Premessa

 

Il seguente articolo nasce come testo-guida di una conferenza tenutasi il 22 marzo 2018 presso il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia: in quanto tale, reca inevitabilmente con sé una certa enfasi, alcuni schematismi nonché l’assemblaggio di fonti e citazioni assai eterogenee. Mi auguro di cuore che i lettori possano, comunque, percepirlo come un sincero omaggio allo studio dell’Autrice e ricavarne al contempo ulteriori spunti e suggestioni letterarie.

La Scienza è osservazione dei fenomeni; è attenzione continua, classificazione, comparazione. Forse che questo processo speculativo debba essere ritenuto estraneo all’eterna tensione dell’Uomo verso la Bellezza? Leggendo Johann W. Goethe e il suo La metamorfosi delle piante (Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären; 1790) ogni dubbio circa l’impossibilità di tale convivenza viene fugato; egli afferma che colui il quale desidera studiare i fenomeni della Natura in sé e nel loro rapporto reciproco, deve abbandonare il metro del piacere e del dispiacere, dell’utile e dell’inutile, per “cercare di studiare, come indifferente e divino, ciò che è” (cfr. Cislaghi F., Goethe e Darwin, Mimesis, Bari 2008; pg. 66 e sgg.). In breve, il ricercatore si curerà di osservare con sguardo neutro le forme, indipendentemente dalla loro bellezza ed utilità, e trarrà da esse la misura della conoscenza e i dati del giudizio; chi si occupa della flora, dell’arte dei giardini e del paesaggio raramente si sottrae a questo meticoloso criterio. E tuttavia persino Goethe medesimo, artista affamato di vita prima ancora che dilettante scienziato, teme in cuor suo la mortificazione a cui un simile rigore può condurre: nell’approccio scientifico al mondo – prosegue la Cislaghi – l’Uomo non sarebbe capace di rinunciare a ciò che caratterizza la sua indole errante, instancabilmente fedele al comandamento ‘va dall’altra parte’, qualunque cosa vi si celi. Ed è qui che entra in gioco Il segreto dei fiori (Ed. del Tridente, La Spezia 2017), oggetto della nostra breve recensione: l’agile libro di Gabriella Chioma ci invita, infatti, con levità infantile, quasi giocando, a seguire la massima suddetta, a ‘varcare la soglia’… ma, a differenza del celebre autore del Wilhelm Meister (secondo cui l’osservatore scientifico, dopo aver imparato a scrutare l’universo naturale nella sua totalità, nelle sue parti e relazioni, finirebbe per intuire l’eterno dentro di sé), la scrittrice spezzina suggerisce sottovoce che l’eterno si debba provare a riconoscerlo fuori di noi o, meglio ancora, sotto di noi; basterebbe rifugiarsi in una radura poco fuori città, abbassare lo sguardo e scendere umilmente in quel minuscolo reame, avvolgersi in quella ‘coperta’ punteggiata di indaco, giallo, porpora già raffigurata sulle tele di Odilon Redon – vedi Papillons (1910 ca.) – oppure al cinema nei poetici Microcosmos (1996) e La clé des champs (2011) di Claude Nuridsany & Marie Pérennou. Parafrasando una strofa di Franco Battiato, il consiglio di Gabriella Chioma così risuonerebbe: ‘Guardate un po’ più sotto, qui vedrete esattamente com’è fatto Dio’.

