Come animata da un triste presagio, agl’inizi degli anni ’30, la Società delle Nazioni sollecitò i maggiori pensatori dell’epoca a dialogare su un quesito oltremodo complesso: “perché la guerra?” L’intenzione era che uno straordinario consesso delle menti più geniali esplorasse nella sua intima essenza questo dramma ricorrente dalle origini dell’uomo. La speranza, di poterlo prevenire. Oggi potrebbe sembrare un tentativo che sapeva di utopia, a giudicare dai tragici eventi susseguitisi dalla seconda guerra mondiale fino alla beffarda… operazione speciale in Ucraina, senza trascurare la miriade di conflitti altrettanto barbari ma narrati con minor forza, per ragioni non sempre trasparenti. Einstein fu invitato a dialogare con qualsiasi pensatore influente ritenesse opportuno. La scelta, ricaduta su Sigmund Freud, lasciava intravvedere un approccio alquanto singolare: non la guerra tra nazioni, non conflitti economici o sociali, etnici o religiosi, ma il singolo individuo: le più cupe motivazioni dell’aggressore su un proprio simile. In fondo, la guerra non era che questo, moltiplicato per milioni di volte.

Rivolgendosi al padre della psicanalisi, lo scienziato intendeva scavare tra le oscure origini della violenza su chi è vulnerabile e indifeso, sui fragili, sulle donne, sui minori, sui disabili, perfino sugli animali. Ne scaturì un carteggio che Einstein, parecchio più giovane, salutò con “sfrenato entusiasmo”. La pubblicazione avvenne in Germania nel ’34, ma l’interesse andò scemando, non a caso, con l’ascesa al potere di Hitler. Del resto, ammesso di poter sciogliere il sinistro enigma, era immaginabile fermare la guerra? Forse no, ma avrebbe potuto aprire gli occhi, aiutare a prevenirla spegnendo sul nascere la scintilla che innesca l’incendio, fino alla catastrofe. Il senso più profondo di quell’idea fu ripreso da attivisti e intellettuali, uno per tutti Gino Strada, convinto che la guerra non si abolisse coi trattati ma stimolando e diffondendo la cultura, la riflessione di tutti.

Compassato, disincantato, notoriamente pessimista sulla natura umana, Freud attese parecchio prima di rispondere. Potrebbe aver pensato che nelle menti più eccelse potessero coesistere genio e ingenuità, visto che una ‘soluzione’ sembrava impossibile da escogitare. Ma proprio il genio può innalzare l’asticella verso limiti impensabili per la gente comune, soprattutto – citando ancora Gino Strada – dinanzi a “mostruosità come la distruzione di tante vite ricche di promesse”.

L’ipotesi di un tribunale sovranazionale non resse al vaglio dei tempi, ma quel carteggio conteneva uno spiraglio: decriptare la vera essenza della natura umana poteva servire a impostare contromisure, quantomeno per ricondurre le ostilità ai minimi termini, a patto di sensibilizzare l’opinione pubblica su larga scala. Proprio questo percorso si rivelò impervio per i mezzi di allora, ma oggi è diverso e un barlume di speranza si profila all’orizzonte.

È un fatto che l’uso della violenza risieda nella limitatezza dell’individuo. Può nascere da radici diverse tra cui l’ignoranza, l’emarginazione, la solitudine che può abbrutire un uomo qualunque o il dittatore la cui pochezza è celata da sfarzo e brillantezza di facciata. Ma appena le circostanze lo permettono, scatta la barbarie. Torna alla mente il vecchio aforisma: la violenza è il rifugio degl’incapaci. Sullo sfondo, mancanza di empatia e di mindfullness, termine tollerabile per sintetizzare descrizioni un po’ macchinose come la percezione di sé nel contesto, la capacità di leggere la realtà oggettiva liberata da convinzioni erronee o pulsioni individuali. La carenza di tutto questo predisponeva a quel pensiero fisso che sembra animare coloro che scelgono la guerra, il terrorismo, o più semplicemente che pervade gli ‘haters’, odiatori rancorosi da sempre esistiti, solo amplificati dal web.

Freud non nascose il suo imbarazzo su come liberare le persone dall’odio e dalla gelosia. Efficace l’analisi, più complessa la cura, perché il chiodo fisso contro qualcuno o qualcosa era tristemente legato alla difficoltà di cambiare, sebbene la percezione di quel che ci sta intorno muti secondo il momento e lo stato d’animo. L’ottica meschina era l’opposto della visione mite e illuminata di un mondo popolato da creature come noi, uomini, donne (crescono quelli che includono gli animali) che provano emozioni, amano, cercano la pace. L’utile processo cognitivo di cambiare idea, trasferito nella tragica realtà ucraina, fa riflettere su quanto sia difficile far “cambiare idea” a un dittatore animato da pensieri aberranti, rispetto a un governo democratico, pressato dall’opinione pubblica libera. Quella terra aggredita somiglia a una donna che ha reciso da tempo il suo legame con un uomo, a sua volta ossessionato dall’idea di riprendersela con la violenza, follia evidente a tutti ma non al dittatore pervaso… dal pensiero fisso: riconquistarla con la forza delle armi. Nonostante i tanti difetti della democrazia, la libertà di pensiero, incompatibile con un regime repressivo e totalitario, ci protegge e disinnesca le cattive intenzioni del tiranno solo a decidere. Un potere, quello di condizionare le istituzioni, rafforzato dalla corretta informazione e dalla conoscenza. L’iniziativa di novant’anni fa non fu solo un miraggio, ma un seme ancora in grado di germogliare attraverso il libero confronto tra persone, non tra politici, lungo tutto il pianeta, sopra i confini che ossessionano governanti rivolti al passato, quelli che per Gino Strada “passano il tempo a costruire arsenali anziché diffondere libri […] perché solo cervelli poco sviluppati possono accettare la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti”. Se nutrita, la mente può svilupparsi al punto da rifiutare la guerra in quanto strumento disumano. E il colossale risparmio di armamenti ci dice quante cose belle e importanti si potrebbero fare per la gente comune. Per i sopravvissuti, naturalmente.

Perché la guerra? da Freud a Gino Strada – di Guido de Filippo

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