Quale ricchezza salverà il mondo?

«Voi, principe, una volta avete detto che la bellezza avrebbe salvato il mondo… È vero? Signori, il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza… Ma io gli rispondo che gli saltano in testa pensieri così ameni perché… perché è innamorato, me ne sono accorto non appena è entrato qui. No, principe, se non volete farmi pietà, non arrossite. Quale bellezza salverà il mondo?»[1]. La domanda che il giovane Ippolit, morente, rivolge al principe Myškin – senza ottenere risposta – è stata interpretata a volte come l’affermazione perentoria che non è. Dostoevskij ha una visione ben più sapienziale di quella estetizzante e consumistica che sembra prevalere ai giorni nostri. Egli è convinto che, se esiste una bellezza capace di salvare il mondo, quella sprigiona la propria luce intrinseca da chi è, di per sé stesso, segno di contraddizione.
È una delle tante domande che nascono leggendo in questo libro di Irene Luzio la storia delle diverse generazioni dei Fecarotta. Ricostruendo la genealogia della famiglia, l’autrice del saggio ci fa comprendere come si sia passati da Nicola Fecarotta (1777-1830) fino a Fabrizio Fecarotta, attuale titolare dell’azienda Fecarotta Antichità insieme alla moglie e ai tre figli, e ci permette di affacciarci sul passaggio dalla sola produzione di gioielli alla sensibilità sopraffina di antiquari attenti alla tutela delle opere d’arte.
Il capostipite fu orafo e cesellatore alla corte di Francesco I di Borbone. Era un’epoca di sinistri presagi per la Sicilia, dopo millenni di ricchezza. Con la soppressione nel 1816 del Regno di Sicilia – la più antica monarchia parlamentare del mondo – e la creazione del fittizio Regno delle Due Sicilie, si apriva la lunga stagione della colonizzazione italiana dell’Isola, che perdura ancora oggi. Cominciava allora la decadenza dell’immensa perla che emerge al centro del Mediterraneo. Dopo il 1866 principieranno le emigrazioni di massa, mai registrate prima; dopo il 1910 anche le fiammate di sviluppo economico vertiginoso si spegneranno; dopo il 1946 l’istituzione della Regione Siciliana consentirà una distribuzione effimera di privilegi a pochi collaborazionisti in cambio del consenso per tacitare le istanze di libertà dei siciliani tutti.
Forse bisogna superare un equivoco. È la cultura – sempre esuberante, brillante e diffusa in Sicilia – che produce ricchezza? In realtà è la ricchezza, se associata ad anime nobili, che produce cultura. La prova più macroscopica del benessere aristocratico, nel senso più elevato dell’aggettivo, è la produzione di gioielli e di giardini, testimoni eloquenti ed eleganti della radicale “inutilità” del bello, o meglio della sua gratuità. Ecco perché la densità di architetture e di opere d’arte presenti nell’Isola, una concentrazione di bellezze più unica che rara, costituisce una sfida da far tremare i polsi a chiunque abbia il compito di tutelarla. Il denaro pubblico non è sufficiente, oltretutto perché – lo ripetiamo – la Sicilia è trattata come una colonia interna dallo Stato Italiano. Per la salvaguardia delle meraviglie del passato e per la creazione di nuove opere d’arte è indispensabile il rifiorire dell’economia isolana.

Domus Siciliae
Esistono tuttora palazzi affascinanti e vissuti di casate siciliane in buona salute, per quanto prive dei possedimenti di una volta[2]. Esistono dimore complete del loro arredamento trasformate in musei, come Palazzo Mirto a Palermo. Esistono ingenti raccolte che si arricchiscono di anno in anno e poi rischiano di essere disperse. Quando muore un appassionato collezionista, si corre sempre il pericolo che gli eredi vendano i preziosi manufatti senza seguire i criteri originari della raccolta.