Sfogliando pagina dopo pagina, il lettore appurerà come Il segreto dei fiori renda testimonianza dell’interesse dell’Autrice verso i legami intimi che la civiltà artistica e letteraria del Giappone ha stabilito con il regno vegetale nelle sue molteplici forme; interesse che l’ha condotta a sperimentare in prima persona la stesura degli Haïku (o Haikai) – cioè quelle brevissime composizioni che prendono forma rispettando obbligatoriamente, o quanto più possibile, una metrica di soli tre versi estesi su di un totale di diciassette sillabe – la cui presenza nel testo, posta a suggello delle sezioni esplicative, conforta a sua volta una particolare ricognizione sulle radici non già banalmente folkloriche bensì, come allude il titolo del libro, sacre e mitiche del linguaggio dei fiori. La ricognizione di Gabriella Chioma poggia su una base filosofica ben precisa ossia il pensiero neoplatonico, più precisamente l’idea dell’ascesi mistica che dalla contemplazione della bellezza sensibile introdurrebbe alla fruizione del Bello Assoluto. Il secondo capoverso dell’introduzione riassume perfettamente la coerenza nell’approccio alla materia: “[…] l’aspetto più immediatamente recepibile dei fiori, esso è senz’altro quello della Bellezza” (cfr. Chioma G., op. cit., pg. 7). Una frase semplice, apparentemente banale che, ad una prima lettura, pare evidenziare solo il limite dei sensi estetici nella ricerca della Bellezza ma che, all’opposto, memore del dialogo De Ordine di Sant’Agostino, ne rammenta le segrete potenzialità. Il filosofo di Tagaste era, infatti, convinto che si può amare solo ciò che è bello, ma era giunto alla conclusione che le creature non esprimono una bellezza loro propria ma attraggono proprio perché la loro bellezza rinvia alla fonte stessa della bellezza; nell’opera De musica, ad esempio, dove tratta temi propriamente estetici, ribadisce che il godimento è come una gravitazione dell’anima verso il suo fine, verso l’alto (cfr. Manca L., La ricerca di Dio come ricerca della Bellezza in Schiavone G., [a cura di], L’utopia, Mimesis, Bari 2015). Perciò, la facoltà di riconoscere sensibilmente la Bellezza e il saperne godere non possono né devono essere mai date per scontate.

Le suggestioni, però, non finiscono qui. E’ necessario considerare un altro passaggio chiave del segmento introduttivo della scrittrice: la rievocazione della profonda ammirazione di Arthur Schopenhauer per le nature morte dei maestri olandesi del XVII secolo (cfr. Chioma G., Ivi, pg. 11). Questo riferimento, a dispetto dell’iniziale citazione goethiana, ci incoraggia a rispondere in modo affermativo alla domanda sulla potenziale convivenza fra Belle Arti e scienza sperimentale, fra creazione umana e prodigio spontaneo; complice il coevo sviluppo della zoologia e dell’embriologia, il tema del ‘sottobosco’, brulicante di fauna e flora inconsuete, era assai frequente nel “corpus” pittorico dei paesi del Nord Europa (Italia compresa): “[…] scene ravvicinate, viste sotto i cespugli, nella penombra di foreste secolari, ai piedi di grandi alberi o accanto a ruscelli e corsi d’acqua” (cfr. Zuffi S., Premesse e pionieri oppure I paesi dell’area germanica in AA.VV., La natura morta, Electa, Milano 1999).

Tra gli esempi più significativi possiamo ricordare Giovanna Garzoni (1600-1670), sensibile pittrice ascolana, che iniziò la sua carriera dipingendo temi religiosi e mitologici, ma, avvicinandosi al mondo della scienza, comprese presto che la propria strada andava verso la natura morta e le illustrazioni botaniche (es. la splendida miniatura a tempera Ranunculus [s.d.] custodita nella Galleria degli Uffizi), nelle quali il motivo simbolico della ‘vanitas’ (“[…] la bellezza temporanea che sfiorisce od è demolita da animali o insetti, finendo in direzione della morte”; cfr. AA.VV., Aneddoti sull’arte, La natura morta, Le piante nell’arte, art., ‘Stilearte.it’, Gussago 25/02/2018) avrebbe potuto coniugarsi alle esigenze di evidenza scientifica del rilevamento: tali esigenze si sposano, quindi, armonicamente con il realismo barocco il quale non è mera imitazione della natura bensì la sua ‘ricreazione’, spesso pencolante verso l’Immaginifico. Potremmo poi citare Micrographia (1665) del filosofo inglese Robert Hooke (1635-1703), nota per essere la prima raccolta di osservazioni derivanti dall’utilizzo del microscopio, tutt’ora ammirevole per la bellezza delle tavole illustrative che ritraggono tessuti fogliari, insetti e piccoli manufatti. Anche il trattato Esperienze intorno alla generazione degl’insetti (1668) dell’aretino Francesco Redi (1626-1698), grazie ai suoi disegni raffiguranti biancospini ed Oleacee, sa donare al lettore odierno, capace di pazienza, un uguale piacere estetico. Esplorando, invece, le scuole pittoriche tedesche del secolo successivo ci imbatteremo senz’altro nelle creazioni della naturalista Maria Sibylla Merian (1647-1717), come Gambo di rosa con falene in miniatura, larva e pupa (dopo il 1679) o Abelmoschus esculentus (1705); Barbara e Margarethe Dietzsch (rispettivamente 1706-1783, 1716-1795), ultime rampolle di una delle più antiche famiglie di Norimberga, erano altresì considerate fra le più talentuose artiste della loro generazione e i propri lavori – procedenti sotto il segno della Merian ma anche delle nature morte francesi e olandesi – annoverano popolari scene di caccia, riproduzioni di uccelli e fiori – si vedano Narciso giallo (B. R. Dietzsch; 1740 ca.) e Fiori di melo (M. B. Dietzsch; 1795 ca.)… nondimeno è con l’antologia Le forme d’arte della natura (Kunstformen der Natur; 1904) di Ernst Haeckel (1834-1919) che il connubio tra scienza e Belle Arti acquisisce maggior vigore: questi fu, infatti, uno dei più importanti biologi tedeschi della seconda metà dell’Ottocento e le sue tavole, formicolanti di dettagli e tinte luminose, rivelano un mondo incredibilmente affascinante, di una bellezza quasi immateriale “come le vetrate di certe cattedrali gotiche”, citando le parole dell’architetto Joseph René Binet (cfr. Keshavjee S., “Cristalliser leur pensée”: Émile Gallé’s Pasteur Vase and the Aestheticization of Scientific Imagery in Fin de Siècle France in Facos M., [a cura di], The Symbolist Roots of Modern Art, Routledge, London 2017).

Le digressioni suddette rischiano forse di offuscare ciò che Il segreto dei fiori, sopra ogni altra cosa, dovrà significare per il lettore: un’esperienza accessibile, gradevole ma non superficiale che prende per mano e, aldilà di ogni interpretazione erudita, invita a riscoprire i fiori non come effimeri ornamenti da terrazzo o pegni occasionali di un altrettanto effimero sentimento amoroso, piuttosto come vere e proprie ‘guide’ per incrinare il muro della greve realtà materiale e riacquistare, fosse anche per pochi istanti, lo sguardo dell’innocenza, dell’infanzia, solo per mezzo del quale è possibile cogliere l’essenza dimenticata delle cose; sguardo che possiede la forza impressionante delle visioni, dei sogni… e dalle lande del sogno neppure il linguaggio stesso di Gabriella Chioma ci appare estraneo. Ma, a ben vedere, di che genere di sogno stiamo parlando? Nel tentativo di rispondere anche a questa domanda, mi permetterei di muovere una piccola critica la quale, mi auguro, venga accolta dall’Autrice non come meschino puntiglio ma un’eventuale spunto di arricchimento.

Nel corso delle nostre conversazioni, essa si è presentata come una studiosa di orientamento junghiano e come attestano, infatti, il suo denso scritto Il male necessario (2016) nonché il lungo tirocinio teorico con il prof. Giulio Ciampi, dal pensatore svizzero essa ha ampiamente mutuato l’idea del Sogno come un sistema simbolico che, attraverso le sue forme, delineerebbe la mappa delle zone, chiare e oscure, dell’inconscio. Ebbene, dopo la lettura de Il segreto dei fiori – il cui argomento sembrerebbe lontano dalla sfera onirica – ho avuto l’impressione che il vero referente spirituale della scrittrice – forse a sua insaputa – debba essere ricercato non nella psicologia del profondo ma, all’opposto, nella mistica della tradizione nord-europea, più precisamente nell’idea di sogno lucido (‘lucide droom’) che permea la ricerca di Frederik van Eeden (1860-1932), una delle voci più originali nel panorama letterario olandese del primo Novecento (l’Olanda fa nuovamente capolino!); autore de La ballata dell’Apparenza e della Realtà (1895-1922), La casa di Dio nella Città Splendente (1921), La conquista spirituale del mondo (1933; op. posth.) ma soprattutto di una splendida fiaba intitolata Johannes e il giardino incantato (1905-1906): essa narra l’avventura di un fanciullo affamato d’amore e conoscenza che, addormentandosi a bordo di una barchetta, viene risvegliato da un elfo alato di nome Piccolo Convolvolo; l’essere fatato rimpicciolirà la forma di Johannes fino alle dimensioni di un granello così da varcare la soglia dell’invisibile regno dei prati, popolato di maggiolini, piante rampicanti ed enormi rose dai mille colori. Tre incontri segneranno il cammino del protagonista: il vecchio gnomo Wistik che sostiene, compiaciuto, di possedere un libricino contenente le risposte ad ogni interrogativo umano; Robinetta, la tenera fanciulla recante in mano un pettirosso, che si innamorerà di Johannes; il mellifluo Pluizer, custode della memoria dei morti. Sebbene in conclusione, una volta raggiunto il cuore più profondo del sogno, il giovane decida di tornare a casa, egli non potrà mai dimenticare la meraviglia suscitata dalla contemplazione del creato, del suo variopinto, segreto volto. Il sogno di Johannes è stato lucido in quanto egli sapeva che stava sognando, poteva pilotare il sogno a proprio piacere e – sulla scorta di un altro immenso pensatore, questa volta russo, Pavel Florenskij – dal Sogno, veicolo ‘imperfetto’, la sua anima è stata elevata all’invisibile, fornendogli l’indizio dell’esistenza di qualcosa di diverso da ciò che della vita era portato unicamente a considerare (cfr. Florenskij P., Le porte regali, Adelphi, Milano 1990; pgg. 19, 20). Una simile concezione dell’attività onirica meglio si confà alla ricerca della verità sempiterna-oggettiva, su cui procede la Chioma con propri strumenti, e della quale la contemplazione estetica, rivolta in particolare al mondo floreale, si fa elemento mediano.

Da ultimo, ma non meno importante, vorrei ricordare un altro dei nuclei fondanti de Il segreto dei fiori: informare il lettore sui fondamenti della disciplina dell’Ikebana. Nell’immaginario post-moderno, che spesso tutto impoverisce, ‘Ikebana’ indica genericamente l’arte nipponica del disporre i fiori, mentre per i maestri cerimonieri – già dalla seconda metà del Cinquecento – questo termine, rispondente ai principi filosofici dello Zen, assumeva ben altro significato: tentare di costruire attraverso i mezzi più umili un ‘microcosmo’ che riflettesse l’esistente (attività umane, comprese) nella sua sempiterna totalità; secondo l’Uomo Antico l’ordine materiale / sociale (osservabile) continua l’ordine metafisico (non osservabile) e, di fatto, lo riflette. Essi sono legati: ciò che turba l’uno guasta l’altro. In questo senso, l’intervento ‘artistico’ sul mondo vegetale costituirebbe un moderno surrogato di ciò che per i popoli lontani fu la ‘consacrazione delle primizie’: alcuni dei nostri fiori più belli vengono, quindi, riuniti in un vaso o in una porzione di giardino (simulacri dell’universo vivente), sottratti al caos della materia mediante un’elaborata disposizione formale, ‘consacrati’ nella speranza che diventino propulsori di un invisibile ma tangibile cambiamento che, ‘dal basso’, ristabilisca poco alla volta l’equilibrio perduto delle cose (cfr. Il rischio della mescolanzaNatura del sacrificioAscetismo e offertaIl gioco delle primizie in Caillois R., L’uomo e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino 2001; pgg. 20-25).

