà storica, osserva, da buon scienziato, che, di fatto, la sete di potere delle classi dominanti è contraria alle limitazioni della sovranità e, soprattutto, essa riesce a coinvolgere e asservire le masse alla propria “cupidigia”. Inoltre, è proprio la minoranza della classe dominante a dirigere la scuola, la stampa e anche le organizzazioni religiose, sviando le masse popolari dai propri sentimenti, dal senso critico e facendone strumenti del proprio potere e dei propri interessi.

La guerra non è solo un fallimento politico, ma anche un paradosso della modernità: come può una specie che ha sviluppato la scienza, l’arte e la filosofia continuare a ricorrere alla violenza organizzata? L’essere umano è riuscito a svelare i segreti dell’universo e fallisce miseramente nella prevenzione della distruzione reciproca. E la sua più acuta osservazione è che più la scienza avanza, più la capacità di distruzione si amplia. Einstein riconosce che le radici della guerra non sono solo economiche o geopolitiche, ma si trovano anche nella natura umana: istinti, sentimenti di odio, identificazioni collettive, meccanismi di proiezione e demonizzazione dell’“altro”. Freud rappresenta allora l’autorità in grado di spiegare la dinamica psichica della violenza di massa e, per Einstein, comprendere la psiche è proprio la condizione necessaria per pensare soluzioni durature.

Chiede così a Freud se esista una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che si riesca a resistere alle tendenze distruttive e autodistruttive, che diventano particolarmente evidenti sia nelle guerre tra Stati sia in quelle civili. Conclude esortando Freud a esporre le sue recenti scoperte per indicare la strada per una pace duratura.

3. La risposta di Freud

Vienna, settembre 1932.

La domanda di Einstein obbliga Freud a una posizione di ponderazione e profonda riflessione. Comprende che il problema pratico della costruzione della pace deve essere risolto dagli “uomini di Stato”. Il fisico, invece, interpella, in quanto “amico dell’umanità”, un suo pari chiedendogli una riflessione sincera e personale. Freud ha già pubblicato Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915) e Il disagio della civiltà (1929) e pertanto inserisce le “suggestioni” contenute in questi due saggi nella missiva di risposta a Einstein.

Anche Freud è un pacifista e condivide con Einstein l’idea di un’organizzazione internazionale, una sorta di Corte suprema, che tuteli la pace e prevenga la guerra. A differenza di Einstein, però, afferma che la guerra non è un accidente, ma una possibile manifestazione collettiva della pulsione distruttiva che abita ogni individuo. Analizzando lo sviluppo filogenetico dell’umanità, Freud mette in evidenza che alla base della comunità umana agiscono due elementi di coesione: la coercizione violenta (fin dai primordi dell’umanità il più forte prevarica sul più debole) e i legami emotivi, che in termini tecnici sono le “identificazioni”. Solo se agiscono all’unisono questi due elementi creano un’unione nella comunità. Alla stessa stregua, la Corte suprema dovrebbe avere delle leggi forti (potere), e i membri dei vari Stati dovrebbero identificarsi tra loro (legami emotivi).

Il diritto nasce dalla forza stessa. Infatti, un gruppo si unisce per contenere la violenza interna ed esterna. Quando la comunità decide di rinunciare all’uso individuale della forza, affidandola a un’autorità condivisa, nasce il “diritto”. A questo ultimo si deve affiancare l’“identificazione” (ossia i legami emotivi) e il riconoscimento reciproco come membri di un’unica comunità. 

Freud è lucido nel denunciare ciò che impedisce la pace: “Finché i popoli non si sentiranno uniti da legami di solidarietà, ogni formazione sovranazionale resterà priva di potere”. In altre parole: senza una vera identificazione dei popoli tra di loro, nessuna istituzione internazionale può funzionare.

Freud continua la sua analisi della psiche umana e sostiene che questa è governata da due pulsioni che convivono nel medesimo individuo: Eros (pulsione erotica, come descritta nel Convivio di Platone), che spinge a conservare e a unire, e Thanatos, ovvero la pulsione di morte che tende a distruggere e uccidere (aggressività). Entrambe sono indispensabili e concorrono nel definire la vita psichica. Non si possono isolare e scindere tra loro: agiscono all’unisono. È per questo motivo che l’aggressività non può essere eliminata: “L’inclinazione aggressiva è una disposizione istintiva originaria e autonoma dell’essere umano”. La violenza dunque non sorge soltanto da condizioni esterne; è l’uomo stesso a portarne in sé il potenziale.

La guerra, nel pensiero freudiano, nasce dall’intensificazione dell’aggressività, cioè della parte esternalizzata della pulsione di morte. Quando un gruppo trova un nemico, l’aggressività viene diretta verso l’esterno: la distruzione dell’altro appare non solo giustificabile, ma addirittura necessaria per sentirsi uniti e vivi.

Freud spiega anche perché interi popoli possano essere trascinati verso la violenza: nelle masse, il senso critico si attenua, domina l’identificazione con il leader, e l’aggressività trova uno sfogo autorizzato. La moralità individuale si dissolve nel gruppo: ciò che sarebbe proibito nella vita privata diventa legittimo se compiuto per la patria.

Freud, a detta dei suoi critici, ha una visione pessimistica della realtà. A dire il vero, dimostra piuttosto di avere una prospettiva realistica e lucida dell’uomo e della società. L’aggressività (pulsione di morte) è insita nella natura umana. Esiste però una via per rendere una società pacifica: questa consiste nel rinunciare a una quota pulsionale a favore della comunità. Detta in altre parole: la civiltà richiede la rinuncia all’istinto.