Fra quei criteri, a volte inconsapevoli, c’è quello della identità siciliana. È qualcosa che si può definire solarità: gioia, colore, calore, luminosità. Il Gattopardo, con l’ironia di Tomasi di Lampedusa, un letterato colto e blasonato, si è prestato sin troppo ad alimentare parecchi luoghi comuni. Uno particolarmente dannoso è quello delle “dominazioni”[3]. La verità è che solitamente in Sicilia ci sono stati passaggi dinastici e che, soprattutto, esiste un’arte siciliana, con alcune caratteristiche precise, realizzata da artisti siciliani, per nascita o per adozione. È un fenomeno studiato con acribia dalla prof. Maria Concetta di Natale, fondatrice dell’Osservatorio delle Arti Decorative in Italia “Maria Accascina”, e dai docenti della sua scuola, per esempio dall’instancabile prof. Sergio Intorre. Si può affermare che gli artigiani siciliani siano unici al mondo per capacità di coniugare l’uso della mente, degli occhi, del cuore e delle mani. Le loro opere sono abbondantemente presenti nelle dimore siciliane, insieme a pitture e sculture, a volte accanto a doni delle case reali o nobiliari europee. Un altro stereotipo è che i nobili siciliani fossero dei fannulloni che vivevano di rendita. In generale essi erano al contrario governanti e imprenditori capaci di accrescere le loro fortune per centinaia di anni, di generazione in generazione. Erano veri e propri prìncipi e distinti mecenati.
Nel passare da Palazzo Larderia, sul Cassaro basso, dove avevano affidato la progettazione del negozio ad Ernesto Basile, ad una traversa (via Principe di Belmonte) dell’addizione Regalmici, un ramo dei Fecarotta ha sviluppato una competenza specifica da antiquari per acquisire e collocare sul mercato collezioni di pregio, cercando di preservarne l’integrità. È il caso, ad esempio, di una raccolta di più di un centinaio di prototipi di mobili in scala ridotta, che venivano realizzati un tempo dagli ebanisti per chiarire preventivamente al cliente l’effetto finale degli arredi a grandezza reale. Questa è una delle peculiarità encomiabili di Fecarotta Antichità.
Lo studio di Irene Luzio sulla collezione di gioielli inediti di Fecarotta Antichità – una collezione arricchita man mano con monili di provenienza differente – spalanca una nuova finestra sul tema delle collezioni private, stabili e temporanee, impiegando con rigore il metodo di analisi delle arti decorative elaborato dalla prof.ssa Di Natale.
Uno sguardo nuovo
Il mio primo scambio di idee con Irene Luzio risale ad una conferenza del 2014, nella quale mi avevano chiesto di illustrare il simulacro argenteo, a grandezza naturale, dell’Immacolata Concezione, custodito nella Basilica di S. Francesco d’Assisi a Palermo. Lo avevo intitolato Pulchra quoad se, Pulchra quoad nos. Alla fine mi si avvicinò lei, giovane liceale dall’intelligenza molto acuta, per manifestarmi tutto il suo interesse per il modo di affrontare le arti partendo dalla metafisica dell’atto di essere.

Il percorso accademico di Irene Luzio è stato sinora molto coerente con la sua formazione classica e con alcune delle sue attitudini intellettuali. Il suo corso di studi può essere definito un percorso formativo lineare, che le ha permesso di coltivare i suoi talenti. Ha conseguito la laurea di primo livello in Filosofia e quella magistrale in Storia dell’Arte. I due ambiti disciplinari, insieme, le consentono di affrontare le ricerche con un approccio che mira all’essenza delle cose. In un momento di grande ambiguità gnoseologica come quello attuale risulta estremamente importante coltivare la fiducia nella possibilità di conoscere il reale e alcuni dei suoi trascendentali, quali sono il vero, il buono. il bello. È altresì fondamentale andare oltre la concezione immanentista della cosiddetta Estetica e occuparsi adeguatamente della Filosofia del Bello[4]. Queste acquisizioni gettano nuova luce sulla produzione artistica e su quella artigianale, esaminate con pieno rispetto della realtà, dei materiali e delle tecniche di lavorazione.
A questo contribuiscono inoltre il suo gusto spiccato (sovente alla base di giudizi sorprendenti), la passione per l’oreficeria, il desiderio di cimentarsi nella creazione di manufatti d’arte. Ha già pubblicato parecchie recensioni sull’opera di artisti contemporanei, oltre ad articoli su architettura, arti applicate, filosofia, che dimostrano un’ammirevole capacità di andare al nocciolo delle questioni. Il suo intuito le ha consentito di osservare con uno sguardo nuovo la collezione di gioielli dell’oreficeria siciliana di Fecarotta Antichità, prodotti in un periodo compreso tra il tardo Seicento e la prima metà dell’Ottocento. In essi coglie almeno due caratteri di sicilianità. Il primo è l’esuberante varietà cromatica e materica, per esempio nell’impiego degli smalti policromi, delle gemme, delle perline. Il secondo aspetto è la fedeltà alla tradizione, pur sotto forma di continuità nell’innovazione. L’autrice sottolinea infatti il permanere e ripetersi delle forme nel tempo, ora semplificate e stilizzate, ora aggiornate alla luce dell’evoluzione del gusto. Bisogna tenere conto che negli ultimi trecento anni si sono succeduti diversi tentativi di quello che potremmo definire “colonialismo architettonico ed artistico”. Nel caso dei monili si registra invece una significativa “resistenza”, che si manifesta nell’indipendenza delle linee predilette dagli orafi siciliani, in questa catalogazione scientifica presenti con opere che vanno dal tardo manierismo al neoclassico.
La giovane studiosa si sofferma sulle questioni legate all’estensione ai gioielli della punzonatura (per l’argenteria vigente sin dal XV secolo), che consentono, dal 1758 in poi, di riconoscere l’orafo, la data e il console della Maestranza dell’anno. I marchi di oreficeria ebbero vita breve in quanto scomparvero nel 1822, anno in cui le Maestranze vennero soppresse per il timore che esse incutevano al governo. Le corporazioni dei mestieri, infatti, collaboravano da secoli all’amministrazione della città, con facoltà di utilizzare armi. Il regime poliziesco napoletano, instauratosi dopo il 1816, non le tollerava, dato che esse avrebbero potuto fornire un sostegno ai gruppi che reclamavano il ripristino del Regno di Sicilia.
Metessi dell’idea e mimesi della natura
Per comprendere lo spirito degli artigiani siciliani bisogna assecondare, come fa l’autrice, il desiderio latente di quella unità del sapere, tipica del pensiero classico, travolta dal principio di immanenza cartesiano e dalla conseguente chiusura dei settori specialistici in sé stessi. Degli orafi e degli argentieri dell’Isola bisogna comprendere specificamente la passione per la mimesi della natura. A maggior ragione sono molto utili i tentativi coraggiosi di recupero della saggezza di sempre in opere come quella dell’arch. Christopher Alexander, in particolare il suo “The nature of order”. Si tratta di uno splendido saggio, diviso in quattro volumi ponderosi, “The phenomenon of life”, “The process of creating life”, “A vision of a living world”, “The luminous ground”. Alexander, matematico e architetto di origine austriaca, ha vissuto e insegnato per lunghi anni negli Stati Uniti, dove le sue teorie e le sue opere hanno influenzato vari settori della conoscenza, dall’architettura alla sociologia fino all’informatica[5].
Un altro grande uomo di cultura del Novecento, il filosofo nisseno Rosario Assunto, aiuta ad impadronirsi di uno sguardo limpido sul bello, che sia parte integrante del processo di conoscenza della realtà. Si tratta di un punto di vista che lascia aperta la strada alla possibilità di una connessione tra arte e verità, tra sfera sensibile e dimensione spirituale dell’uomo. Assunto definiva “civiltà estetica” il Medioevo, l’epoca nella quale il corpus di opere attribuite a Dionigi Areopagita ebbe un successo notevole, perpetrando e rafforzando la coscienza neoplatonica, e contribuì ad elaborare una originale “metafisica della Luce”. Assunto guarda alle opere d’arte secondo la prospettiva neoplatonica della “metessi dell’idea”, vale a dire della partecipazione alla perfezione degli attributi divini, in particolare la Bellezza e la Luminosità. La metessi della Luce la troviamo anche nei bagliori policromi delle gemme incastonate nei gioielli.

Leggiamo Omnis mundi creatura, attribuito ad Alano di Lille, uno dei testi più significativi della storia della letteratura medioevale. Vi ravvisiamo una sensibilità molto vicina a quella siciliana.
Ogni creatura dell’universo / quasi fosse un libro o un dipinto / è per noi come uno specchio; / della nostra vita, della nostra morte / della nostra condizione e della nostra sorte / segno fedele. / La rosa rappresenta il nostro stato / leggiadra glossa della nostra condizione / interpretazione della nostra vita / che mentre è fiorente nel primo mattino / fiorisce, sfiorito fiore / con la vecchiaia della sera.
Assunto formula il concetto di “intenzionale polisemia della poesia”, in cui il senso non è univoco, bensì costruito su letture che toccano piani diversi, anche perché la vera arte non è noiosamente didascalica. Il passaggio dal piano letterale a quello allegorico, fino a quello anagogico, passando per il senso morale, non può essere considerato un movimento narcotico, ma solo un panorama più complesso in cui l’artista e l’artigiano possono sfogliare il libro della natura, foriero di significati e rimandi infiniti. Il simbolo, proprio perché – a differenza del simbolismo cerebrale – aderisce alla realtà, alimenta di continuo e senza stufare le ricerche dei sensi, dell’intelligenza, della volontà e delle emozioni.
È questo lo sguardo con cui Irene Luzio ha catalogato i preziosi manufatti oggetto della sua indagine. È questo lo sguardo con cui sfogliare le pagine del libro, se dalle immagini di cui è corredato si desidera trarre il massimo godimento estetico.
Adornarsi di gioie
Che ne sarà della collezione di monili di Fecarotta Antichità? Di per sé è destinata ad una continua mutevolezza, come sistole e diastole del cuore. Alcuni gioielli della raccolta verranno venduti a clienti nuovi o già affezionati, altri di provenienza imponderabile arricchiranno la raccolta. Per i proprietari dell’elegante negozio di antiquariato la più grande gioia è che i gioielli siano acquistati da chi saprà indossarli con gusto per valorizzare il proprio modo di essere.
È l’invito che sta a cuore ad Irene Luzio, entrata in grande sintonia con i titolari. Non a caso l’autrice del saggio li ha definiti Sicula ornamenta, decori con personalità adatti a nuovi proprietari dotati di personalità. Possono aumentare la solarità di chi se ne riveste.
In qualche misura è una sfida, audace, dal momento che oggi si registrano enormi speculazioni sul prezzo dell’oro e dell’argento. Di conseguenza i gioiellieri vivono una crisi della domanda di preziosi. Ma è una crisi temporanea, legata alle circostanze economiche e finanziarie attuali. Il bello non tramonta mai. Il bello non stanca mai. Associato all’eleganza muliebre o al portamento virile o alla contemplazione estetica.
Come scrive John Keats in Endymion, «A thing of beauty is a joy for ever». Gioia e gioiello. In una simbiosi che non finisce di stupire.

Note
[1] Dostoevskij Fëdor Michajlovič, L’idiota, Newton, Roma 2005, p. 302.
[2] Cfr. Camarda Signorino Alessio Maria – Messina Emilio, Domus Siciliae, Piccolo viaggio sentimentale nel cuore intimo delle dimore storiche siciliane, Dario Flaccovio, Palermo 2023.
[3] Cfr. Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e Istituzioni Siciliane nei secoli, Rise&Press, Capri Leone 2024.
[4] Cfr. Papa Rodolfo, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012.
[5] Cfr Il Covile, n. 637, 27 giugno 2022.

Questa più che una recensione andrebbe definita come un vero e proprio saggio di considerevole rilievo, non soltanto in riferimento al testo commentato e all’opera dell’autrice, ma anche per la vastità di orizzonti che apre al lettore su temi storico-culturali e artistico-filosofici di valore locale ed universale che accendono un interesse profondo sui temi trattati dall’autrice