Non possiedo le competenze necessarie per entrare in profondità nel tema ma posso ricordare una pellicola, a me molto cara, nella quale i valori dell’Ikebana sono significativamente citati: Sacrificio (1986) di Andrej Tarkovskij, ambientato nell’isola di Gotland (Mar Baltico). Il film si apre, come fondale dei titoli di testa, su un particolare dell’Adorazione dei Magi (1481-‘82) di Leonardo da Vinci, e l’obiettivo si fissa alla fine sull’albero che domina la scena. Questo, per mezzo di uno stacco netto tra un’inquadratura e l’altra, diventa l’albero secco che Aleksander (Erland Josephson), ex attore di teatro, sta piantando con l’aiuto del figlioletto muto (Tommy Kjellqvist), raccontando nel frattempo la storia del priore di un monastero ortodosso, Phāmve, che ha già fatto quest’operazione dando disposizione al suo allievo Johann Koloff di continuare ad annaffiarlo senza perdere la speranza, così da ottenerne, un giorno, la miracolosa fioritura. Afferma Aleksander: “Dì pure quello che vuoi ma un metodo, un sistema ha il suo valore… Sai, a volte, io mi dico che se ogni giorno, esattamente alla stessa ora, uno compisse la stessa azione, come un rituale, nello stesso identico modo, sistematicamente, il mondo cambierebbe. Sì, qualcosa senz’altro cambierebbe”. Nell’epilogo lo spettatore vede il fanciullo, pago dell’esempio del genitore, intento a innaffiare l’albero il quale, sebbene ancora spoglio, è già ‘rivestito’ dei raggi del sole… Compiere regolarmente un’azione (curare una pianta da fiore, nel nostro caso), ogni giorno, per tutta la vita, può davvero cambiare il mondo? Credo sia normale nutrire qualche dubbio. Ma, forse, sono proprio la semplicità, l’improduttività (intesa nell’accezione di Georges Bataille) del gesto a destare un piccolo ‘scandalo’: da sole bastano già a creare un piccola fenditura tra il mondo comunemente inteso – con le sue leggi, ritmi e manie – e una soggettività che partecipa, in silenzio, ad una logica che trascende il contingente. La mia recensione e le mie impressioni terminano qui: da questo momento in avanti ha inizio la vostra lettura, il vostro viaggio verso un regno smeraldino, stranamente familiare, dal quale non vorrete mai più far ritorno.

Giordano Giannini

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE

Gabriella Chioma – scrittrice, poetessa, saggista, giornalista, editrice – è nata alla Spezia nel 1933. Laureata in Filosofia, ha svolto approfonditi studi sulla Psicologia Junghiana, sul Simbolismo e sulla Scienza della Tradizione. Con contributi su temi letterari e di contenuto storico ha lungamente collaborato con Spezia oggi, rivista della Camera di Commercio della Spezia, nonché con La Spezia-Rassegna Municipale di cui è stata componente del Comitato di Redazione. In qualità di giornalista-pubblicista ha ripetutamente scritto in tempi diversi su Il Telegrafo, La Voce Adriatica, La Nazione, Il Secolo XIX. Nella veste di relatrice è stata più volte invitata ad importanti convegni letterari. Altrettanto significativa è la collaborazione alla stesura di cataloghi di mostre e di schede su personaggi storici. Saggi di critica d’arte sono, inoltre, accolti anche dalle riviste L’Italiano, Liguria e Arte Stampa, dove si è occupata, tra l’altro, dell’opera di Pietro Longhi, Francesco Guardi, Canaletto, Giovanni Fattori, Arturo Dazzi, Mario Sironi, Pablo Picasso, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Marino Marini, di esponenti di varie scuole regionali e del Futurismo, senza trascurare pittrici e pittori della provincia spezzina, tra cui Agostino Fossati, Antonio Discovolo e gli artisti della rassegna L’Eroica. Di rilievo sono gli studi a suo nome su scrittori italiani del Novecento (Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Guareschi, Eugenio Montale, Giancarlo Marmori) e, in particolare, su Virginia Oldoini Verasis, Contessa di Castiglione.

 

 

Il fanciullo muto e il ramo vestito di sole – Brevi considerazioni attorno a “Il segreto dei fiori” di Gabriella Chioma – di Giordano Giannini

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