Questa rinuncia non è repressiva in senso negativo: è ciò che rende possibile la cooperazione, la legge, la cultura. Consiste nel rendere accettabile qualcosa di indicibile e inammissibile. Il meccanismo che agisce è la sublimazione di quelle pulsioni aggressive che fanno prevalere l’identificazione e, di conseguenza, i legami emotivi. Eros dovrebbe avere il sopravvento su Thanatos, o quanto meno dovrebbe contenerlo.

Freud indica due vie principali per limitare la guerra: l’identificazione e l’educazione. La guerra nasce dalla disumanizzazione del nemico e di conseguenza l’assenza di identificazione. Per questo, Freud scrive: “Tutto ciò che crea legami tra gli uomini agisce contro la guerra”. Conoscenza, scambio culturale e cooperazione internazionale rendono più difficile proiettare sull’altro l’aggressività. Di contro, l’educazione è un efficace strumento per la formazione etica e razionale che opera attraverso la sublimazione. L’aggressività non va negata, ma viene incanalata e trasformata in attività prosociali. La civiltà, secondo Freud, esiste proprio per limitare la violenza. Attraverso la legge, l’educazione, l’arte e le istituzioni si impara a sublimare l’aggressività, cioè a trasformarla in attività costruttive: lavoro, competizione sociale regolata, creatività.

4. Considerazioni conclusive

A quasi un secolo di distanza, “Perché la guerra?” resta sorprendentemente attuale. In un mondo segnato da conflitti armati, nazionalismi e tensioni globali, il dialogo tra Freud e Einstein ci ricorda alcune verità essenziali. La guerra non è solo un fatto politico: essa affonda le sue radici nella psiche umana. La violenza e l’aggressività abitano l’uomo da sempre.

La pace richiede istituzioni più forti dei singoli Stati, in grado di far valere il diritto. La pace va costruita attraverso la cooperazione tra i popoli. La pace non è solo un’assenza di conflitto, ma un’opera culturale che richiede coraggio, conoscenza e responsabilità. La cultura gioca un ruolo significativo per la civilizzazione e per l’educazione alla convivenza pacifica. Educazione, cultura e cooperazione internazionale sono strumenti fondamentali per contrastare l’aggressività e costruire la concordia tra i popoli. Comprendere l’aggressività non significa giustificarla, ma superarla attraverso un profondo lavoro individuale e collettivo.

Einstein, con la sua lucidità scientifica, e Freud, con la profondità psicologica, ci mostrano che la guerra non è un destino, ma una sfida complessa: per sradicarla, occorre lavorare sul riconoscimento reciproco, sulle strutture politiche, sulla ragione e sulle pulsioni. Il dialogo per la costruzione della pace dovrebbe essere interdisciplinare, così come ci hanno mostrato i due autori. La fisica e la psicoanalisi hanno dialogato un secolo fa. Allo stesso modo, oggi dovrebbero confrontarsi tutte le istanze sociali, culturali, scientifiche, economiche e politiche per costruire una pace duratura, improntata sui legami emotivi e sul diritto, non solo condiviso, ma attuato nella prassi.

Bibliografia
Sigmund Freud, Albert Einstein, Perché la guerra? [include Sigmund Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte; Id., Caducità], trad. it. Cesare L. Musatti, Silvano Daniele, Sandro Candreva ed Ermanno Sagittario, Torino, Bollati Boringhieri, 1975.

Una lettura di “Perché la guerra?” – Freud e Einstein: un dialogo per l’umanità – di Lilli Barberi

Navigazione articoli


2 pensieri riguardo “Una lettura di “Perché la guerra?” – Freud e Einstein: un dialogo per l’umanità – di Lilli Barberi”

  1. Ciao Lilli, ho letto con attenzione e mi nasce una considerazione. Benché io sia concorde col dire che dalla conoscenza e dai legami dovrebbe nascere un’unione e una empatia reciproca che dovrebbe allontanare il desiderio di morte, devo constatare che la globalizzazione a cui abbiamo assistito e di cui facciamo parte, non ci ha tenuti lontano dal rischio di guerra. Anzi, le guerre ci sono e sembra che altre arriveranno. Cerco di spiegarmi meglio… quando noi eravamo giovani, difficilmente avevamo contatto con gli “stranieri”. Oggi invece conviviamo, abbiamo imparato a conoscerci e in moltissimi casi anche ad apprezzarci. Perché allora questo non ci fa desiderare la pace, un bene comune? Temo che la pace non dipenda da noi ma essenzialmente da interessi economici che regolano ogni equilibrio. La conoscenza non basta. E quello che conta è l’interesse e il desiderio di potere. Purtroppo…

  2. Ho letto questo articolo con grande interesse. Devo confessare che non conoscevo questo carteggio, che andrò subito a recuperare. Mi ha colpito la straordinaria attualità degli argomenti e L importanza delle chiavi interpretative. La mia generazione é stata lontana dalla guerra ( per lo meno in occidente) e reagisce con sgomento e sorpresa di fronte ad eventi che pensavamo superati per sempre.
    Queste interpretazioni ci mostrano perché non dovremmo essere sorpresi.
    Sono anche d accordo con il commento precedente, il cui amaro riferimento a interessi economici ci rimanda a una realtà molto complessa da gestire con la forza della ragione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *