Una provvidenziale legge regionale varata in questi ultimi anni, ha finalmente stabilito, dopo un periodo di acceso dibattito sulla necessità di mantenere in vita la lingua sarda, che essa sia materia di studio nelle scuole della Sardegna, comprese le Università.

La domanda da porsi oggi è quali sono le motivazioni storiche di questa legge che il Governo di Roma, dopo innumerevoli rinvii, ha finalmente accolto.

La lingua sarda, ancora oggi da troppi confusa con un dialetto regionale, è l’espressione più genuina ed evidente delle tradizioni, dei costumi, della religiosità di un popolo che, per il suo isolamento nel Mediterraneo, ha patito l’oblio e la negligenza dei governanti d’oltremare – Punici, Romani, Spagnoli, Austriaci, Italiani – ma ha trovato le risorse della sua sopravvivenza nella ricchezza del suo patrimonio etnico, letterario, religioso, storico, archeologico, nella vita semplice dedicata alle attività prevalentemente agro-pastorali e minerarie, fatta eccezione per il periodo storico successivo alla seconda guerra mondiale, periodo in cui si è verificata l’espressione fallimentare delle attività industriali e delle quali stiamo vivendo le disastrose conseguenze sia nel campo economico, sia in quello umano, sia in quello ambientale.

Si sa che la lingua sarda è articolata nelle sue tre varianti principali: campidanese, che risulta anche la più diffusa, considerato che la sua parlata abbraccia la fascia del meridione isolano più densamente popolata; logudorese-nuorese, che rappresenta l’espressione più genuina della lingua sarda che nel passato venne ufficialmente usata per alcuni importanti documenti come il “Liber Juducum Turritanorun”, gli “Statuti di Sassari e Castelsardo” nonché la celeberrima “Carta De Logu” che raccoglie anche diversi termini campidanesi e indicata dai glottologi isolani come “lingua de mesania” (lingua di mezzo). Vanno ricordati anche l’Inno nazionale del Regno di Sardegna “Cunservet Deus su Re” nonché il fatto che l’Inno Nazionale dello stesso Regno di Sardegna è scritto in lingua logudorese.

Quella gallurese viene infine parlata nella parte più settentrionale dell’Isola, indubbiamente importata in epoche diverse da nuclei di Corsi e Toscani che si stabilirono appunto nella vicina Gallura.

 Meritano di essere tutelati anche i dialetti alloglotti come il catalano di Alghero e il ligure di Carloforte.

Oggi, com’è noto, la lingua sarda non è sufficientemente conservata nelle opere letterarie, ma viene tenuta in vita tramite le antiche preghiere, nei proverbi, nelle fiabe, nelle formule magiche, nelle leggende, non tutte scritte e molte perpetuate nella narrazione degli anziani accanto al sacro focolare domestico.

Non è forse giusto che il principale mezzo di conservazione del patrimonio culturale sardo, cioè la lingua, venga insegnata nelle scuole sarde? Quali i problemi di attuazione della legge che il Governo centrale ha finalmente accolto?

 Prima di tutto quelli didattici perché il reperimento dei docenti dovrebbe essere fatto non solamente per i titoli che essi posseggono, ma in base alla conoscenza che hanno delle singole parlate e alla possibilità di comunicarle ai discenti.

 Problemi economici e giuridici perché la Regione Autonoma della Sardegna, oltre ad affrontare la notevole spesa della individuazione e strutturazione delle cattedre di lingua sarda nelle tre grandi aree di cui si è fatto cenno, dovrà anche assegnare un profilo giuridico ai vari docenti, magari non troppo “titolati” professionalmente.

Problemi anche sociali perché sono la dolorosa conseguenza della carenza didattica sinora rivolta alla lingua sarda, spesso ostacolata da notevoli fasce della società isolana, pur negli ambienti intellettuali dove non si sente l’attaccamento alle tradizioni culturali, religiose, folkloristiche il cui principale veicolo di conservazione, conoscenza e diffusione è appunto la lingua.

A proposito della lingua sarda – di Francesco Tedde

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